martedì 28 giugno 2022

Funerale di Ciriaco De Mita

 Ci ritroviamo oggi, in questa chiesa, la chiesa del Gesù, per pregare, a trenta giorni dalla sua morte, Ciriaco De Mita. Abbiamo scelto di celebrare questa santa liturgia qui al Gesù, la chiesa vicina alla sede storica della Democrazia Cristiana, nella convinzione che quel che viviamo, che edifichiamo, i legami che stringiamo non solo non vengono annullati, inghiottiti dalla morte, ma sono parte di quella risurrezione della carne che per noi cristiani sta nel cuore della fede. Quanta storia della politica dei democristiani ha visto questa chiesa! La vicinanza fisica dei due luoghi ci spinge a ricordare quanto l’ispirazione cristiana abbia inciso nell’animo di Ciriaco De Mita anche nel versante dell’impegno politico.

Oggi, il nostro radunarci attorno all’altare è segnato anche dal ricordo – che si fa anche preghiera – di Ciriaco, un amico che abbiamo conosciuto e stimato, con il quale non è mancata neppure una appassionata dialettica perché la vita, anche quella della politica, non fosse fatta di parole, “Signore, Signore”, ma di fatti, di impegno per costruire una casa che fosse fondata sulla roccia. Ciriaco ha potuto farlo anche perché non è stato solo un uomo politico. Ha potuto farlo perché la sua politica è stata ispirata da qualcosa che veniva dall’esterno della politica: un po’ come la chiesa del Gesù dalla sede del partito? De Mita non a caso pensava – sono sue parole – che “la politica disumanizza, più la si riduce meglio è”. È l’espressione di una saggezza non comune in un uomo politico, il cui impegno assorbente spinge in genere – chi non ha una statura morale – ad esaltare tutto ciò che fa.

È bene oggi ricordare che la fede ha avuto un posto importante nella vita di Ciriaco. Non amava parlarne. In tante occasioni ha espresso le sue visioni e le sue idee, ma la fede era per lui – cito ancora – “una dimensione intima e discreta di cui preferiva non parlare”. La fede non coincideva per lui con quel clima “sacrale” in cui tutto, nel piccolo mondo rurale di Nusco, gli appariva immerso quando era bambino e adolescente. La fede per lui era piuttosto “una libera adesione personale” e una “radice profonda” cui continuare sempre a tornare. Il suo percorso di fede è stato segnato – in tempi diversi – dall’incontro con una serie di sacerdoti, che lui amava ricordare. Oltre a don Giuseppe Passaro, che per primo lo incoraggiò a studiare e a pensare, sono stati per lui importanti quelli che ha incontrato in Università Cattolica a Milano, come don Mario Giavazzi, mons. Carlo Colombo, don Filippo Franceschi e don Italo Mancini. La sua maturazione religiosa si è saldata, in modo sereno, a un’esuberante, talvolta tumultuosa, creatività intellettuale, alimentata da molteplici stimoli culturali.

Gli anni in cui ha frequentato l’università sono stati anni in cui il cattolicesimo italiano si veniva aprendo alla modernità non come esperienza conflittuale ma come dilatazione di orizzonti ricchi di promesse: i cattolici italiani sentivano allora di essere chiamati ad assumersi responsabilità sempre più grandi in un mondo in rapida trasformazione. Per De Mita politica voleva dire “risolvere i problemi” e richiedeva sia principi morali sia competenze adeguate. Di qui un approccio schiettamente laico alla politica, ma animato da valori profondi. Più volte ha ripetuto di non aver mai avvertito tensioni né tantomeno contrapposizioni tra la sua fede cattolica e le sue posizioni politiche, anche se più volte qualche ecclesiastico ha criticato le sue idee politiche o ostacolato la sua carriera. Penso che anche oggi ci sarebbe bisogno per il nostro paese, e non solo, di cattolici in politica che operano perché sentono il dovere – e perché no, anche un po’ l’orgoglio – di contribuire in modo incisivo alla costruzione della città terrena. Alla costruzione di quella casa fondata sulla roccia di cui abbiamo ascoltato dal Vangelo.

