martedì 22 dicembre 2015

Domenica della Santa Famiglia

Dal vangelo di Luca 2,41-52
I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
Sono passati pochi giorni dal Natale e la Liturgia ci porta subito a Nazareth per farci incontrare quella singolare famiglia. Con questa festa liturgica la Chiesa vuole sottolineare che anche Gesù ha avuto bisogno di una famiglia, dell’affetto di un padre e di una madre. Anche se i Vangeli danno poco spazio alla vita familiare di Gesù e riportano solo alcuni episodi della sua infanzia, la famiglia ha segnato la vita di Gesù per trent’anni. È piena di senso la frase finale del brano evangelico di questa domenica: “partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. E la madre custodiva nel suo cuore tutte queste cose. E Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia davanti a Dio e davanti agli uomini” (Lc 2,51-52).
Sono poche parole ma valgono i trent’anni della “vita nascosta” a Nazareth. A noi, malati di efficientismo, sorge immediata la domanda: perché Gesù ha vissuto tanto tempo così nascostamente? Non avrebbe potuto impiegare quegli anni, o almeno una parte di essi, in modo più fruttuoso, annunciando il Vangelo, guarendo i malati, aiutando insomma quanto più era possibile chiunque avesse bisogno? A parte la considerazione che non sappiamo cosa egli abbia fatto, tuttavia, se ponessimo maggiore attenzione al Vangelo, forse ci sentiremmo rispondere: “non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33). Certo è che quei trent’anni fanno comprendere ancor meglio le parole di Paolo: “Egli si è fatto simile agli uomini”. Sì, Gesù è vissuto in famiglia, come tutti, quasi a voler dire che la salvezza non è estranea alla vita ordinaria degli uomini. E forse anche per questo la Chiesa ha ritenuti “apocrifi” tutti quei racconti creati dalla tenera curiosità dei primi cristiani che volevano rendere straordinaria e miracolosa l’infanzia e l’adolescenza di Gesù. Dal Vangelo sappiamo che la vita a Nazareth è segnata dalla normalità: non ci sono miracoli o guarigioni, non sono riportate predicazioni, non si vedono folle che accorrono; tutto accade “normalmente”, secondo le consuetudini di una pia famiglia israelita. Ebbene la festa odierna ci suggerisce che anche questi anni sono stati santi. La famiglia di Gesù era una famiglia ordinaria, composta da persone che vivevano del lavoro delle proprie mani; quindi né miseri né benestanti, forse un po’ precari. Senza dubbio però erano esemplari: si volevano davvero bene, anche se probabilmente non mancarono incomprensioni, rimproveri ed anche correzioni, come si arguisce ad esempio dall’episodio dello smarrimento nel Tempio. Quel giorno Maria e Giuseppe non capirono quello che Gesù stava facendo. Giunsero persino a rimproverarlo.

giovedì 17 dicembre 2015

Quarta Domenica di Avvento

Dal vangelo di Luca (1,39-48)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.
Allora Maria disse:
“L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
È l’ultima domenica di Avvento. Siamo alla vigilia del Natale. L’Avvento ci ha ricordato che siamo nell’attesa, che sta per venire qualcuno che ci libera dalle schiavitù. I discepoli del Signore non sono persi nell’incertezza; non vagano senza orientamento; non vivono alla giornata, come viene, seguendo la regola della propria soddisfazione ed interesse. La nostra vita non finisce con noi! Nell’Avvento ritroviamo tutti il senso dell’attesa, della gioia perché qualcuno viene a visitarci. Siamo liberati dal pessimismo che fa guardare solo indietro; dal realismo rozzo degli uomini senza speranza. Viene il Signore! Accogliamolo. Egli si fa accanto a noi per non lasciarci mai più soli. La Liturgia di domenica scorsa ci esortava a gioire, a non lasciar cadere le braccia. Il Signore viene, squarcia i cieli e scende. Sceglie la debolezza di una donna; si presenta debole come un bambino. Ma è lui che cambia il cuore degli uomini e il mondo, perché rende nuovo ciò che è vecchio e genera ad una vita nuova.

