martedì 27 dicembre 2016

Festa della Madre di Dio

Dal vangelo di Luca (2,16-21)
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.
«Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-25). Con questa antica benedizione biblica entriamo nel nuovo anno, certi che il Signore veglierà su di noi, ci sarà vicino e ci accompagnerà giorno dopo giorno. «Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito, e su chi teme la mia parola», si legge nel libro di Isaia (Is 66,2). Sì, lo sguardo del Signore, nell’alba di questo nuovo anno, si volge sugli umili e sui deboli, su chi si dispone ad ascoltare la parola del Vangelo e cerca di metterla in pratica ogni giorno.
Ancora una volta il Vangelo ci fa vedere con gli occhi del cuore quei pastori di Betlemme. Essi sono un esempio per i credenti. Erano ritenuti a tal punto impuri e peccatori da essere esclusi dalla vita religiosa ufficiale, eppure lo sguardo di Dio si posò su di loro: la notte si riempì di luce e la loro vita trovò un senso, una direzione verso cui andare. Quegli umili pastori divennero i primi cristiani: ascoltarono le parole dell’angelo, lasciarono le loro greggi e si diressero verso il luogo indicato. I cristiani sono sempre in “uscita” da se stessi e dai recinti abituali per recarsi verso il Signore e gli altri. È piena di misericordia l’affermazione di papa Francesco che invita a non vivere con la paura di perdere i salvati, ma di lasciarsi trasportare dal desiderio di salvare i perduti.
Quei pastori, giunti alla grotta, videro un bambino. E «dopo averlo visto – potremmo dire, dopo averlo contemplato – riferirono ciò che di lui era stato detto loro». In questa piccola scena è racchiusa tutta la vita del cristiano. Se nella notte precedente erano stati gli angeli a parlare loro del bambino, non è difficile pensare che alla grotta fu Maria a parlare del Figlio. Certamente lo presentò loro. Senza di lei difficilmente avrebbero potuto comprendere quel mistero. Maria, che «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore», sapeva bene quale mistero era presente in quel bambino.
La liturgia di questo giorno ci invita a guardare Maria per festeggiarla e venerarla come Madre di Dio. Sono passati sette giorni dal Natale, da quando i nostri occhi si sono posati su questo bambino appena nato e su tutti i piccoli e i deboli di questo mondo. Oggi la Chiesa sente il bisogno di guardare la Madre e di farle festa. Certo, è bene sottolinearlo, nel contemplarla non la troviamo sola: ha in braccio Gesù. I pastori, scrive il Vangelo, appena giunsero a Betlemme «trovarono Maria e Giuseppe e il bambino». È bello immaginare Gesù bambino non più nella mangiatoia ma tra le braccia di Maria: lei lo mostra a quegli umili pastori e continua a mostrarlo ancora agli umili discepoli di ogni tempo. Maria che tiene Gesù sulle ginocchia o tra le braccia è tra le immagini più familiari e tenere del mistero dell’incarnazione. Nella tradizione della Chiesa d’Oriente è talmente forte il rapporto tra quella madre e quel Figlio che non si trova mai un’immagine di Maria senza Gesù; lei esiste per quel Figlio, suo compito è generarlo e mostrarlo al mondo. È l’icona di Maria, Madre di Gesù, ma è anche l’immagine della Chiesa e di ogni credente: abbracciare con affetto il Signore e mostrarlo al mondo.
Come quei pastori che, una volta usciti dalla grotta, se ne tornarono glorificando e lodando Dio, anche noi con la stessa energia e lo stesso slancio entriamo nel nuovo anno avendo Gesù tra le braccia per amarlo e per mostrarlo al mondo. Sarebbe davvero una grande consolazione se qualcuno potesse di nuovo scrivere: «Tutti quelli che udirono, si stupivano delle cose che essi dicevano». Purtroppo la gente delle nostre città si stupisce per ben altre cose! Ma forse dobbiamo anche chiederci se ci sono “pastori” (e non dimentichiamo che ogni credente è “pastore” degli altri fratelli e sorelle) che sanno comunicare agli altri la gioia dell’incontro con quel Bambino.
È ormai consolidata tradizione che il primo giorno dell’anno la Chiesa si riunisca in preghiera per invocare la pace. È come allargare al mondo intero, alla famiglia dei popoli, la benedizione che abbiamo ascoltato dalla lettura del libro dei Numeri: «Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace». C’è bisogno che il Signore allarghi il suo sguardo sui popoli. Purtroppo c’è come una recrudescenza dei conflitti, cui deve corrispondere da parte nostra una intensificazione della preghiera per la pace. Sappiamo che la pace richiede l’impegno tenace degli uomini, ma essa è soprattutto un dono che viene dall’alto, è un frutto dello Spirito che opera nel cuore degli uomini. All’inizio di questo anno raccogliamo il canto degli angeli nella notte del Natale: «Pace in terra agli uomini che Dio ama». È la nostra preghiera all’alba di questo nuovo anno. Lo Spirito del Signore scenda nei cuori degli uomini e sciolga la loro durezza davanti alla debolezza del Bambino; allontani dai loro cuori l’odio, l’invidia, la maldicenza, la sopraffazione, il disinteresse; cambi il cuore delle nazioni e dei popoli in guerra perché siano disarmati gli spiriti violenti e si rafforzino gli operatori di pace; renda compassionevole il cuore dei popoli ricchi perché non siano ciechi di fronte ai bisogni dei popoli poveri ma gareggino piuttosto nella generosità; tocchi il cuore delle nazioni e dei popoli poveri perché rifiutino le vie della violenza e intraprendano quelle dello sviluppo; trasformi il cuore di ogni uomo e di ogni donna perché riscopra il volto dell’unico Dio, Padre di tutti.

