martedì 22 dicembre 2015

Domenica della Santa Famiglia

Dal vangelo di Luca 2,41-52
I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
Sono passati pochi giorni dal Natale e la Liturgia ci porta subito a Nazareth per farci incontrare quella singolare famiglia. Con questa festa liturgica la Chiesa vuole sottolineare che anche Gesù ha avuto bisogno di una famiglia, dell’affetto di un padre e di una madre. Anche se i Vangeli danno poco spazio alla vita familiare di Gesù e riportano solo alcuni episodi della sua infanzia, la famiglia ha segnato la vita di Gesù per trent’anni. È piena di senso la frase finale del brano evangelico di questa domenica: “partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. E la madre custodiva nel suo cuore tutte queste cose. E Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia davanti a Dio e davanti agli uomini” (Lc 2,51-52).
Sono poche parole ma valgono i trent’anni della “vita nascosta” a Nazareth. A noi, malati di efficientismo, sorge immediata la domanda: perché Gesù ha vissuto tanto tempo così nascostamente? Non avrebbe potuto impiegare quegli anni, o almeno una parte di essi, in modo più fruttuoso, annunciando il Vangelo, guarendo i malati, aiutando insomma quanto più era possibile chiunque avesse bisogno? A parte la considerazione che non sappiamo cosa egli abbia fatto, tuttavia, se ponessimo maggiore attenzione al Vangelo, forse ci sentiremmo rispondere: “non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33). Certo è che quei trent’anni fanno comprendere ancor meglio le parole di Paolo: “Egli si è fatto simile agli uomini”. Sì, Gesù è vissuto in famiglia, come tutti, quasi a voler dire che la salvezza non è estranea alla vita ordinaria degli uomini. E forse anche per questo la Chiesa ha ritenuti “apocrifi” tutti quei racconti creati dalla tenera curiosità dei primi cristiani che volevano rendere straordinaria e miracolosa l’infanzia e l’adolescenza di Gesù. Dal Vangelo sappiamo che la vita a Nazareth è segnata dalla normalità: non ci sono miracoli o guarigioni, non sono riportate predicazioni, non si vedono folle che accorrono; tutto accade “normalmente”, secondo le consuetudini di una pia famiglia israelita. Ebbene la festa odierna ci suggerisce che anche questi anni sono stati santi. La famiglia di Gesù era una famiglia ordinaria, composta da persone che vivevano del lavoro delle proprie mani; quindi né miseri né benestanti, forse un po’ precari. Senza dubbio però erano esemplari: si volevano davvero bene, anche se probabilmente non mancarono incomprensioni, rimproveri ed anche correzioni, come si arguisce ad esempio dall’episodio dello smarrimento nel Tempio. Quel giorno Maria e Giuseppe non capirono quello che Gesù stava facendo. Giunsero persino a rimproverarlo.

giovedì 17 dicembre 2015

Quarta Domenica di Avvento

Dal vangelo di Luca (1,39-48)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.
Allora Maria disse:
“L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
È l’ultima domenica di Avvento. Siamo alla vigilia del Natale. L’Avvento ci ha ricordato che siamo nell’attesa, che sta per venire qualcuno che ci libera dalle schiavitù. I discepoli del Signore non sono persi nell’incertezza; non vagano senza orientamento; non vivono alla giornata, come viene, seguendo la regola della propria soddisfazione ed interesse. La nostra vita non finisce con noi! Nell’Avvento ritroviamo tutti il senso dell’attesa, della gioia perché qualcuno viene a visitarci. Siamo liberati dal pessimismo che fa guardare solo indietro; dal realismo rozzo degli uomini senza speranza. Viene il Signore! Accogliamolo. Egli si fa accanto a noi per non lasciarci mai più soli. La Liturgia di domenica scorsa ci esortava a gioire, a non lasciar cadere le braccia. Il Signore viene, squarcia i cieli e scende. Sceglie la debolezza di una donna; si presenta debole come un bambino. Ma è lui che cambia il cuore degli uomini e il mondo, perché rende nuovo ciò che è vecchio e genera ad una vita nuova.

venerdì 11 dicembre 2015

TAIWAN, SATURDAY, NOVEMBER 28, 2015

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TAIWAN, SATURDAY, NOVEMBER 28, 2015