venerdì 11 dicembre 2015

TAIWAN, SATURDAY, NOVEMBER 28, 2015

1817

TAIWAN, SATURDAY, NOVEMBER 28, 2015

We have come to end of the liturgical year. The Gospel passage we have listened to closes the eschatological discourse that we have been meditating on these past days. Jesus was speaking in Jerusalem. He went to the Temple every day to teach the people, then when evening came, he went to the Garden of Olives to pray. He did that up until the last day of his life, until Holy Thursday when his enemies took him prisoner to put him to death the next day. Thus, when Jesus told his disciples to “Be vigilant at all times and pray,” he wasn’t speaking in a vacuum, he was speaking from his own experience. He knew that at the crucial and trying moments in our lives we must be watchful and prepared. Spiritual tradition teaches us that watchfulness means right living, living as if each day were our last. We mustn’t miss the moment, we mustn’t fail to do good, thinking that we’ll have time tomorrow. We are called on every day to work for an increase of love among all people. We should think that each day is our last, in the sense that there will never be another day like today, and once it is gone, it will never come back. Every day is a blessing. That was how the Lord began the history of the World: each day of creation he brought forth something good, including rest and celebration. Dear friends, we must not waste our days on Earth. Live each one with care and love. It is not only through laziness that days can be wasted. Days are wasted when we live only for ourselves, when we use time only for our own benefit, our own affairs. Living an egocentric life means not thinking about others, not even about Jesus. That is the deep meaning of the Gospel warning we have heard: “Beware that your hearts do not become drowsy from carousing and drunkenness and the anxieties of daily life, lest that day catch you by surprise like a trap. For that day will assault everyone who lives on the face of the earth.” Day by day we need to feel the Lord at our side. He won’t leave us, He won’t abandon us. As He was about to be lifted up into the heavens, he said to his disciples, “Behold, I am with you all days, even to the consummation of the world.” No. We are not orphans, we will not be abandoned. Even if we live in a large city, even if we are few, even if some times great distances divide us, Jesus is at our side. We can take to heart the words of the Apocolypse, “Behold, I stand at the door and knock. If someone hears me and opens the door, I will come in and we will break bread together.” (Apoc. 3:20) Jesus is asking for someone to listen to Him. Jesus is near with love and in turn He asks to be welcomed with love. That is the meaning of the word “knock.” Jesus asks us to let him in to speak with us. Being His disciples means listening to the word, His word, and taking it to heart. Watchfulness, dear sisters and dear brothers, means first of all listening to Jesus. A disciple is one who listens to the Gospel every day. Prayer is above all listening to the Lord and to His word. We can say that watchfulness and prayer are one and the same. Prayer frees us from thinking about ourselves, it makes us raise our eyes to the Lord and open our hearts to His word. We need Jesus to be with us, we need His company, His help, His word. The ancient spiritual teachers were right when they said that prayer is the first duty of the Christian. Prayer leads us to discover that we have a Father and that we are “children.” The Father loves us, nourishes us and protects us from evil. To the disciple who asked, “Lord, teach us to pray,” Jesus answered him with the words, “ Our Father, who art in Heaven….” Jesus commands us to pray always, without tiring. For us, poor, limited men and women, “pray always and without tiring” means praying every day. With daily prayer we re-orient our lives toward God. So often daily life, with its rough and dizzying pace, disorients us, distracts us from God and from the poor. But prayer re-orients us, brings us back to Jesus. The Gospel reminds us that we must “stand before the Son of Man.” Prayer places us every day before the Lord who is a good and merciful judge. And every day he judges us. Matthew the Evangelist says that the Last Judgment will be about love: I was hungry and you gave me to eat; sick and you took care of me, a prisoner and you were concerned for me, a stranger and you took me in. Dear sisters and dear brothers, tomorrow begins a new liturgical year, and Pope Francis has proclaimed it a Jubilee Year of mercy. We will trace each day with a page from the Gospel and a work of mercy as we walk the path to happiness that the Lord has opened for us

mercoledì 9 dicembre 2015

Terza Domenica di Avvento

Dal vangelo di Luca (3,10-18)
Le folle lo interrogavano: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva loro: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi, che cosa dobbiamo fare?”. Rispose loro: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”.
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i laccidei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la palaper pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”.
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
“Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi!”. Queste parole che l’apostolo Paolo rivolse ai Filippesi, sono rivolte anche a noi come a dirci che non c’è più motivo di essere nella tristezza, perché il Signore è ormai vicino. La stessa Liturgia si colora di gioia come per commentare visivamente le parole di Paolo: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”. Sì, questa Liturgia è la nostra preghiera e il nostro ringraziamento al Signore perché ci dona la pace che custodisce i nostri cuori e i nostri pensieri. Dio non è indifferente ai nostri pensieri e alle nostre preoccupazioni; anzi, ci segue, ci ascolta; ma ci ricorda che c’è qualcosa di più grande delle nostre preoccupazioni e delle nostre angosce: la Parola di Dio, fonte della nostra forza e della nostra gioia.