C’è chi a Ciriaco de Mita ha attribuito uno spirito contestatore, che in lui si univa a una timidezza nascosta da un’aggressività più apparente che reale. Si trattava, comunque, di una contestazione costruttiva. Fin da giovanissimo, ha fatto parte della Democrazia cristiana. Ma per lui l’aspetto organizzativo non ha avuto un’importanza preminente (almeno finché non ne è diventato segretario). Per lui, politica voleva dire anzitutto una costruzione culturale che il partito doveva poi realizzare. Insomma non era di coloro che dicono “Signore, Signore”, pensando di avere la verità in mano. Per De Mita, come ha detto molte volte, il partito “non è la Verità”, semmai è una “verità relativa, nel senso che è ricerca, alla luce di valori e di principi fermi, di soluzioni inevitabilmente contingenti”. Insomma, uno strumento al servizio non di se stesso ma di un obiettivo più grande che per lui significava: sviluppare la democrazia. La Democrazia cristiana – così pensava – non doveva lavorare per mantenere o ampliare il suo potere, ma per stabilire – in collaborazione con altri, compresa l’opposizione – regole comuni che permettessero una democrazia compiuta, comprendente anche l’alternanza di governo. Da questo nasceva la sua attenzione – non comune tra i politici del suo tempo – ai problemi istituzionali, volta non al perseguimento di un interesse di parte ma alla costruzione di una “casa comune”. Tale preoccupazione è stata anche alla base del suo speciale rapporto con Aldo Moro e che dovrebbe essere anche oggi l’obiettivo fondamentale di qualunque impegno politico.

A volte, una visione eccessivamente intellettuale della politica gli ha fatto commettere errori (altre volte invece ha saputo farsi carico con senso di responsabilità degli errori fatti da altri). Ma anche se talvolta esprimeva un pensiero molto complesso – scherzando, affermava che lui stesso non sempre capiva ciò che diceva – i problemi che cercava di risolvere sono stati quelli, molto concreti, degli italiani e delle italiane del suo tempo. È stato un attento osservatore della società italiana, dei suoi cambiamenti e degli squilibri che ne sono derivati. Ha avuto un’attenzione particolare alle aree più fragili del nostro Paese, a partire dal Mezzogiorno anche se non sopportava un meridionalismo “protestatario, lamentoso, anti-nordista”. Le sue battaglie avevano valenze non solo politiche ma anche morali. L’opposizione allo strapotere della televisione commerciale rispondeva alla preoccupazione per le conseguenze negative che in effetti ci sono state.

Travolto anche lui dalla fine del suo partito e della prima Repubblica, ha continuato a combattere, forte anche di un rispetto e di una stima da parte di molti che non sono venuti meno. Lo ha fatto lavorando – fino all’ultimo – a una riforma istituzionale che, se accolta, avrebbe aiutato la politica italiana a evitare molti passi sbagliati nei decenni successivi. Anche dopo il 1994, benché fosse considerato espressione di un passato da dimenticare, non si è arreso e ha continuato a fare politica, con il rigore intellettuale e morale che gli erano propri. Tra le molte lezioni che ci ha lasciato vorrei ricordare oggi, una sua limpida affermazione del 1984: “Noi democristiani concepiamo i rapporti internazionali soprattutto in termini di pace”. La pronunciò non solo denunciando un pericolo innalzamento della tensione tra Est ed Ovest ma anche le tante “guerre dimenticate” in Africa e altrove. E sull’Europa denunciava il pericolo di un ritorno dello spirito nazionalistico. Quarant’anni dopo è un insegnamento di grande attualità.

Cari amici ho voluto ricordare qualche tratto della vita di Ciriaco De Mita mentre sale al Signore la nostra preghiera con lui, nella certezza che le cose belle, le cose buone che ha fatto per il bene del Paese, dell’Europa e del mondo, sono parte di quella casa del cielo che Ciriaco ha iniziato ad edificare già da questa terra. Così l’Apocalisse: “Scrivi: d’ora in poi, beati i morti che moriranno nel Signore…essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono” (Ap 14,13).

sabato 14 maggio 2022

Messa a Sant'Ignazio per il Convegno di Teologia Morale


Oggi la Chiesa fa memoria dell’apostolo Mattia, che significa “dono del Signore”, eletto subito dopo l’ascensione di Gesù al cielo per ricomporre il gruppo dei Dodici. Per Luca, i Dodici hanno un posto particolare sia all’inizio del suo Vangelo con Gesù che li costituisce dopo aver passato la notte in preghiera (capitolo 6, 12-16) e all’inizio degli Atti nel brano che abbiamo ascoltato. Si doveva ricostituire il gruppo dei Dodici dopo la ferita provocata dal tradimento di Giuda. Era il simbolo dell’unità e dell’integrità del popolo di Dio (le dodici tribù di Israele). C’era, insomma, un’ansia di completezza della Chiesa così come Gesù l’aveva voluta, proprio mentre si accingeva a fare i primi passi. Andava colmato il vuoto lasciato da Giuda. Non era una questione organizzativa, non mancava una casella nella organizzazione della Chiesa, non c’era da fare la riforma. Il problema toccava il cuore stesso della Chiesa e della sua missione: l’intero popolo di Dio doveva comunicare il Vangelo ai popoli della terra.