mercoledì 14 dicembre 2016

Quarta Domenica di Avvento

Dal vangelo di Matteo (1,18-24)
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.

Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio
che sarà chiamato Emmanuele,
che significa Dio con noi. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
La Liturgia di oggi ci accompagna sino alla soglia del Natale, quasi a proteggerci da distrazioni e preoccupazioni che non siano quelle relative all’incontro con Gesù. La Chiesa vuole che questo Natale sia pieno di senso e di gioia per ciascuno di noi. Sulla soglia della notte santa ci fa incontrare Giuseppe, un uomo come tanti altri, un carpentiere di un piccolo villaggio della Galilea. Né lui, né il suo villaggio, né la Galilea erano importanti nella società del tempo. Anzi quella zona, per la sua posizione periferica, non godeva di buona fama, tanto più che si presentava poco sicura sul piano della fede. Giuseppe viveva la sua piccola vita di operaio e pensava al suo futuro. Sognava un futuro normale, con una famiglia e un lavoro tutto sommato decoroso. Prese in sposa una ragazza del villaggio, Maria, attendendo tranquillo la realizzazione definitiva del suo sogno. Un giorno, però, questo sogno venne turbato. Maria era rimasta misteriosamente incinta. Cosa era successo? Si poteva parlare (e accusare Maria) di adulterio. Nel giudaismo dell’epoca si imponeva il “ripudio” della donna. Giuseppe, perciò, in quanto marito tradito, avrebbe dovuto ripudiare Maria, con tutte le conseguenze civili e penali che si sarebbero abbattute su di lei che sarebbe apparsa agli occhi di tutti una ragazza adultera, rifiutata ed emarginata non solo dai parenti ma da tutti gli abitanti di Nazareth.
Giuseppe, uomo giusto, decise tuttavia di licenziarla in segreto per non esporla a questa penosa situazione. Sebbene giovane aveva pietà e saggezza. In ogni caso il suo sogno era stato infranto. Non gli restava altro che riflettere su quell’amara esperienza. E possiamo immaginare il suo dramma e il rincorrersi dei pensieri. Ma Dio non lo lasciò solo con i suoi pensieri. Proprio mentre si interrogava amareggiato e forse senza più speranza per il suo futuro, Giuseppe riprese a sognare. “Gli apparve un angelo del Signore”, scrive l’evangelista. Questa volta non era più il piccolo sogno, legato alla semplice vita di carpentiere che lui stesso s’era programmata. Si trattava di un sogno ben più grande: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.
È il Vangelo di Natale. Potremmo dire che è il “sogno” del Natale: un bambino salverà il mondo intero dai suoi peccati; un bambino libererà il mondo da tutte le schiavitù. Giuseppe, semplice carpentiere di un piccolo villaggio della periferia dell’Impero, si trova a vivere in un orizzonte nuovo e largo, quello del Natale. Non più il suo piccolo sogno, ma quello grande del Signore, il sogno sconfinato del Vangelo. Giuseppe si destò e fece come l’angelo gli aveva ordinato: prese con sé Maria. Giuseppe, umile carpentiere, oggi sta davanti a noi per esortarci ad ascoltare il Vangelo, ad accogliere il sogno che sta dentro la parola dell’angelo. Giuseppe non è tra gli attori principali del Vangelo. Eppure prese parte alla grandezza e alla gioia di quella notte: prese con sé Maria e il bambino. A ciascuno di noi è chiesto di prendere con sé il Vangelo e di abbandonare l’egocentrismo banale dei propri piccoli sogni e aspirazioni. A Natale si deve sognare in grande. Anche noi, sebbene piccoli e spesso banali, possiamo prendere parte al grande disegno d’amore che Dio ha per gli uomini. Con Giuseppe ci avviciniamo alla santa notte per accogliere il Signore e per camminare con lui lungo le vie degli uomini.

