mercoledì 29 giugno 2016

XIV Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (10,1-12.17-20)

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: "La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca,né sandali e nonfermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!". Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: "È vicino a voi il regno di Dio". Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: "Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino". Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.
I settantadue tornarono Dalpieni di gioia, dicendo: "Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome". Egli disse loro: "Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli".
Domenica scorsa, il Vangelo di Luca ci ha come inseriti nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Ognuno di noi, mentre segue i suoi ritmi di vita, magari già segnati dalle vacanze, è preso dal Signore e coinvolto nel suo viaggio. Non siamo noi i maestri o coloro che scelgono la meta, eppure è un viaggio estremamente coinvolgente. In questa domenica l'evangelista ci associa ai settantadue discepoli inviati da Gesù: "Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi" (v. l). Una prima riflessione riguarda il numero settantadue. Non è una semplice notazione quantitativa. Settantadue erano le nazioni della terra, secondo l'antica tradizione ebraica. È come dire che, fin dall' inizio, l'orizzonte evangelico si apre a tutti i popoli, a tutte le nazioni, a tutte le culture. Gesù, sin dai primi passi del suo viaggio, ha di fronte tutti i popoli, e a loro invia i discepoli. Nessuno deve restare fuori dell'annuncio del Vangelo. La Pentecoste, quando tutte le nazioni che sono sotto il cielo "udirono annunziare nelle loro lingue le grandi opere di Dio" (At 2,11), inizia già qui, proprio mentre Gesù muove i suoi primi passi. Con lo sguardo rivolto ai confini della terra, Gesù dice ai discepoli: "La messe è molta". Nessuno è escluso dal suo sguardo e dalla sua preoccupazione. Di fronte a questa moltitudine immensa, con un accento di tristezza, aggiunge: "ma gli operai sono pochi" (v. 2).
Sì, c'è una sproporzione tra l'enorme attesa e il piccolo numero di discepoli. Ma non si tratta di una semplice sproporzione numerica. Il problema sta più a fondo: nella qualità dell'annuncio. Sta qui, io credo, la sfida che dobbiamo raccogliere. Per far fermentare la pasta, senza dubbio è importante la quantità di lievito, ma è decisivo che sia davvero lievito. Ebbene, il problema sta tutto qui, sulla qualità del lievito. In altra parte del Vangelo si legge: "Se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?" (Mt 5,13). Settantadue discepoli erano per altrettanti popoli. Noi forse siamo pochi e certamente dobbiamo crescere anche nel numero. Ma il problema cruciale non è nel numero bensì nella qualità. Insomma, non è che siamo pochi; forse siamo poco lievito, poco sale, poca luce. Ecco perché attorno a noi si vive spesso come se Dio non ci fosse. La messe resta molta, ma gli operai lavorano poco, sono tutti presi ognuno dai propri problemi, dalle proprie preoccupazioni. Sono per lo più tesi a salvare se stessi, ad arare il proprio piccolo campicello, a ritagliarsi la propria piccola tranquillità. E chi non ha bisogno di tranquillità?
Il Vangelo ci suggerisce come essere bravi operai. Perché Gesù, di fronte a una messe così grande, manda i discepoli due a due? Non era più logico mandarli uno a uno e raddoppiare così i luoghi di annuncio? Bella la spiegazione che Gregorio Magno dà di questo passo evangelico. Il grande vescovo scrive che Gesù mandò i discepoli due a due perché la prima predica fosse anzitutto l'amore vicendevole, e comunque le loro parole fossero testimoniate con la loro vita. Questo vuol dire essere lievito, sale e luce. "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35). La comunione tra i fratelli è la prima grande predicazione. Ma dov'è la nostra comunione? Dove la preoccupazione perché noi cresciamo come una famiglia? Non siamo, invece, distanti gli uni dagli altri, ognuno per proprio conto? Ma "due a due" vuol dire aprirsi a tutti. Sì, l'evangelizzazione inizia dall'amore vicendevole e conduce ad allargare l'amore.