martedì 1 dicembre 2015

Seconda Domenica di Avvento

Dal vangelo di Luca 3,1-6
Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno dirittee quelle impervie, spianate.Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Per noi, uomini e donne "moderni", circondati da una civiltà di rumori, da una molteplicità di messaggi, da un caos distraente, da una sorta di grande luna park dell'effimero, non è facile comprendere la figura di Giovanni Battista. Uomo robusto e severo, nella sua essenzialità, Giovanni è un buon compagno per riscoprire il senso vero della vita. È uno dei personaggi più venerati, dopo Gesù e la Madonna, nell'immaginario collettivo dell'ecumene cristiana. La sua fama, irrobustita dal proliferare delle reliquie, si è estesa anche al di fuori del mondo cristiano. Basti pensare all'islam: all'interno della grande moschea degli Omayyadi, a Damasco, quasi al centro, c'è la tomba di Giovanni Battista, ancora oggi circondata da povera gente. Giovanni è una figura complessa. Già dall'inizio ha fatto discutere. Gesù apostrofò gli apostoli a proposito di Giovanni: "Che cosa siete andati a vedere nel deserto?" (Mt 11,7). C'è un tratto caratteristico del Battista: è un uomo che parla. Parla con voce forte, dal pulpito di una vita severa ed essenziale e grida a ogni uomo che deve attendere il Signore.
Giovanni però non parla per sua personale iniziativa, ma perché è stato raggiunto dalla "parola", in quel preciso anno, in quel determinato luogo, come nota Luca: "Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio... la Parola di Dio fu diretta a Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto". La "parola" non è un fatto evanescente, non è una specie di entità vagamente spirituale, e neppure un mito o un'idea. È invece una realtà storica che "scende" nelle vicende dei popoli, che ha legami con le date degli uomini, non solo con quelle del popolo di Israele ma anche con quelle dello stesso impero romano. E con quelle del nostro tempo. E il deserto non è un luogo tanto distante da noi: è il deserto delle nostre città ove una vita degna di questo nome è spesso molto rara; è il deserto di questo mondo ove il peccato e la solitudine provocano amarezza e morte. Giovanni è un testimone e un predicatore libero dai giochi viziosi e lussuosi, libero dagli intrighi dei palazzi dei re, libero dai sollazzi degli uomini che portano morbide vesti. È un uomo povero. I suoi abiti manifestano la sua condizione di povertà: veste solo di pelo di cammello e di una cintura ai fianchi. È povero nel cibo: locuste e miele selvatico. Ma nella sua povertà è libero.
Giovanni parla con vigore e attacca farisei e sadducei svelando la loro abilità nel fingere pentimento per restare sempre uguali a se stessi. Così la sua parola non ha paura di additare quel che avviene nel palazzo del re, anche se questo coraggio gli costerà la vita. Insomma, Giovanni non giustifica l'orgoglio di quelli che si sentono sicuri perché abitano determinati palazzi o le immediate adiacenze, e neppure l'orgoglio di quelli che si sentono sicuri per chissà quali meriti, magari per essere "figli di Abramo". L'orgoglio è lontano dal cuore di Giovanni: "Non sono degno neppure di sciogliere il legaccio dei calzari" (cfr. Gv 1,27), dice riguardo a Gesù. Quest'uomo umile sa accusare l'orgoglio e l'autosufficienza con grande fermezza. L'umiltà non è paura, non è silenzio, non è moderazione, non è spirito di adattamento. L'umile pone la propria fiducia nel Signore, e solo in Lui.
Ma la forza e il vigore non lo rendono disumano e lontano: Giovanni sa ascoltare, sa parlare, sa compiere gesti di perdono verso quella lunga fila di uomini e di donne che vanno da lui a confessare i loro peccati e a farsi battezzare con il battesimo di penitenza. È un profeta che grida. E grida perché deve fare spazio, nel caotico deserto di questo mondo, a una nuova vita. Vuole aprire nel deserto la via del Signore. L'evangelista Luca riprende le parole dell'anonimo profeta (il secondo Isaia) che descrivono il ritorno di Israele dall'esilio di Babilonia. È la narrazione di una grande strada rettilinea e pianeggiante, simile a quelle che nell'antichità conducevano ai templi, le cosiddette "vie processionali" da percorrere nel canto e nella gioia. C'è bisogno di abbassare tante asprezze di orgoglio e di arroganza. C'è bisogno di colmare tanti avvallamenti fatti di freddezza e di indifferenza. E preparare così la via del Signore che viene. Giovanni, nella sua severa rudezza, è questa voce che grida: "convertitevi perché il Signore è vicino!". È un messaggio semplice, ma radicale. Un orecchio abituato a queste parole potrà classificarle tra quelle già note; ma chi considera già noto quanto il profeta dice va a ingrossare il numero di quei farisei che tentano di sottrarsi al "giudizio di Dio". Forse anche a noi è chiesto di raggiungere Giovanni nel deserto, di andare a chiedere il suo battesimo di penitenza, per sperare e operare per un mondo diverso. Così vedremo aprirsi nel deserto una via ampia, ove l'unico ingorgo - ma questo rallegra - è quello dei poveri, dei deboli, e di tutti coloro che sono in ricerca di una parola di salvezza.