lunedì 5 dicembre 2016

Terza Domenica di Avvento

Dal vangelo di Matteo 11,2-11
Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”. Gesù rispose: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me”. Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto:
Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero 
che preparerà la tua via davanti a te.
In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
La Parola di Dio che ci viene rivolta in questa terza domenica di Avvento invita tutti coloro che abitano nel deserto di questo mondo a rallegrarsi perché ricevono una promessa: “Vedranno la gloria del Signore e la magnificenza del nostro Dio” (Is 35,2). Il profeta apre gli occhi degli ascoltatori oltre la tristezza e la rassegnazione di questo mondo e invita tutti alla speranza e all’attesa dell’avvento di Dio. Scrive ancora: “Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio… Egli viene a salvarvi”. Il Signore verrà. È la promessa che il profeta, con pensosa e gioiosa fermezza, rivolge anche a noi. Egli ci presenta la visione di un mondo nuovo, ove lo zoppo salta come un cervo, il muto grida di gioia e una strada si apre in mezzo alla pesantezza e alla tristezza della condizione umana, e attraverso di essa passeranno quelli che sono riscattati dal Signore. E aggiunge ancora: “Gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”. Ma tutto ciò non è un sogno? Non è uno dei tanti sogni che si ripropongono di tempo in tempo? È il sogno dei momenti di ottimismo? Oppure una bella speranza che il profeta ci comunica per consolare la tristezza della nostra condizione? Quando, infatti, potremo vedere al posto delle lacrime e della tristezza una eventuale gioia o felicità? Forse è proprio questo il dramma di Giovanni Battista che è rinchiuso in carcere per mano di Erode. La promessa di Isaia non è un sogno? L’avvento del Regno di Dio non è una realtà lontana? Quanto ancora bisogna aspettare?
Giovanni, che non a caso in questo tempo ci accompagna robustamente verso il Natale, manda i suoi discepoli da Gesù a chiedergli: “Sei tu che devi venire o dobbiamo aspettarne un altro?”. È la domanda di questo tempo di Avvento; ma è anche la domanda di ogni giorno dell’uomo religioso e dell’uomo che ha a cuore le sorti del mondo. Anche noi, in questa domenica, chiediamo qual è l’avvento, quando e come si realizzerà la profezia di Isaia. Lo chiediamo alla Parola del Signore, come quei discepoli di Giovanni lo chiesero a Gesù. L’evangelista scrive che i discepoli di Giovanni furono accolti dal profeta di Nazareth che non mancò di dare loro la risposta: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”. Gesù, riprendendo le parole del profeta Isaia, manda a dire a Giovanni che quella profezia si è compiuta; non è più solo un sogno, è già realtà.
Attraverso la sua persona che cammina in mezzo agli uomini, la profezia di Isaia ha iniziato il suo definitivo compimento. E Gesù aggiunge: “Beato chi non si scandalizza di me”. In lui si compie il disegno di Dio, non nella straordinarietà del meraviglioso o nel mistero dell’esoterismo magico, ma nella ordinarietà della misericordia e nel mistero della compassione. Spetta alle generazioni cristiane, anche alla nostra, rendere visibili i segni che Gesù stesso ha posto come inizio di un mondo rinnovato. È la grave responsabilità che poggia sulle spalle di ogni discepolo. Potremo dire anche noi a chi ci interroga: “Andate e riferite ciò che udite e vedete”. Ebbene, i segni di questo avvento ci sono anche oggi. C’è chi ha iniziato ad annunciare il Vangelo ai poveri, c’è chi compie i miracoli della carità, della giustizia, della misericordia di Dio, c’è chi, dimenticando se stesso, si è posto al servizio dei più deboli e dei più poveri, ci sono ciechi che vedono amici affettuosi accanto a loro, ci sono coloro che sanno consolare chi è nel pianto e sanno essere teneri e premurosi con chi è malato e abbandonato.
Beato chi accoglie questi segni e si lascia toccare il cuore. Gesù è venuto e ci insegna a camminare con lui, a lavorare con lui, a voler bene con lui, a commuoverci con lui su quelle folle stanche e sfinite che incontra lungo il cammino. Egli ci insegna a non disperare nell’attesa e a non chiudere il nostro cuore nell’angusto orizzonte di oggi, nell’orgoglio o nella rassegnazione. “Vieni, Signore Gesù!” era la preghiera antica dei cristiani. Ed è anche la nostra preghiera che ci libera dal fascino triste del deserto di questo mondo.

