martedì 6 febbraio 2018

Quinta Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco (1,29-39)

E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: “Tutti ti cercano!”.  
Egli disse loro: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Il brano evangelico narra la prima giornata di Gesù a Cafarnao. Si presenta come una giornata tipo. E ci appare subito molto diversa dalle nostre giornate, segnate spesso dalla monotonia, dalla tristezza, dalla banalità. Altre volte invece sono la durezza e la drammaticità della vita che prendono il sopravvento nelle nostre giornate. E possiamo sentire vere anche per noi le parole scritte nel libro di Giobbe che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario?”. Se poi il nostro sguardo si allarga verso coloro che sono più direttamente toccati dalla violenza, dall’ingiustizia e dalla guerra (di quelle note e delle non poche altre magari più limitate ma di cui nessuno parla), il lamento di Giobbe assume un valore ancor più tragico: “A me sono toccati mesi di illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: quando mi alzerò? La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba… Ricordati che un soffio è la mia vita; il mio occhio non rivedrà più il bene”. La vita degli uomini è davvero dura, ci dice questo brano della Scrittura.
La “giornata di Cafarnao”, che oggi il Vangelo ci ha annunciato, entra dentro le nostre giornate per infondervi forza ed energia, quasi come il lievito che messo nella pasta la fermenta tutta. L’evangelista narra che Gesù, dopo aver scacciato uno spirito immondo da un poveretto mentre si trovava nella sinagoga, si reca nella casa di Simone e Andrea. Forse cerca un po’ di tranquillità. Ma non fa in tempo ad entrare in casa che subito gli dicono che la suocera di Simone è febbricitante. Senza frapporre tempo Gesù la guarisce; non dice nessuna parola, neppure una preghiera. La prende per mano e la fa alzare. È una narrazione semplice che contiene però la forza vittoriosa di Gesù contro il male (non è solo un caso che l’evangelista per indicare la guarigione della donna usi lo stesso verbo che usa per la resurrezione di Gesù). La risposta della donna – “ed ella li serviva” – non è un semplice gesto di grata cortesia, ma la “diaconia” (questo è il verbo usato per indicare quello che la donna si è messa a fare), ossia il servizio al Signore e ai fratelli.
In questa guarigione sono in certo modo presenti tutte le altre, sia quelle che Gesù farà nel corso della sua vita terrena sia quelle dei discepoli di allora e di ogni tempo. Subito infatti l’evangelista allarga la scena e passa dalla guarigione di una singola persona alle guarigioni di tanti. Come a dire che Gesù è venuto a lottare contro il male, contro ogni tipo di male, sia fisico che mentale o psichico. Emerge già qui – siamo alla prima pagina del Vangelo di Marco e così deve essere nella vita della Chiesa – quella “compassione” per i deboli, per i malati, per i poveri, per le folle stanche e sfinite di cui spesso sentiremo parlare nei Vangeli nelle prossime domeniche. Questa compassione riassume tutta la missione di Gesù. Era ancora lo stesso giorno – nota l’evangelista – e “venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta”. Era tramontato il sole e il mondo non dava più luce né speranza; ma tutta la città si era radunata davanti a quella porta, alla porta della casa ove stava Gesù, dove era l’unica luce non tramontata. Viene spontaneo pensare ai milioni di persone colpite dalla guerra e dalla fame che vagano cercando una porta a cui bussare. E come non pensare anche alle porte delle nostre comunità ecclesiali spesso approdo per poveri e disperati? Sanno, queste porte, aprirsi per consolare e guarire? L’evangelista dice che Gesù ne guarì molti.
Quando tutti erano andati via, guariti e rincuorati, Gesù uscì e si recò in un luogo appartato, per pregare. Questo momento è, in verità, il culmine e la fonte di tutte le sue giornate, di tutto ciò che fa. È la sua prima e fondamentale opera. Sì, la preghiera è la prima opera di Gesù. E così dev’essere per i suoi discepoli. Immaginiamo allora la preghiera notturna di Gesù dopo che, per un giorno intero, ha toccato con mano le angosce e le speranze di tanta gente. L’intimità con il Padre non è una fuga dal mondo e dalla vita per godersi finalmente un po’ di tranquillità, che pure sarebbe ben meritata. Molto più verosimilmente tali incontri sono colloqui appassionati (magari anche drammatici, basti pensare alla notte nel Getsemani!) tra il Figlio e il Padre sulla missione che ha ricevuto, sulle condizioni del mondo, sulla salvezza di tutti coloro che Gesù incontra e su quella degli altri che deve incontrare ancora. Questo può spiegare la sua reazione quando i discepoli, dopo averlo raggiunto, gli dicono che tutti lo cercano: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là”. Gesù non si ferma in una sola casa, in un solo gruppo, in una sola nazione, in una sola civiltà; e non esce da una sola porta. Egli vuole visitare tutte le case, perché ovunque c’è bisogno del Vangelo. A partire dalle periferie più lontane.