We have come to end of the liturgical year. The Gospel passage we have listened to closes the eschatological discourse that we have been meditating on these past days. Jesus was speaking in Jerusalem. He went to the Temple every day to teach the people, then when evening came, he went to the Garden of Olives to pray. He did that up until the last day of his life, until Holy Thursday when his enemies took him prisoner to put him to death the next day. Thus, when Jesus told his disciples to “Be vigilant at all times and pray,” he wasn’t speaking in a vacuum, he was speaking from his own experience. He knew that at the crucial and trying moments in our lives we must be watchful and prepared. Spiritual tradition teaches us that watchfulness means right living, living as if each day were our last. We mustn’t miss the moment, we mustn’t fail to do good, thinking that we’ll have time tomorrow. We are called on every day to work for an increase of love among all people. We should think that each day is our last, in the sense that there will never be another day like today, and once it is gone, it will never come back. Every day is a blessing. That was how the Lord began the history of the World: each day of creation he brought forth something good, including rest and celebration. Dear friends, we must not waste our days on Earth. Live each one with care and love. It is not only through laziness that days can be wasted. Days are wasted when we live only for ourselves, when we use time only for our own benefit, our own affairs. Living an egocentric life means not thinking about others, not even about Jesus. That is the deep meaning of the Gospel warning we have heard: “Beware that your hearts do not become drowsy from carousing and drunkenness and the anxieties of daily life, lest that day catch you by surprise like a trap. For that day will assault everyone who lives on the face of the earth.” Day by day we need to feel the Lord at our side. He won’t leave us, He won’t abandon us. As He was about to be lifted up into the heavens, he said to his disciples, “Behold, I am with you all days, even to the consummation of the world.” No. We are not orphans, we will not be abandoned. Even if we live in a large city, even if we are few, even if some times great distances divide us, Jesus is at our side. We can take to heart the words of the Apocolypse, “Behold, I stand at the door and knock. If someone hears me and opens the door, I will come in and we will break bread together.” (Apoc. 3:20) Jesus is asking for someone to listen to Him. Jesus is near with love and in turn He asks to be welcomed with love. That is the meaning of the word “knock.” Jesus asks us to let him in to speak with us. Being His disciples means listening to the word, His word, and taking it to heart. Watchfulness, dear sisters and dear brothers, means first of all listening to Jesus. A disciple is one who listens to the Gospel every day. Prayer is above all listening to the Lord and to His word. We can say that watchfulness and prayer are one and the same. Prayer frees us from thinking about ourselves, it makes us raise our eyes to the Lord and open our hearts to His word. We need Jesus to be with us, we need His company, His help, His word. The ancient spiritual teachers were right when they said that prayer is the first duty of the Christian. Prayer leads us to discover that we have a Father and that we are “children.” The Father loves us, nourishes us and protects us from evil. To the disciple who asked, “Lord, teach us to pray,” Jesus answered him with the words, “ Our Father, who art in Heaven….” Jesus commands us to pray always, without tiring. For us, poor, limited men and women, “pray always and without tiring” means praying every day. With daily prayer we re-orient our lives toward God. So often daily life, with its rough and dizzying pace, disorients us, distracts us from God and from the poor. But prayer re-orients us, brings us back to Jesus. The Gospel reminds us that we must “stand before the Son of Man.” Prayer places us every day before the Lord who is a good and merciful judge. And every day he judges us. Matthew the Evangelist says that the Last Judgment will be about love: I was hungry and you gave me to eat; sick and you took care of me, a prisoner and you were concerned for me, a stranger and you took me in. Dear sisters and dear brothers, tomorrow begins a new liturgical year, and Pope Francis has proclaimed it a Jubilee Year of mercy. We will trace each day with a page from the Gospel and a work of mercy as we walk the path to happiness that the Lord has opened for us

mercoledì 9 dicembre 2015

Terza Domenica di Avvento

Dal vangelo di Luca (3,10-18)
Le folle lo interrogavano: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva loro: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi, che cosa dobbiamo fare?”. Rispose loro: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”.
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i laccidei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la palaper pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”.
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
“Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi!”. Queste parole che l’apostolo Paolo rivolse ai Filippesi, sono rivolte anche a noi come a dirci che non c’è più motivo di essere nella tristezza, perché il Signore è ormai vicino. La stessa Liturgia si colora di gioia come per commentare visivamente le parole di Paolo: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”. Sì, questa Liturgia è la nostra preghiera e il nostro ringraziamento al Signore perché ci dona la pace che custodisce i nostri cuori e i nostri pensieri. Dio non è indifferente ai nostri pensieri e alle nostre preoccupazioni; anzi, ci segue, ci ascolta; ma ci ricorda che c’è qualcosa di più grande delle nostre preoccupazioni e delle nostre angosce: la Parola di Dio, fonte della nostra forza e della nostra gioia.