La Gerusalemme verso cui andiamo con il Signore, infatti, non è forse la città ove tutti gli uomini, tutte le nazioni, tutti i popoli si ritroveranno raccolti come in una sola famiglia? Per questo oggi ci scandalizza più che mai la "corsa" al frazionismo, allo smembramento, alla contrapposizione, alla lotta fratricida, alle guerre tra gruppi etnici che si ammantano talora anche della dimensione religiosa. La Chiesa, ogni comunità cristiana, sente ancora più vere le indicazioni di Gesù: "Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi" (v. 3). Non è un compito agevole per un "agnello" far cambiare vita al "lupo"; non è facile sconfiggere l'individualismo e l'interesse per se stessi; non è naturale distruggere gli idoli dell'arroganza, della competizione, della forza, per affermare la signoria di Dio. E tutto è ancora più difficile se questi "agnelli" debbono presentarsi senza "borsa, né bisaccia, né sandali". L'unica loro forza è nella pace donata dal Signore e nell'amore vicendevole che la manifesta. È questa l'unica forza che i discepoli hanno. Qualcuno l'ha chiamata la "forza debole" della fede; è debole perché non ha né armi, né arroganza; eppure è a tal punto forte da spostare i cuori degli uomini.
Le frasi finali del brano evangelico ce lo confermano: "I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: "Signore anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome"" (v. 17). E Gesù: "Lo vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare" (vv. 18-19). C'è dunque un potere dato ai discepoli: quello di voler bene a Dio e agli uomini a ogni costo e sopra ogni cosa. Questa è l'unica grande e fortissima ricchezza del cristiano.

giovedì 23 giugno 2016

Tredicesima Domenica del Tempo Ordinario

Dal Vangelo secondo Luca (9,51-62)
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”.
Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”.
Il brano evangelico ci presenta Gesù in un momento di svolta della sua vita. Si legge, infatti, nel versetto d’inizio che si stavano ormai avvicinando i giorni in cui egli sarebbe stato “tolto” dal mondo. Di fronte a questa imminenza, Gesù “si diresse decisamente verso Gerusalemme” (letteralmente: “indurì il suo volto verso Gerusalemme”). Si tratta di una decisione ferma e irremovibile. Gesù sapeva quello che avrebbe significato per lui salire a Gerusalemme: ossia la morte come conclusione dello scontro decisivo con i capi religiosi. In altre parti del Vangelo, si parla dell’opposizione dei discepoli a questa decisione del Maestro, avendo anch’ essi intuito il pericolo che Gesù correva. Ma la predicazione del Vangelo a Gerusalemme era decisiva per Gesù; poco più avanti dirà: “È necessario che io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori da Gerusalemme” (Lc 13,33). L’evangelista, da questo momento, fa iniziare a Gesù un lungo pellegrinaggio verso Gerusalemme. Non è un semplice artificio letterario. Per l’evangelista, il viaggio a Gerusalemme è emblematico dell’intera vita dei discepoli: essere pellegrini verso Gerusalemme, la città della pace. Il Vangelo parla della Gerusalemme terrena (quanto sarebbe importante che i responsabili della politica si incamminassero “decisamente” verso questo traguardo! Ogni città ha diritto alla pace; Gerusalemme ce l’ha scritto nel nome stesso). In verità il traguardo è verso la Gerusalemme del cielo, verso la pienezza del Regno di Dio.
In questo viaggio di Gesù noi saremo guidati dal Vangelo per essere accanto a lui. Possiamo paragonare il Vangelo che ci verrà annunciato di domenica in domenica al mantello che il profeta Elia gettò sulle spalle di Eliseo, come ascoltiamo dalla prima lettura della Liturgia (l Re 19,16.19-21). Elia incontra Eliseo, mentre sta arando con dodici paia di buoi; passandogli accanto, il profeta gli getta sulle spalle il suo mantello. Eliseo, nota la Scrittura, “lasciò i buoi e corse dietro a Elia”. Eliseo non voleva perdere il legame con il profeta. Ma in seguito Elia scomparve, e a Eliseo rimase il mantello del maestro. Ogni domenica il Vangelo sarà per noi questo mantello, gettato sulle nostre spalle, perché possiamo correre dietro a Gesù. E non sarà un giogo pesante che schiaccia. Al contrario, ci è dato per la nostra libertà. L’apostolo Paolo, nella seconda lettura (Gal 5,1.13-18), lo dice chiaramente: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi, infatti, siete stati chiamati a libertà” (vv. 1.13). E la libertà è, appunto, poter seguire Gesù in questo viaggio.