Il criterio della scelta prevedeva che l’eletto avesse vissuto con Gesù per tutto il tempo dal battesimo sino alla risurrezione. Insomma, scrive Luca, un “testimone”. Nel linguaggio lucano questo termine è usato molte volte negli Atti (39 volte) e nel significato coincide il termine “apostolo”. L’apostolo, per Luca, non solo deve aver vissuto con Gesù, ma deve anche averlo compreso perché ne sia testimone. Il testimone ha un duplice legame, quello con il Signore e quello con coloro ai quali ci si rivolge. Mattia viene scelto, perché è stato con il Signore, ma deve ricevere lo Spirito perché la sua testimonianza sia efficace per coloro che lo ascolteranno. E’ bella questa parte del prefazio della liturgia ambrosiana per la festa di oggi: «Perché il numero degli apostoli fosse compiuto, rivolgesti un singolare sguardo d’amore su Mattia, iniziato alla sequela e ai misteri del tuo Cristo. La sua voce si aggiunse a quella degli altri undici testimoni del Signore e recò al mondo l’annunzio che Gesù di Nazaret era veramente risorto e agli uomini si era dischiuso il Regno dei cieli».

Care sorelle e cari fratelli, in Mattia – che appare solo in questo passaggio degli Atti – possiamo scorgere il nome dei discepoli di ogni tempo, anche il nostro nome. C’è bisogno nella Chiesa di ognuno di noi, ma non in vista di una testimonianza individuale, slegata dal resto del corpo della Chiesa. Il Vangelo è dato ai Dodici perché sia comunicato da tutti a tutti i popoli della terra. Questa tensione universale – che la Chiesa cattolica ha sentito in maniera straordinaria nel Concilio Vaticano II – va riscoperta con maggiore audacia e creatività in questo mondo globalizzato che purtroppo è preda di un nuovo e più insidioso individualismo che ha contagiato anche i cristiani sino a indebolirne colpevolmente la testimonianza. Potremmo dire che c’è ancora un vuoto nella Chiesa, che manca ancora Mattia nella compagine ecclesiale. E questo vuoto di testimonianza rende complici anche i cristiani delle guerre, delle ingiustizie, delle lacerazioni che stanno distruggendo la convivenza umana.

Questa festa di Mattia ci interroga sulla urgenza di una nuova creatività apostolica, di un nuovo slancio missionario, compresa una nuova responsabilità dei teologi. Mattia non è solo una persona. Oggi Mattia è il compito della Chiesa, di tutti i credenti, noi compresi, di una testimonianza più efficace, che fermenti il mondo evangelicamente, che aiuti i popoli a dirigersi verso un mondo di pace, di giustizia e di amore. La divisione tra le Chiesa è congeniale alla divisione tra i popoli. E la guerra in Ucraina, ma non solo, ne è una tragica conferma. Sono più che attuali le parole che il patriarca Atenagora – il patriarca dell’abbraccio con Paolo VI a Gerusalemme e poi a Roma – diceva agli albori della globalizzazione. Egli con lungimiranza denunciava il rischio di una globalizzazione che avveniva con le Chiese ancora divise. E ripeteva: “Chiese sorelle, popoli fratelli”. Se oggi i popoli non sono fratelli, non lo si deve anche alla mancata unità tra le chiese?

Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci porta nell’intimità dell’ultima cena, di Gesù con i Dodici. Gesù guarda il futuro della Chiesa. E non ha altro che quei Dodici. Non solo non dispera, anzi confida in loro. E affida loro la sua stessa missione esortandoli però a rimanere nel suo amore, quello che lui ha per il Padre. E’ questo l’amore che dona loro affidandolo alla loro testimonianza. E’ questo amore, l’agape che unisce il Padre e il Figlio, che deve unire i discepoli tra loro. Li chiama amici, non servi. E spiega: “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. E’ di questo amore – non di un altro – che il mondo ha bisogno, oggi in maniera particolare. Sono i poveri, gli sconfitti, i profughi, gli anziani abbandonati che lo invocano. Oggi possiamo chiederci se Mattia, se il “dodicesimo apostolo”, non dobbiamo essere anche noi e tanti altri uomini e donne credenti che scelgono, che scegliamo, di spendere con maggiore generosità la nostra vita per il bene di tutte e di tutti, per l’unità tra i popoli, per l’avvento della desideratissima pace. E’ la Chiesa apostolica che deve muovere i suoi passi all’inizio di questo terzo millennio. Chiediamo al Signore che lo Spirito scenda su di noi, come scese su Mattia, perché possiamo trasmettere al mondo l’amore con cui siamo stati amati dal Signore perché il mondo trovi la via della pace.