giovedì 25 gennaio 2018

Quarta Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 1,21-28
Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
Gesù aveva Cafarnao come sua dimora. Cafarnao, collocata lungo una importante arteria che congiungeva due grandi centri urbani, Tolemaide e Damasco, era la città più significativa della Galilea. Ed è lì che Gesù inizia la sua missione apostolica. E la inizia dalla sinagoga. Si mette immediatamente all’opera, senza esitazioni e con il preciso intento di mostrare a quegli abitanti la sapienza e la forza di cambiamento del Padre. Del resto, era venuto per cambiare il mondo, per liberarlo dalla schiavitù del peccato e del male. Il Vangelo è infatti lievito di una vita nuova per tutti, non è riservato solo ad alcuni e neppure deve restare ai margini della vita umana, nel privato di singoli o di gruppi. Il Vangelo è per il rinnovamento dell’intera vita delle città, del mondo. Potremmo dire che il messaggio evangelico è per sua natura sociale, per tutti.
L’evangelista Marco non riporta, come fanno Matteo e Luca, l’inizio della predicazione con l’insegnamento delle beatitudini. Preferisce sottolineare l’autorità con la quale Gesù comunicava il Vangelo. E le conseguenze che ne derivavano. Nota con chiarezza che i presenti nella sinagoga “erano stupiti del suo insegnamento, egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. Cafarnao aveva un buon numero di scribi e di dottori della legge, ma nessuno parlava con l’autorità con cui parlava Gesù. Non si poteva restare indifferenti al suo insegnamento: gli ascoltatori erano come costretti ad una scelta. Al contrario, i numerosi scribi, che pure non mancavano di parole, lasciavano la gente in balia di se stessa o della moda allora emergente.
A ben vedere, anche oggi viviamo in una situazione analoga. Le nostre città sono come immerse in una profonda crisi di valori e di comportamenti. Spesso, anche nella stessa persona, convivono convinzioni diverse, spezzoni di tradizioni diverse e contraddittorie. Si potrebbe dire che una delle caratteristiche della nostra società contemporanea e delle nostre città è di avere molte culture, sino a ipotizzare l’affermazione di un modello di città politeista più che secolare. Ognuno sembra avere il suo dio, il suo tempio, il suo scriba, il suo predicatore. Il problema della città politeista consiste proprio nell’assenza di un “maestro”, di qualcuno appunto che insegni con autorità. Alla fine, resta un unico “dio”, se stesso. E su questo altare si celebrano sacrifici di ogni genere. C’è come una corsa alla “egolatria”, alla follia di adorare solo se stessi, in balia di innumerevoli “spiriti cattivi” che ci sballottolano dove loro vogliono. Illudendoci che stiamo esercitando la nostra libertà, ed è invece una schiavitù di sentimenti egocentrici.
Nell’uomo posseduto da uno spirito impuro, di cui parla Marco, non è difficile leggere anche l’uomo e la donna contemporanei. E non dobbiamo dimenticare che anche noi siamo figli di questa società. Quanti “spiriti immondi” soggiogano il cuore di tante persone! E, come in quel caso, non sopportano di essere disturbati nel loro dominio! Nell’episodio narrato da Marco, gli spiriti che posseggono quell’uomo gridano verso Gesù: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno?”. È l’opposizione radicale a chi vuole disturbare il loro incondizionato potere sul cuore dell’uomo. Non contrastano in astratto l’opera di Gesù, ma criticano il suo intervento nella loro vita personale. È l’opposizione radicale all’autorevolezza del Vangelo sulla vita. Ciò che accade ogni volta che si impedisce al Vangelo di cambiare il cuore o comunque di dire parole autorevoli sui comportamenti.
Gesù è venuto per liberare gli uomini da ogni schiavitù. Per questo, gridando forte, dice: “Taci! Esci da lui”. E lo spirito immondo è costretto ad allontanarsi. Di fronte agli innumerevoli spiriti cattivi che soggiogano gli uomini e le donne di oggi c’è bisogno che risuoni ancora il grido di Gesù contro di essi. Ogni discepolo è chiamato a raccogliere questa sfida: si tratta di riproporre l’autorità del Vangelo sulla propria vita e su quella degli altri. Potremmo dire che è il tempo di gridare il Vangelo sui tetti perché siano allontanati gli spiriti che dominano sugli uomini e cresca invece una nuova cultura: quella della misericordia. Papa Francesco non cessa di ricordarlo a tutti i discepoli. In effetti è urgente che tutta la Chiesa, ogni credente e l’intera comunità ecclesiale riscoprano il coraggio di riproporre il Vangelo sine glossa, come diceva Francesco d’Assisi. È solo questa l’autorità che “comanda agli spiriti immondi e questi gli obbediscono” (Mc 1,27).