I due episodi ricordati nel Vangelo di questa domenica lo esplicitano bene. Il primo è ambientato in un villaggio di samaritani, una comunità ostile agli ebrei. Quando due discepoli vanno a chiedere agli abitanti di quel villaggio di ospitare Gesù, si trovano davanti a un netto rifiuto. La reazione dei discepoli è altrettanto netta e implacabile: “”Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Ma Gesù si voltò e li rimproverò” (vv. 54-55). Anche noi avremmo reagito come quei discepoli. Gesù però non è d’accordo. Il Vangelo è estraneo al modo di reagire del mondo; e sempre lo sarà, per fortuna! Guai se dovessimo applicare la nota legge: “Occhio per occhio e dente per dente”. Saremmo tutti ciechi e sdentati. Seguire il Vangelo vuol dire accogliere Gesù e il suo spirito nella nostra vita, metterci dietro di lui senza riserve. La parola: “Seguimi” fa da raccordo tra i vari quadretti evangelici. Analogamente dovrebbe legare i nostri giorni al Signore.
Seguire Gesù, legarsi a lui, comporta non pochi scioglimenti, tagli e distacchi. Ci viene spiegato attraverso i paradossi del funerale del padre e del saluto alla famiglia, vietati al discepolo. Gesù non vuole impedire atti di pietà e di umanità. Vuole affermare con chiarezza inequivocabile il primato assoluto del Vangelo sulla nostra vita. E non è una pretesa del più forte. Egli sa bene che non c’è libertà al di fuori di lui: o liberi con lui, o schiavi dei tanti padroni di questo mondo. Non c’è alternativa. Ma Gesù ci vuole liberi. Per questo grande dono della libertà è disposto a rinunciare persino alla sua stessa vita. Ecco la ragione ultima della grave affermazione finale: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno dei cieli” (v. 62).

martedì 14 giugno 2016

Dodicesima Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (9,18-24)
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: “Le folle, chi dicono che io sia?”. Essi risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto”. Allora domandò loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro rispose: “Il Cristo di Dio”. Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno.
“Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essererifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”.
Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà.
“Chi sono io secondo la gente?”. È la domanda che Gesù rivolge ai suoi discepoli a Cesarea di Filippo (Lc 9,18-24). L’evangelista non riporta il luogo ma precisa la situazione in cui Gesù si rivolge con queste parole ai discepoli, ossia “mentre egli si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui” (v. 18). Non si tratta di una sorta di sondaggio elettorale da parte di Gesù; anche se gli evangeli, in varie circostanze, fanno emergere la diversità delle opinioni e degli atteggiamenti della gente verso questo singolare profeta di Nazareth. Luca pone in bocca ai discepoli alcune delle opinioni più comuni: “Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto” (v. 19). A ognuna di queste attribuzioni corrispondeva un grado più o meno elevato di popolarità o comunque di adesione.