Seconda Domenica di Avvento

Dal Vangelo secondo Matteo (3,1-12)
In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Mentre muoviamo i primi passi verso il Natale del Signore, ci viene incontro la figura di un grande profeta, Giovanni Battista: l’evangelista lo presenta come un uomo vestito di peli di cammello e con una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo sono locuste e miele selvatico. Si ritira nel deserto di Giuda, lontano da Gerusalemme, e parla un linguaggio insolito, ma chiarissimo: «Razza di vipere», dice a chi opprime i più deboli, predicendo su di loro l’ira imminente di Dio. Per tutti aggiunge che la scure è ormai posta alla radice degli alberi: chi non produce frutti buoni sarà tagliato e gettato nel fuoco. Insomma, le sue invettive mettono in guardia gli abitanti di Gerusalemme sulla loro lontananza da Dio e dal suo amore.
Giovanni aveva preso le distanze da Gerusalemme. Si era spogliato di tutto; voleva essere forte solo della Parola: «Voce di uno che grida nel deserto». Sì, il suo vero nome è “Voce di uno che grida”. È solo una voce, che indica però la via della salvezza: «Preparate la via al Signore». Oggi questo profeta torna tra noi. Ma chi è, il profeta, oggi? È il Vangelo. Questa Parola è la voce che indica vie nuove, diverse da quelle della sopraffazione, dell’interesse solo per se stessi, del disprezzo, della violenza, della indifferenza. Il Vangelo, oggi, ci esorta: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Le nostre vie sono spesso lontane da quelle del Signore. Convertirci vuol dire, perciò, chiedere anzitutto perdono per la distanza che abbiamo frapposto tra noi e Gesù. Per aiutarci, il Signore spalanca davanti ai nostri occhi la sua visione, quella stessa che vide Isaia: «il lupo dimorerà insieme con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra». Quello di Gesù è un mondo svuotato di violenza e pieno di benevolenza e di amicizia. È il regno di Dio che soppianta quello triste e violento di questo nostro mondo, ove gli uomini continuano a combattersi, ove la violenza del terrorismo semina angoscia, ove un popolo si scaglia contro quello vicino, ove una parte della stessa nazione si mette contro l’altra, ove ciascuno si rinchiude nel proprio egocentrismo e bada solo a difendere i propri interessi.
Abbiamo bisogno dell’avvento di Dio e del suo regno. E Dio viene, anzi è ormai alle porte, ci dice la liturgia. È la buona notizia del Natale. E ha il volto di un bambino. Sì, il Bambino di Betlemme ci guiderà verso il regno. Per questo nasce. Il piccolo libro del Vangelo, se lo leggiamo con amore, ci illuminerà e ci guiderà. E sarà come un fuoco: riscalderà il nostro cuore e non saremo più schiavi dell’egoismo; guiderà i nostri passi a non ruotar più su noi stessi; sorreggerà le nostre mani per stenderle verso chi ha bisogno; irrobustirà i nostri piedi portandoci sulle vie dell’amore; illuminerà la nostra mente a riconoscere le cose vere e belle della vita.