martedì 1 dicembre 2015

Seconda Domenica di Avvento

Dal vangelo di Luca 3,1-6
Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno dirittee quelle impervie, spianate.Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Per noi, uomini e donne "moderni", circondati da una civiltà di rumori, da una molteplicità di messaggi, da un caos distraente, da una sorta di grande luna park dell'effimero, non è facile comprendere la figura di Giovanni Battista. Uomo robusto e severo, nella sua essenzialità, Giovanni è un buon compagno per riscoprire il senso vero della vita. È uno dei personaggi più venerati, dopo Gesù e la Madonna, nell'immaginario collettivo dell'ecumene cristiana. La sua fama, irrobustita dal proliferare delle reliquie, si è estesa anche al di fuori del mondo cristiano. Basti pensare all'islam: all'interno della grande moschea degli Omayyadi, a Damasco, quasi al centro, c'è la tomba di Giovanni Battista, ancora oggi circondata da povera gente. Giovanni è una figura complessa. Già dall'inizio ha fatto discutere. Gesù apostrofò gli apostoli a proposito di Giovanni: "Che cosa siete andati a vedere nel deserto?" (Mt 11,7). C'è un tratto caratteristico del Battista: è un uomo che parla. Parla con voce forte, dal pulpito di una vita severa ed essenziale e grida a ogni uomo che deve attendere il Signore.
Giovanni però non parla per sua personale iniziativa, ma perché è stato raggiunto dalla "parola", in quel preciso anno, in quel determinato luogo, come nota Luca: "Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio... la Parola di Dio fu diretta a Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto". La "parola" non è un fatto evanescente, non è una specie di entità vagamente spirituale, e neppure un mito o un'idea. È invece una realtà storica che "scende" nelle vicende dei popoli, che ha legami con le date degli uomini, non solo con quelle del popolo di Israele ma anche con quelle dello stesso impero romano. E con quelle del nostro tempo. E il deserto non è un luogo tanto distante da noi: è il deserto delle nostre città ove una vita degna di questo nome è spesso molto rara; è il deserto di questo mondo ove il peccato e la solitudine provocano amarezza e morte. Giovanni è un testimone e un predicatore libero dai giochi viziosi e lussuosi, libero dagli intrighi dei palazzi dei re, libero dai sollazzi degli uomini che portano morbide vesti. È un uomo povero. I suoi abiti manifestano la sua condizione di povertà: veste solo di pelo di cammello e di una cintura ai fianchi. È povero nel cibo: locuste e miele selvatico. Ma nella sua povertà è libero.
Giovanni parla con vigore e attacca farisei e sadducei svelando la loro abilità nel fingere pentimento per restare sempre uguali a se stessi. Così la sua parola non ha paura di additare quel che avviene nel palazzo del re, anche se questo coraggio gli costerà la vita. Insomma, Giovanni non giustifica l'orgoglio di quelli che si sentono sicuri perché abitano determinati palazzi o le immediate adiacenze, e neppure l'orgoglio di quelli che si sentono sicuri per chissà quali meriti, magari per essere "figli di Abramo". L'orgoglio è lontano dal cuore di Giovanni: "Non sono degno neppure di sciogliere il legaccio dei calzari" (cfr. Gv 1,27), dice riguardo a Gesù. Quest'uomo umile sa accusare l'orgoglio e l'autosufficienza con grande fermezza. L'umiltà non è paura, non è silenzio, non è moderazione, non è spirito di adattamento. L'umile pone la propria fiducia nel Signore, e solo in Lui.
Ma la forza e il vigore non lo rendono disumano e lontano: Giovanni sa ascoltare, sa parlare, sa compiere gesti di perdono verso quella lunga fila di uomini e di donne che vanno da lui a confessare i loro peccati e a farsi battezzare con il battesimo di penitenza. È un profeta che grida. E grida perché deve fare spazio, nel caotico deserto di questo mondo, a una nuova vita. Vuole aprire nel deserto la via del Signore. L'evangelista Luca riprende le parole dell'anonimo profeta (il secondo Isaia) che descrivono il ritorno di Israele dall'esilio di Babilonia. È la narrazione di una grande strada rettilinea e pianeggiante, simile a quelle che nell'antichità conducevano ai templi, le cosiddette "vie processionali" da percorrere nel canto e nella gioia. C'è bisogno di abbassare tante asprezze di orgoglio e di arroganza. C'è bisogno di colmare tanti avvallamenti fatti di freddezza e di indifferenza. E preparare così la via del Signore che viene. Giovanni, nella sua severa rudezza, è questa voce che grida: "convertitevi perché il Signore è vicino!". È un messaggio semplice, ma radicale. Un orecchio abituato a queste parole potrà classificarle tra quelle già note; ma chi considera già noto quanto il profeta dice va a ingrossare il numero di quei farisei che tentano di sottrarsi al "giudizio di Dio". Forse anche a noi è chiesto di raggiungere Giovanni nel deserto, di andare a chiedere il suo battesimo di penitenza, per sperare e operare per un mondo diverso. Così vedremo aprirsi nel deserto una via ampia, ove l'unico ingorgo - ma questo rallegra - è quello dei poveri, dei deboli, e di tutti coloro che sono in ricerca di una parola di salvezza.