Tuttavia, a Gesù non sembra interessare più di tanto il parere della gente; quel che davvero gli sta a cuore è cosa pensino di lui i discepoli. E il motivo si comprende dal seguito del racconto evangelico. Gesù sta per intraprendere un cammino davvero difficile verso Gerusalemme. Egli ha ormai chiaro lo scontro che avverrà tra la sua predicazione e le autorità religiose (gli anziani e i principi dei sacerdoti) e spirituali (gli scribi) che dominano Israele. E certamente gli tornano in mente i numerosi brani dell’Antico Testamento ove si parla del servo sofferente o del giusto “trafitto”, come abbiamo ascoltato dalla lettura del profeta Zaccaria. Ma se per lui è chiaro quel che gli accadrà, non lo è affatto per i discepoli. Per questo, Gesù, senza commentare le opinioni della gente, chiede immediatamente ai discepoli: “Ma voi chi dite che io sia?” (v. 20). È la domanda centrale del brano evangelico. Essa chiede certamente chiarezza di idee, ma soprattutto adesione del cuore. E Pietro, a nome di tutti, risponde: “Il Cristo di Dio”. È una risposta che se non è del tutto chiara nella mente di Pietro, certamente è piena e limpida sul piano della sua adesione affettiva ed esistenziale. È ormai chiaro che Gesù per i discepoli non è solo un maestro di dottrine, è l’amico, è il confidente, è la loro vita, è il loro salvatore.
La conversazione che si instaura tra Gesù e i discepoli, perciò, non assomiglia a quelle che si possono fare all’interno di una qualsiasi organizzazione, è piuttosto un dialogo familiare, confidente. Gesù apre il suo cuore e confida ai suoi più intimi quello che gli accadrà a Gerusalemme. Del resto è venuto sulla terra per compiere non la sua ma la volontà del Padre, qualunque cosa essa comporti. L’annuncio “confidenziale” della sua passione, morte e risurrezione, certamente sciocca il piccolo e sparuto gruppo di discepoli. Ma Gesù sa bene che questa è l’essenza del suo Vangelo e per nessuna ragione al mondo può rinunciarvi. Anzi, chiunque vuole seguirlo deve accoglierla. Continua, perciò, a parlare proponendo alcune indicazioni sulla sequela. La prima e fondamentale condizione, comunque, è un’adesione piena e totale a lui. Gesù vuole che i discepoli siano tali non solo esteriormente ma con il cuore; non a metà, ma interamente. E proprio all’inizio del suo viaggio verso Gerusalemme – siamo ancora in Galilea – dice a coloro che lo ascoltano: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Più avanti, ancora più’ duramente, dirà: “Se qualcuno viene dietro a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la sua stessa vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26).
Il legame richiesto è forte, più forte del vincolo naturale che ognuno di noi ha con i propri genitori, i figli, il marito o la moglie; e più forte del legame che ognuno ha con se stesso, i propri affari e i propri interessi. L’urtante espressione “odiare”, certo va compresa; ma resta comunque urtante. E non può essere altrimenti. Non va, perciò, sminuita nella sua forza. Gesù chiede perentoriamente di essere amato sopra ogni cosa; esige di venir prima di ogni affetto e di ogni affare. O, se si vuole, pretende di essere il primo affetto e il primo affare. Tutto ciò comporta tagli e divisioni da operare su ciascuno di noi, iniziando appunto dal cuore. Qui è il luogo ove si sceglie a chi affidare la propria vita: se a se stessi, alla propria carriera, a tanti altri idoli, oppure al Signore. È ovvio che ogni taglio, ogni divisione, richiede sforzo e sacrificio; talvolta, una vera e propria lotta. Essa va combattuta da ogni discepolo. Le parole del Signore non riguardano una particolare categoria di persone (preti, religiosi, suore) ma tutti i cristiani, tutti coloro che scelgono di seguire Gesù. La sequela, come dicevo, è un fatto anzitutto affettivo: Gesù lo si segue con il cuore, ossia volendogli bene, pensandolo, parlando con lui, avendolo davanti agli occhi, cercando di mettere in pratica quello che dice.
In tal senso la sequela è il cuore del messaggio morale del Vangelo. L’esperienza di Gesù e il suo stile di vita costituiscono l’inderogabile norma di vita di ogni cristiano. Seguire Gesù significa essere disponibili a percorrere il suo cammino, a prendere su di sé il rifiuto del mondo, l’incomprensione e anche la diffamazione. Ma il termine sarà la risurrezione, la pienezza della vita. Gesù lega il discepolo al suo destino personale. Sembra direi: “Il cammino che sto per intraprendere è anche il vostro cammino”. E chiude con una frase davvero strana per noi, ma è la sintesi della sua vita: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (v. 24). Chi “perde” la vita, ossia chi la spende al seguito di Gesù, l’ha davvero salvata. Non l’ha persa dietro cose vane e illusorie.