martedì 19 ottobre 2021

Messa nel Santuario di Altagarcia per l'apertura del convegno Somos

 Mark (1:29-39)

I chose to preach about this Gospel passage because it provides a model for what we are doing together during this Somos Healthcare Providers Conference.  It is no coincidence that you have chosen to begin the Conference with the celebration of a Mass at the National Shrine of Santo Domingo.  In this passage, Mark takes us to the beginning of Jesus’ public mission.  He describes what is just an ordinary day in Jesus’ life.  Biblical scholars call it “that day in Capharnum.”  I might say as well that it is like one of your days as doctors in contact with your patients.  You probably know that the Gospel writers often describe how Jesus spent time with the sick, just as you do.

It is striking to read how much the Gospels speak of Jesus compassion for the sick, how often He cures so many of them.  Healing the sick is a manifestation of God’s entry into history.  With Jesus, the Savior had come into the world, body and soul, and he commissioned his disciples to carry on the work He had come to do: “preach that the Kingdom of God is near, heal the sick, bring the dead back to life, heal the lepers, cast out demons.”  The mission of the disciples follows the mission of Jesus, proclaim the Gospel and heal the sick.

Since ancient times, the Church has not hesitated to call Jesus “the physician of Christians.”  Saint Irenaeus of Lyon—newly proclaimed a great teacher of the Faith—expressed this thought beautifully, “The Lord has come as a doctor for those who are sick.”  Origen, another early teacher, said, “Know how to see [in the Gospels] that Jesus heals every weakness, every illness, not only when he was on Earth, but still today.  Know how to see that He did not come only to be with those of that time, but He is also here with us today.  “Behold, He says, I am with all days, even unto the consummation of the world.”  We read words like this in many places, from the Liturgy of St. Mark, where it says, “Lord, Doctor of souls and bodies, come to us and heal us,” to an ancient Christian inscription, “I beg you, Lord, come to my aid, there are no doctors but You.”  But don’t be discouraged by the words of this prayer.  In the Old Testament book of Sirach we read, “Honor the physician for he is essential to you, and God it was who established his profession. From God the doctor has his wisdom, and the doctor is distinguished for his knowledge, it gives him access to those in authority.  God makes the earth yield healing herbs, which the prudent man should not neglect.  With them, the doctor eases pain, and the pharmacist prepares his medicines.  Thus, God’s creative work continues without ceasing on the surface of the earth.”  (Sir 38:1-8).

I will not dwell longer on this point, but you need to know how much the mission of the doctor is appreciated in the Bible and by the Church.  Even more so in these times, given that Pope Francis himself has called the Church a “field hospital.”  Doctors—and Christian doctors in particular—are called to make every effort to help men and women live better and to be witnesses of the importance of caring for one another.  Illness is not only a healthcare problem, it is a call for help, for love, for life.  This is the context for the healings in the Gospels.  Today they represent a challenge to the disciples—including doctors—to be more courageous in accompanying the sick.  The sick must always be accompanied, never abandoned, even when healing is no longer possible.

In this optic, we must also rediscover prayer for the sick as part of our treatment.  Unfortunately, this aspect of care seems to be ignored in the life of the Church today.  Its long earlier history, on the other hand, the Church speaks of saints who were wonder workers.  Miracles are always tied to visible holiness, to powerful love.  Saint Cyprian of Carthage says that even individual holiness can work miracles.  “When we are chaste and pure, modest in our actions, restrained in our words, we will even be able to heal the sick.”  We also remember Saints Cosmas and Damian, who died as martyrs in 285.  In Rome, in the basilica dedicated to them, they are depicted as dressed in white robes, like doctors, next to Christ, who is also dressed in white robes.  Tradition says that these two doctors went to the bedsides of the sick but prayed before inquiring about their health.  Only then did they begin their examinations and decide on a treatment.  Their miracles were a mixture of love and concrete attention.  Healing is always a combination of faith and attentiveness.  Even if sometimes the body is not healed, there is always a benefit for the spirit.  In the history of healthcare, there have been many types of cures, and the Church must never lessen its boldness in pursuing its faith-filled engagement with the healing professions.

The world is witnessing a great demand for healing.  Many today go in search of magical, occult, miraculous, or astrological practices!  I believe that in this frantic search for protection, security and healing there is a question that is often not addressed.  The Church is called on to take this question seriously.  Our Churches—and also your hearts, dear doctors—must be like the house of Capharnum where Jesus was staying and where sick came to receive his healing touch.  Love and prayer make possible what to men seems impossible.  They are what gives meaning to this Shrine and to the many other Shrines around the world.  They are really like “Houses in Capharnum” where thousands flock to be healed and saved.