giovedì 22 ottobre 2015

XXX Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 10,46-52
E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Il Vangelo secondo Marco, che ci ha accompagnato nelle domeniche di questo anno, ci fa incontrare oggi il Signore nella sua ultima tappa prima di entrare in Gerusalemme. Abbiamo visto lungo il cammino il clima nuovo, quasi di festa, che Gesù creava tra la gente delle città e dei villaggi ove passava. In tanti accorrevano a lui, soprattutto i deboli, i poveri, i lebbrosi, i malati. Tutti desideravano avvicinarlo, toccarlo, parlargli: volevano da lui pace e felicità. Gesù li accoglieva tutti e instaurava un clima di fiducia e di speranza. Anche i più lontani e i più disprezzati potevano avvicinarsi a lui e invocare guarigione e salvezza. Anzi, con il suo comportamento di fatto li esortava a rivolgersi a lui con fede. 

martedì 6 ottobre 2015

A WORD THAT NOURISHES AND WARMS

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READ LAST PAGLIA HOMILY IN PHILADELPHIA

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Dal vangelo di Marco 10,17-30
Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”. Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!”. I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: “Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: “E chi può essere salvato?”. Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”.
Pietro allora prese a dirgli: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Gesù gli rispose: “In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.
Il Vangelo ci mostra Gesù che riprende il cammino verso Gerusalemme. È un invito rivolto anche a noi perché ci lasciamo coinvolgere nell’itinerario della crescita spirituale. L’uomo di cui parla il Vangelo di Marco “corre” verso Gesù. Ha fretta di incontrarlo. Cerca con urgenza una risposta per la propria vita. Ed in questo è davvero esemplare rispetto alla nostra pigrizia nel seguire il Signore. Marco fa capire che si tratta di un adulto (per Matteo è un giovane). Comunque, ad ogni età si può, anzi, si deve correre verso il Signore.

martedì 29 settembre 2015

XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 10,2-16
Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Dissero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”.Gesù disse loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola.Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.
“Non è bene che l’uomo sia solo”. Queste parole pronunciate da Dio all’inizio della storia umana sono iscritte nel cuore della vita di ogni uomo e di ogni donna, e ne sanciscono la vocazione più profonda: ciascuno è chiamato alla comunione, alla solidarietà, al mutuo sostegno. Si potrebbe dire che questa è la “vocazione” stessa di Dio. Egli, infatti, non è una solitudine alta e lontana ma, appunto, una comunione di tre Persone. Tale vocazione, seminata nel cuore delle creature, sostanzia indelebilmente ogni uomo e ogni donna, e l’intera creazione. In questo senso profondo si intende che l’uomo è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio, come scrive il libro della Genesi (1,26-27). Si potrebbe dire: come Dio non vive da solo, così l’uomo e la donna non possono vivere da soli. Ovviamente, si tratta di una dimensione ampia che abbraccia numerosissime forme di comunione, le quali culmineranno in quella comunione che vedremo (e, soprattutto, vivremo) pienamente attuata alla fine dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti (1 Cor 15,28). È la realizzazione dell’unità della famiglia umana attorno all’unico Signore e Padre.
Il Vangelo di questa ventisettesima domenica ci porta a riflettere sulla particolare e fondamentale forma di comunione che nasce dal matrimonio. E l’occasione è data dalla domanda che alcuni farisei pongono a Gesù sul divorzio: “È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”. Il giovane profeta di Nazareth non risponde direttamente al quesito postogli e rimanda alla disposizione data da Mosè, secondo cui si permetteva all’uomo di divorziare dalla moglie qualora avesse “trovato in lei qualcosa di vergognoso” (Dt 24,1). Su cosa poi fosse “vergognoso” si erano accese, nel corso dei secoli, non poche polemiche: c’era chi considerava vergognoso l’adulterio e chi invece riteneva riprovevole qualsiasi altra cosa che non facesse piacere al marito (nella scuola di Hillel bastava, ad esempio, che la donna avesse lasciato bruciare il cibo perché il marito potesse pretendere il libello di ripudio). Mosè, comunque, nel prescrivere che bisognava presentare un documento di divorzio da parte dell’uomo, voleva in qualche modo tutelare la donna; con tale documento, infatti, ella avrebbe potuto conservare il proprio onore ed anche la libertà di risposarsi.

domenica 20 settembre 2015

XXV Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 9,30-37
Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

Gesù e i discepoli, “partiti di là, attraversavano tutta la Galilea”. Queste parole del Vangelo di Marco ci introducono nel viaggio appena intrapreso da Gesù dalla Galilea verso Gerusalemme; un viaggio che più volte l’evangelista ricorderà nei capitoli seguenti. Non si tratta ovviamente di un itinerario solo spaziale. Il viaggio che il Signore compie assieme ai discepoli è il simbolo del cammino della vita, dell’itinerario della propria crescita spirituale, come anche del cammino che in ogni anno liturgico siamo chiamati a compiere con il Signore, di domenica in domenica. La scena che ci viene presentata dal Vangelo è semplice: Gesù prende con sé i discepoli e “cammina davanti a loro” – è così del pastore che guida il suo gregge – dirigendosi verso Gerusalemme. Potremmo vedere in questa bella immagine evangelica il ritrovarsi dei cristiani ogni domenica attorno al loro Maestro e Pastore.