giovedì 9 giugno 2016

XI Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca 7,36-8,3
Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva diprofumo. Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!”.

Gesù allora gli disse: “Simone, ho da dirti qualcosa”. Ed egli rispose: “Di’ pure, maestro”. “Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?”. Simone rispose: “Suppongo sia colui al quale ha condonato di più”. Gli disse Gesù: “Hai giudicato bene”. E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco”. Poi disse a lei: “I tuoi peccati sono perdonati”. Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: “Chi è costui che perdona anche i peccati?”. Ma egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.
In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
Il Vangelo di questa undicesima domenica ci fa entrare nella casa di un fariseo, di nome Simone, che ha invitato a pranzo Gesù. Mentre sono a tavola una donna, “una peccatrice di quella città”, nota l’evangelista, entra e si avvicina verso Gesù. Giunta ai suoi piedi gli si sdraia accanto e piangendo gli bagna di lacrime i piedi e poi si mette ad asciugarli con i capelli e a ungerli di olio profumato. La scena è indubbiamente straordinaria, in tutti i sensi. Si può anche comprendere la reazione dei presenti, viste le consuetudini del tempo. È una reazione non solo di fastidio per questa donna che si è introdotta in casa quantomeno disturbando il pranzo. Ma c’è anche un severo giudizio verso Gesù. Egli, infatti, non comprendendo chi sia quella donna, la lascia continuare. Insomma, Gesù non capisce. È come dire che sta fuori del mondo, o anche, che il Vangelo non è realistico. In verità, erano loro a non comprendere né l’amore di quella donna e il suo desiderio di essere perdonata e tantomeno l’amore di Gesù. Simone, infatti, si permette di criticare, in segreto, il suo ospite: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”. Davvero aveva il cuore duro Simone per non comprendere l’affollarsi di sentimenti di amore e di tenerezza in quella scena. Ma era talmente preso dal suo giudizio e dai suoi pregiudizi, da essere cieco nel cuore. Invece, Gesù, che legge nel segreto del cuore, accoglie questa donna e lascia che esprima i suoi sentimenti di amore, di vergogna, di richiesta di comprensione, di perdono, di affetto. È un momento significativo. E Gesù sente il bisogno di spiegare quel che sta accadendo con una parabola, tanto è importante quel che quella scena significa. In effetti, esprime il cuore del Vangelo, o meglio il cuore stesso di Dio e, nello stesso tempo, la nostra distanza da Lui.
Per questo Gesù si rivolge direttamente a Simone. Non fa come lui che critica in segreto. Gesù parla chiaramente ma con affetto e con amore e dice a Simone: “Ho una cosa da dirti”. E gli racconta una parabola. È il metodo che Gesù usa sempre, quello di palare direttamente alla mente e al cuore di chi gli sta di fronte. Non è venuto infatti a esporre una dottrina o un nuovo teorema. Gesù è venuto a cambiare il cuore e la vita degli uomini. È venuto a salvarci rendendoci più umani e meno insensibili. La parabola che racconta è quella di un creditore che aveva due debitori, l’uno con un grande debito e l’altro con pochi spiccioli. Il creditore condona il debito ad ambedue. La risposta di Simone su chi dei due deve esser più grato è corretta. Ma non si accorge che si sta accusando. Gesù si rivolge alla donna e parla a Simone facendogli notare la differenza di atteggiamento avuto dalla donna verso di lui. Tanto è stato evidente il suo ritegno, tanto è stato manifesto l’amore di quella donna. “Non ha smesso di baciarmi i piedi”, dice commosso Gesù. E aggiunge: “le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato”. C’è in questa affermazione quel primato dell’amore che papa Benedetto XVI ha richiamato nella sua enciclica. L’amore viene sempre da Dio. E se anche è distorto, se anche è indirizzato in maniera errata, c’è tuttavia una scintilla che se accesa può provocare un incendio salutare. È quel che avvenne in quel pranzo. Gesù seppe accogliere quella donna e accendere in lei la scintilla dell’amore. Si rivolge quindi direttamente a lei e le dice: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”. L’amore per il Signore, infatti, fa piegare il suo cuore verso di noi, brucia il nostro peccato e ci dona la forza per una nuova vita. La grettezza del cuore dei commensali non fece comprendere loro le parole evangeliche e restarono privi della gioia di quella donna che aveva ritrovato la gioia di vivere e di amare.