May our holy celebration help us all to be bolder, more generous, disciples of Jesus.  There are many sick people who are waiting to meet Jesus the “doctor” of soul and body, through your mission as doctors who are close to the people with that same compassion that Jesus showed when he consoled and healed.

martedì 14 settembre 2021

Messa a vent'anni dall'attacco alle Torri Gemelle




Sono passati 20 anni dall’11 settembre 2001
 e noi ci raccogliamo ancora una volta in questa Basilica, su invito della Comunità di Sant’Egidio, per fare memoria di quell’evento che ha cambiato bruscamente la storia del mondo. Ricordare nella preghiera quel giorno non è una sorta di ossessione della memoria, per noi significa anzitutto confidare nella protezione del Signore certi che non dimentica nessuno dei suoi figli e che non ci abbandonerà alla follia omicida della violenza anche terroristica. Abbiamo ascoltato le parole del salmista: “Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?”(Sl 11,3) e abbiamo fatto nostra la sua risposa: “Nel Signore mi sono rifugiato”.

Sì, anche questa sera ci rifugiamo nel Signore e a Lui rivolgiamo ancora la nostra preghiera affidandogli anzitutto le vittime di quel terribile attentato. Il mondo intero fu colpito, non solo il popolo americano.
Salutiamo con amicizia il rappresentante dell’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede, ……e salutiamo anche le autorità e i rappresentanti del corpo diplomatico che hanno voluto essere presenti a questa preghiera. La vostra partecipazione è segno di un sentimento che ci unisce: la memoria di quanto accaduto ci spinge a stringerci ancor più in una solidarietà reciproca e nell’impegno per contrastare assieme la violenza del male.

E’ ben presente alla nostra mente il senso di smarrimento di quel giorno di fronte alla ferocia di quell’attentato: vennero falcidiate vittime innocenti, la cui unica colpa era quella di recarsi, come facevano ogni giorno, al lavoro. Quell’attentato segnava in maniera drammatica il nuovo secolo appena iniziato. Il mondo intero, in certo modo, veniva colpito. Da quel momento nulla e nessuno era più al sicuro. Tutti – anche i più forti – si scoprivano vulnerabili. Anche i numeri lo mostravano: 19 kamikaze fecero 2.299 vittime con 24 dispersi di cui 327 provenienti da 53 paesi del mondo. Il nuovo millennio non poteva iniziare in maniera peggiore. E il futuro ne è stato tragicamente segnato. In questi due ultimi decenni abbiamo purtroppo assistito al ripetersi di analoghi attacchi terroristici in diverse parti del mondo. Sono passati venti anni da quel giorno e il mondo è ancora segnato da una spirale terribile di estremismo divenuto ancor più complesse e ancor più pericoloso. Quanto sta accadendo in Afganistan e in altri paesi, come il Mozambico, deve spingerci ad un più audace impegno per la pace. E per i credenti a partire dalla preghiera.

Nella preghiera di questa sera, vogliamo come raccogliere assieme tutte le vittime del terrorismo, da quelle dell’11 settembre di 20 anni fa sino ai nostri giorni, pensandole tutte, raccolte dalle mani di Dio mentre quelle degli uomini le colpivano, e portate nel santuario del cielo. Le sentiamo presenti – loro attorno all’altare del cielo –assieme a noi che invochiamo il Signore perché venga sconfitta la violenza in ogni terra e giunga la pace tra i popoli. Giovanni Paolo II, in quel l’11 settembre, radunò i leaders delle grandi religioni: perché dove aveva abbondato il male, si seminasse il grande bene della pace. Ancora oggi – forse più di ieri – c’è bisogno che i credenti si radunino in preghiera.

La preghiera di questa ci riunisce in un’unica compassione per tutte le vittime e ci spinge ad affrettare quella fraternità tra tutti che sola può sconfiggere in radice la violenza fratricida. La preghiera è la nostra prima opera di pace. Ce lo ricorda il salmista: “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella”(Sl1271).

La Comunità di Sant’Egidio continua a sentirsi interpellata dal grido di dolore che sale dal mondo e non cessa di pregare – e di invitare tanti altri alla preghiera – perché possa allargarsi sempre più quella fraternità che papa Francesco non cessa di testimoniare e richiamare come unica via della pace. Sorelle e fratelli, continuiamo a invocare il Signore, Padre buono di tutti i popoli, perché ascolti la nostra preghiera e doni al mondo la desiderata pace.  Amen.

FRANCAIS