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giovedì 10 settembre 2015

XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 8,27-35
Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà.
“Chi è mai questo Gesù di Nazareth?”. Non c’è dubbio che si tratti di una questione fondamentale; lo era ai tempi di Gesù e non cessa di esserla anche ai tempi nostri. Anche se questo non significa, purtroppo, che stia davvero in cima ai nostri pensieri. Certamente però occupa uno dei posti centrali nella riflessione di chi con serietà affronta la vita. Nel Vangelo di Marco questa domanda tiene persino il centro “fisico” della narrazione. Siamo arrivati all’ottavo dei sedici capitoli di cui si compone il Vangelo di Marco. Ed è uno spartiacque decisivo. La scena si svolge nell’alta Galilea, mentre Gesù percorre i villaggi attorno a Cesarea di Filippo, una cittadina situata assai lontano da Gerusalemme, all’interno di una regione quasi totalmente pagana. L’evangelista vuole suggerire che di qui inizia decisamente il cammino di Gesù verso la città santa. Da questo momento Gesù parla “apertamente” con i discepoli, senza che nulla più lo trattenga (v.32). Strada facendo, li interroga circa l’opinione che la gente si è fatta sul suo conto. Come si può vedere, è Gesù stesso che pone, nel mezzo della narrazione, la “questione centrale” di tutto il Vangelo: il problema della sua identità. Sembra ormai esclusa l’ipotesi che egli sia un demonio travestito o, come avevano detto gli stessi parenti, un pazzo. Si è invece consolidata la convinzione che sia un inviato di Dio.
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sabato 5 settembre 2015

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 7,31-37

Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà“, cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.

Il brano evangelico ci riporta la guarigione di un sordomuto, o meglio di un uomo affetto da grave balbuzie (la guarigione infatti consisterà nel parlare correttamente). Gesù opera questa guarigione nella regione della Decapoli, una terra pagana oltre i confini di Israele. Marco sembra voler sottolineare che il Vangelo non è riservato solo agli appartenenti al popolo di Israele, ma che tutti hanno diritto ad incontrare la misericordia di Dio che libera e salva. Anche quel sordomuto che viene presentato a Gesù perché lo guarisca. Gesù lo porta in disparte, lontano dalla folla, quasi a sottolineare la necessità di un rapporto personale, diretto, intimo, tra lui e il malato. I miracoli, infatti, avvengono nell’ambito di un’amicizia profonda e fiduciosa in Dio.
Gesù, amico degli uomini, soprattutto dei deboli, guarda con affetto e misericordia quell’uomo. Forse pensava anche a questo episodio l’apostolo Giacomo quando nella sua lettera esorta i cristiani ad avere un’attenzione prioritaria ai poveri e ai deboli. È vero che Dio non fa preferenze di persone. Ma è altrettanto vero che il suo cuore è come sbilanciato verso i poveri e i deboli. Questi ultimi sono i primi nel Vangelo. Così deve essere per ogni credente e per ogni comunità cristiana. Gesù ha accolto quel sordomuto. E sta con lui, in disparte. Seguendo un’antica consuetudine dei guaritori, Gesù “gli pone le dita nelle orecchie e con la saliva gli tocca la lingua”. Quindi, nota l’evangelista, Gesù alza gli occhi al cielo ed emette un profondo sospiro. È la preghiera di Gesù che unisce la fiducia nel Padre e la compassione per quell’uomo malato. Aveva fatto la stessa cosa anche prima della moltiplicazione dei pani, quando si commosse sulla folla stanca e sfinita e poi “alzò gli occhi al cielo” (Mc 6,41).

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lunedì 24 agosto 2015

XXII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 7,1-8.14-15.21-23
Si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”.

Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:
Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”. Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.

sabato 22 agosto 2015

XXI Domenica del Tempo Ordinario


Dal vangelo di Giovanni 6,60-69
Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono”. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre”. 
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.
Il brano evangelico di questa domenica chiude il “discorso sul pane” tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao. Erano in molti ad ascoltarlo, oltre i discepoli. L’evangelista, nel brano ascoltato domenica scorsa, ci ha già mostrato la reazione incredula della folla. Le parole di Gesù, tese a sostenere che Lui “era” il pane e non che “aveva” il pane, non furono accolte dalla folla, che quasi subito abbandonò la sinagoga. L’evangelista presenta ora la reazione dei discepoli, ossia di coloro che avevano una certa dimestichezza con Gesù per averlo seguito e quindi sentito parlare tante volte, oltre a essere stati testimoni di molti miracoli. Eppure, anch’essi si unirono all’incredulità della folla e non si vergognarono di affermare: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. Stando al testo greco, la reazione dei discepoli sottolinea l’aspetto dell’incomprensibilità delle cose dette, quasi un’offesa all’intelligenza. In verità, la critica dei discepoli non si riferiva alle dichiarazioni relative al mangiare la carne e al bere il sangue di Gesù (è la cosiddetta interpretazione cafarnaitica, come si diceva nell’antica teologia).

mercoledì 12 agosto 2015

XX Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Giovanni 6,51-58
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
Il Vangelo di questa ventesima domenica conclude il discorso di Gesù tenuto nella sinagoga di Cafarnao. Il senso delle sue parole – come anche del miracolo della moltiplicazione dei pani – si è fatto sempre più chiaro. A voce alta Gesù dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Tutti lo stanno ascoltando, ma la maggior parte di loro è così intenta a pensare al proprio vantaggio da non comprendere la novità evangelica. Nel suo discorso Gesù non manca di porre riferimenti all’Antico Testamento per facilitare la comprensione delle sue parole. Ha esplicitamente parlato della manna, che il libro della Sapienza presenta come “cibo degli angeli”, capace di procurare ogni delizia e manifestazione della dolcezza di Dio verso i suoi figli (Sap 16,20-21). Nella memoria degli ascoltatori risuonavano i numerosi passaggi ove la comunione con Dio veniva espressa con le immagini del banchetto. Nel libro dei Proverbi si scrive che la Sapienza ha imbandito un banchetto e invita tutti: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza” (9,4). Il pranzo – manifestato con il pane e il vino – è il simbolo della comunione e dell’intimità che la Sapienza offre al popolo d’Israele. Ed era già chiaro che non si trattava solo del pane materiale. Il profeta Amos diceva che gli uomini non avevano solo “fame di pane né sete di acqua ma di ascoltare le parole del Signore” (8,11-12).

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giovedì 6 agosto 2015

XIX Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Giovanni 6,41-51
Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?”. 
Gesù rispose loro: “Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: Etuttisarannoistruiti da Dio.Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Il Vangelo di questa domenica ci riporta nella sinagoga di Cafarnao, ove Gesù sta tenendo un lungo discorso sul pane della vita. Riferendosi al passo biblico relativo alla manna inviata dal cielo al popolo d’Israele nel deserto, Gesù applica a se stesso il contenuto del messaggio biblico: “Io sono il pane disceso dal cielo”. I presenti, a queste parole, cominciano a mormorare. Una scena analoga accadde all’inizio della vita pubblica di Gesù, quando egli tenne la sua prima predica. I presenti, al sentire quella affermazione, si domandano: come può costui affermare di discendere dal cielo? Non viene da Nazareth? Molti conoscono i suoi genitori; ricordano persino i loro nomi. Non è quindi possibile che egli venga dall’alto.

domenica 26 luglio 2015

XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Giovanni 6,24-35
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: “Rabbì, quando sei venuto qua?”.
Gesù rispose loro: “In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”.
Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Gesù rispose loro: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”.
Allora gli dissero: “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù rispose loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!
La Liturgia di questa domenica continua la lettura del capitolo sesto del Vangelo di Giovanni. Siamo nella sinagoga di Cafarnao ove Gesù sta tenendo il suo noto discorso dopo la moltiplicazione dei pani. La gente aveva cercato di farlo re, ma Gesù era fuggito, prima sul monte e poi a Cafarnao. Non vedendolo più in mezzo a loro, si misero a cercarlo: salirono sulle barche e si diressero all’altra sponda. Erano stati sfamati e non volevano perdere il contatto con quel profeta. Ed in effetti lo ritrovano “al di là del mare”. Appena lo videro, un po’ risentiti, gli dissero: “Rabbì, quando sei venuto qua?”. Gesù sapeva bene che lo cercavano per interesse, ma non si scandalizzò; era venuto per salvarli, non per cercare il loro consenso, tanto meno la loro adulazione. Egli non seguiva le folle, non correva dietro i loro desideri, le loro mode, le loro richieste. Restava per tutti il Maestro che guida, ammaestra e, se necessario, rimprovera. Per questo non smise di parlare, di esortare e correggere.