E forse non è solo un caso che l’evangelista continui narrando di Gesù che percorre le strade della Galilea in compagnia dei “Dodici” e di alcune donne, insegnando e compiendo segni di salvezza, come esorcismi e guarigioni. È come dire che l’amore di Gesù continua a percorrere le vie degli uomini perché tutti siano salvati dalla freddezza di un mondo che non sa amare. Ed è significativo che ovunque Gesù passi si venga a creare immediatamente tra la gente la sensazione di una nuova speranza, di una festa inaspettata, e ovunque è suscitata l’attesa di nuova vita. Esemplare di questa nuova vita è il gruppo delle donne che stavano con lui e lo accompagnavano ovunque andasse. Esse, scrive Luca, “erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità”, e si erano messe al seguito di Gesù. Facevano parte a pieno titolo di quella nuova comunità, sino al punto da mettere a servizio di tutti i loro beni. È una indicazione importante perché appare chiaro quanto Gesù andasse oltre le consuetudini del suo tempo. Era infatti impensabile per il costume religioso dell’epoca far entrare nel circolo dei discepoli anche delle donne. Gesù, invece, le associa alla sua stessa missione, come appare anche in altre pagine evangeliche. È una indicazione da raccogliere con cura perché mostra che nessuno è escluso dalla partecipazione alla comunità dei discepoli, e nessuno è esonerato dalla corresponsabilità della comunicazione del Vangelo.

sabato 4 giugno 2016

Decima Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (7,11-17)
In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain,e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tombaun morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “Non piangere!”. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi”, e: “Dio ha visitato il suo popolo”. Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Il Vangelo ci presenta Gesù che cammina per le strade e le piazze della sua terra, seguito dai discepoli e da molta folla. È una scena notata spesso dagli evangelisti. Questi viaggi di Gesù non sono spostamenti compiuti per propria soddisfazione, oppure per scoprire cose nuove o comunque per soddisfare propri interessi. Gli evangelisti notano, fin dall’inizio della vita pubblica di Gesù, che il motivo di questo suo camminare per le strade degli uomini nasce dalla “compassione” per le folle “stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (Mt 9,36). Per questo, nota Matteo, Egli: “Percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e infermità” (Mt 9,35).
Il brano del Vangelo di Luca ci narra di Gesù che si avvicina alla cittadina di Nain. Giunto alle sue porte incrocia un altro corteo: è una folla di gente che accompagna al cimitero una povera vedova che ha perduto l’unico suo figlio. Gesù non passa oltre, non prosegue per la “sua” strada come magari facciamo noi, oppure, come accade talora, ci fermiamo in attesa che il corteo passi e poi continuiamo per la nostra meta. Gesù, guarda quel corteo e vede quella vedova che piange disperatamente per la perdita dell’unico figlio. E si ferma. È preso da una forte “compassione”. Il termine “compassione” oggi lo abbiamo come depotenziato; è divenuto un sentimento legato al disprezzo, o comunque considerato negativamente. Eppure la compassione è il cuore dell’intera vicenda biblica. Tutto nella Scrittura, dalla prima all’ultima pagina, parla della compassione di Dio che ha lasciato il cielo per venire sulla terra incontro agli uomini e salvarli dal potere del male e della morte. Il termine “compassione” nella Scrittura è inteso in maniera forte: è un amore che fa uscire da se stessi per accorgersi degli altri, che porta ad amare gli altri prima di se stessi, che spinge a dare la propria vita per gli altri. Questa è la compassione che muove il Signore e che nell’inviare il Figlio raggiunge il suo culmine.