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giovedì 23 luglio 2015

XVII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Giovanni 6,1-15
Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere.
Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!”. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Per cinque domeniche consecutive (dalla diciassettesima alla ventunesima), la liturgia domenicale interrompe la lettura continuata del Vangelo di Marco e fa spazio all’intero capitolo sesto del Vangelo di Giovanni. La Liturgia ci invita ad approfondire il tema del “pane” a cui è giunta la narrazione di Marco. La narrazione si apre con l’episodio della moltiplicazione dei pani, una delle pagine evangeliche più illuminanti sul mistero di Gesù come nutrimento della nostra vita. È la sesta volta che tale episodio viene riportato nei Vangeli (le altre cinque sono ricordate nei Sinottici). L’insistenza indica il peso che questo evento ebbe nel pensiero delle prime comunità cristiane; certamente era tra i “segni” che più chiaramente faceva capire quale fosse il senso della missione di Gesù tra gli uomini.

domenica 19 luglio 2015

XVI Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 6,30-34
Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'”. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché eranocome pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato domenica scorsa ci ha mostrato Gesù che invia i dodici apostoli, due a due, nei villaggi della Galilea per annunciare l’avvento del Regno di Dio, per guarire i malati e aiutare i deboli e i poveri.
L’evangelista parla esplicitamente di un “potere” conferito agli inviati perché possano operare tali cose.
Ovviamente non si tratta di un potere politico o economico; ma è un potere reale, una forza che opera guarigioni nel corpo e nel cuore. Il brano evangelico di questa sedicesima domenica ci narra il ritorno dalla missione delle sei coppie di apostoli. L’evangelista fa arguire la soddisfazione dei discepoli e di Gesù il quale, pur conoscendo la scarsa preparazione di quel gruppetto di discepoli, aveva egualmente affidato loro questo compito; era sufficiente che obbedissero alla lettera alle sue parole per avere effetto: predicare che era giunto un tempo nuovo e ripetere i gesti di misericordia che lui stesso faceva. In effetti, l’obbedienza aveva dato i suoi frutti. E possiamo immaginare lo sguardo affettuoso di Gesù mentre essi raccontavano quello che avevano operato. Erano felici quei dodici; e anche un poco stanchi, come accade ad ogni vero “missionario” che dimentica se stesso per servire il Vangelo.

venerdì 10 luglio 2015

FUNERALE DI FRANCO SCAGLIA


Abbiamo ascoltato l’ultimo capitolo dell’Apocalisse ove si descrive la conclusione della vicenda umana secondo la visione profetica dell’apostolo Giovanni: “e vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, pronta come una sposa adorna per il suo sposo”. E’ la città definitiva, l’ultima: essa non ha bisogno più né del sole né della luna perché la sua luce è l’Agnello ed è la città verso cui tutte le nazione della terra camminano, finalmente una città patria comune di tutti i popoli della terra.
Cari amici, questa pagina biblica descrive anche questa santa liturgia che stiamo celebrando per Franco. Noi siamo attorno a lui, lo siete voi anzitutto cari famigliari, cara Mascia, carissima Elisabetta, carissime Beatrice, Rosy – e un saluto alla mamma lontana -; lo siamo anche tutti noi che da tanti anni lo conosciamo, lo stimiamo e che non vogliamo mancare nel dargli con non poca tristezza l’ultimo saluto. E Dio sa se ci mancherà. Sì, ci mancheranno le sue riflessioni, le sue analisi, i suoi scritti, i suoi sogni…e ognuno di noi ricorda le sue chiacchierate ovunque… Siamo, sono, molto triste questa mattina. C’è una piccola consolazione: è morto senza dolore con un sorriso a chi le stava accanto. Noi siamo qui per un funerale, ed è vero.
Ma lasciamoci guidare dalle parole dell’Apocalisse. Esse ci svelano almeno un poco il mistero di questo ultimo tratto della vita di Franco, che per noi però è indubbiamente pieno di tristezza. Per lui forse è altra cosa. Mi aveva detto qualche domenica fa che non aveva paura della morte: nella caduta che ha avuto negli ultimi tempi l’aveva come intravista e – diceva – era fatta di una luce azzurra e serena. Ma più che queste parole sono quelle della “rivelazione” – questo vuol dire Apocalisse – della Gerusalemme del cielo che oggi scende qui per venire incontro a Franco – è pronta come una sposa adorna per il suo sposo – e viene per accogliere ed esaltare, rendere eterno, indissolubile, quel legame che ha unito Franco in maniera davvero profonda con la Gerusalemme della terra. Vorrei dire che è come il debito di amore a spingere la Gerusalemme del cielo a scendere fin qui perché Franco da oggi viva in quella piazza di oro puro, come cristallo trasparente, dove ogni lacrima è asciugata e dove non vi sarà più la morte. E’ la storia definitiva di Franco con Gerusalemme, la sua la nostra città.