La vicenda della guarigione del figlio della vedova di Zarepta – narrata dal primo libro dei Re – è un segno di quel che sarebbe accaduto nella pienezza dei tempi quando la “compassione” si sarebbe fatta persona in Gesù di Nazareth. Sì, Gesù è il compassionevole, colui che dà la sua stessa vita per gli altri. Fin dal libro dell’Esodo vediamo Dio che ha compassione per il suo popolo schiavo in Egitto e decide di “scendere” per liberarlo. Chiama, infatti, Mosè e lo invia dal faraone perché liberi il popolo di Israele. E così continua a fare lungo la storia di Israele inviando di tempo in tempo i profeti. La vicenda di Elia si inscrive in questa storia della compassione di Dio per gli uomini. Con Gesù, che è il compassionevole, la commozione di Dio raggiunge il suo culmine. È una compassione forte e potente. Non si tratta di un sentimento svilito. È facile oggi ascoltare come un’accusa l’essere “buonista”.
La compassione è un sentimento forte, robusto, che cambia la vicenda umana, che muove la storia verso il bene, che forza il male e lo sconfigge. È quel che accadde in quel giorno alle porte della città di Nain. Gesù fece fermare il corteo funebre e si rivolse direttamente a quel giovane steso sul suo lettuccio di morte: “Giovinetto, dico a te, alzati!” Quel giovane, all’udire la voce di Gesù, si levò, si mise a sedere sul lettuccio dove era disteso e iniziò a parlare. La parola di Gesù ricrea la vita, fa rialzare dalla disperazione e da una vita come di morte. Perché? Perché quelle parole grondano misericordia, coinvolgimento, compagnia, amore viscerale. È impossibile resistervi. Quel giovane le ascoltò e, seppure era morto, si rialzò. Anche il centurione di Cafarnao disse a Gesù: “dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito” (Mt 8,8). E così avvenne. La parola di Gesù è forte perché piena di amore e di compassione. L’evangelista non riporta cosa disse questo giovane a Gesù, alla madre, alla folla, e tutto sommato non ci interessa più di tanto. Quel che conta sono le parole di Gesù. Sono queste parole che i cristiani debbono continuare a ripetere con lo stesso amore con cui le ha pronunciate Gesù. Vengono in mente i tanti giovani di oggi abbandonati a se stessi e schiavi dei tanti miti di questo mondo. La loro vita è in balia di miti che li stringono sempre più violentemente nelle loro spire voraci stritolandoli sino alla morte. E quel che impensierisce ancor più è la solitudine nella quale sono lasciati. Chi dice loro le parole del Vangelo? Chi si ferma e li ama con l’amore di Gesù? Chi spende la propria vita per stare accanto a loro con amore compassionevole?
Purtroppo la cultura dominante – quella di cui tutti siamo figli – ci spinge a pensare ciascuno ai propri affari. E spesso, anche all’interno delle famiglie, ciascuno è attento solo a se stesso. C’è bisogno di riscoprire la compassione di Gesù che spinge a coinvolgerci con la vita di tutti e particolarmente dei più deboli, dei giovani, dei nostri ragazzi. Hanno bisogno di persone che si commuovano su di loro subito e non solo quando è ormai troppo tardi. Capita anche oggi che in tanti ci raccogliamo attorno alle bare di giovani stroncati violentemente dalla morte. Dobbiamo chiederci se non sia troppo tardi. È urgente parlare ai giovani come faceva Gesù, con l’autorevolezza dell’amore, con l’autorevolezza di chi spende la vita per loro. Queste parole toccano il cuore e fanno rialzare da una vita che altrimenti è come se fosse già morta. Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci spinge a metterci ancora una volta alla sequela di Gesù per accogliere in noi il suo amore e poter operare quel che lui stesso ha operato. Lui stesso disse un giorno ai suoi discepoli: “In verità, in verità vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi” (Gv 14,12).