mercoledì 8 luglio 2015

Quindicesima Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 6,7-13
Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro”. Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
“Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due”. Così inizia il brano del Vangelo di Marco che ascoltiamo in questa domenica. Gesù li chiamò e li mandò. In questi due verbi (chiamare e mandare) si può dire che è racchiusa tutta l’identità del discepolo e di ogni comunità cristiana. Queste parole, infatti, con quel che esse significano, non sono riservate a gruppi particolari o a persone privilegiate. Tutti i cristiani sono chiamati a stare con Gesù e ad essere inviati per comunicare il Vangelo al mondo. Il Concilio Vaticano II richiama con estrema chiarezza questa missione affidata a tutta la Chiesa: “La Chiesa peregrinante è per sua natura missionaria… e ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di diffondere, per quanto gli è possibile, la fede”. Il cristiano pertanto è anzitutto un chiamato, un convocato da Dio. Propriamente parlando, non si diviene cristiani per autonoma scelta; lo si diventa in risposta (ovviamente libera) ad una chiamata che ci precede. Sì, c’è un amore che sta prima della nostra risposta. Paolo, nello splendido inizio della Lettera agli Efesini, ce lo ricorda: “In Cristo (il Padre) ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” 

lunedì 6 luglio 2015

Quattordicesima settimana del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 6,1-6
Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
Il Vangelo di questa domenica ci riporta con Gesù a Nazareth. La sua fama, ormai nota ovunque, sia in Galilea che in Giudea, raccolse tanti cittadini di Nazareth ad ascoltarlo nella sinagoga. Tutti restarono stupiti delle sue parole. E si ponevano anche la domanda giusta, quella che dovrebbe aprire alla fede: “Da dove gli vengono queste cose?”. Se avessero ricordato le antiche parole rivolte a Mosè: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto” (Dt 18,15), avrebbero accolto non solo le parole ma lo stesso Gesù come inviato di Dio. Purtroppo, gli abitanti di Nazareth, che aspettavano gesti prodigiosi dal loro concittadino, si arrestarono davanti al carattere ordinario della sua presenza. Non era così che essi immaginavano un inviato di Dio; pensavano che un profeta dovesse avere i tratti della straordinarietà e del prodigioso, o comunque quelli della forza e della potenza umana.

giovedì 2 luglio 2015

DODICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal vangelo di Marco 4,35-41
In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”.
“Passiamo all’altra riva”. Questo comando di Gesù ai discepoli, che apre il Vangelo di questa domenica, interroga in maniera particolare coloro che sono tentati dal fermarsi, dal rinchiudersi in se stessi, nel proprio orizzonte abituale. La narrazione evangelica ci fa intuire che la traversata non è affatto facile. Sembra iniziare di sera (lo fa pensare il sonno di Gesù). C’è una analogia con i nostri giorni: la caduta di orizzonti ideali, l’assenza di visioni nuove ci fa stare tutti nel buio, appunto, senza chiarezza di prospettive. 

mercoledì 1 luglio 2015

VEGLIA DI PREGHIERA A SANTA MARIA MAGGIORE

Care sorelle e cari fratelli,
abbiamo ascoltato il Vangelo dell’Annunciazione. Un angelo si reca a Nazaret, nella lontana periferia dell’Impero Romano, a una ragazza di uno sperduto villaggio. Tutto passò inosservato allora, eppure da quel giorno iniziava una storia nuova per l’intera umanità, e iniziava da una periferia, da una casetta di un lontano villaggio, e iniziava con un bambino. È il mistero custodito da questa memoria evangelica, e in qualche modo anche da questa basilica di Santa Maria Maggiore, che venera le reliquie di Betlemme.
Quest’anno, in occasione dei vent’anni dell’enciclica Evangelium vitae di san Giovanni Paolo II, tutti noi del Pontificio consiglio, congiuntamente all’Accademia per la vita, abbiamo voluto che si tenesse qui, a Santa Maria Maggiore, con tutti voi, in questa basilica, che come sapete è la prima chiesa del mondo dedicata a Maria, questo momento di preghiera della Giornata per la vita. Come sapete, fu proprio l’esortazione dell’enciclica Evangelium vitae a promuovere in tutte le diocesi una giornata mondiale, appunto per la vita, e siccome san Giovanni Paolo II ne motivava il senso con queste parole che vorrei ricordare a tutti noi, quello di questa giornata è di suscitare nelle coscienze, nelle famiglie, nella Chiesa e nella società civile, il riconoscimento del senso e del valore della vita umana in ogni momento, punto e condizione, ponendo particolarmente al centro dell’attenzione la gravità dell’aborto e dell’eutanasia, senza tuttavia trascurare in altri momenti gli aspetti della vita.

(leggi tutta l'omelia)