venerdì 19 gennaio 2018

Terza Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 1,14-20
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Il Vangelo ci ha annunciato la chiamata di Gesù ai primi discepoli. Non è solo una vicenda passata. È per dirci che Gesù continua ancora oggi a chiamare gli uomini perché lo seguano. Sì, continua a percorrere le strade del mondo di oggi e a chiamare uomini e donne perché con lui affrettino i giorni del regno di Dio sulla terra. Egli passa, vede e chiama. Non dà ordini come un generale: ma parla come uno che ha autorità. Non spiega una lezione come un professore: ma è l’unico maestro. Non sta a sentire distrattamente o senza dire niente: è un amico che indica un cammino. Non si parla addosso come un egocentrico: chiama per edificare una fraternità nuova. Non giudica tutto e tutti come facciamo noi, che ci crediamo più intelligenti degli altri: lui ci spiega il nostro peccato e ci offre la via della salvezza. Il Vangelo, in effetti, non è un codice morale, anche se c’insegna ciò che conta davvero e ci aiuta a confrontarci con l’amore. Non è un libro che una volta letto si mette via; anzi, più lo apriamo più lo capiamo. È Vangelo, ossia una notizia bella. Quante notizie brutte ascoltiamo, che mettono a volte angoscia e paura! Il Vangelo è la più bella notizia che ci può arrivare: è l’annuncio che Dio – ossia l’amore, il mistero della vita, il senso dell’esistenza – ti parla, si rivolge a te, vuole che tu lo segua, ha piacere che tu stia con lui: ha bisogno di te. Il Vangelo è Dio stesso che ti dice: ti voglio bene, voglio che tu stia con me; voglio che la tua vita sia bella; voglio che tu sia felice. Seguimi! Altrimenti seguirai i tanti padroni di questo mondo e sarai prigioniero di te stesso.
L’evangelista Marco fa iniziare la predicazione del Vangelo dopo che Gesù ha saputo dell’arresto del Battista: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio”. La parola di giustizia, severa ed esigente, che usciva dalla bocca di questo profeta nel deserto era stata incatenata da Erode. La terra di Palestina era ripiombata come in un deserto senza più parole vere; tutti erano condizionati dall’ambiguo potere di Erode. Gesù sentì urgente il bisogno di far risuonare nuovamente alle orecchie e soprattutto al cuore degli uomini una parola di speranza nell’avvento di un mondo nuovo. Lasciò la regione del Giordano alle sue spalle e si diresse in Galilea, la regione più periferica e malfamata della Palestina. E iniziò a spargere per le strade e le piazze di questa terra l’annuncio evangelico: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. A quei poveri uomini e donne galilei Gesù annuncia che è finito il tempo del predominio dei violenti e degli usurpatori, degli arroganti e dei prevaricatori, è finito il tempo in cui gli uomini sono abbandonati al male e si abbandonano gli uni gli altri, non si amano e non sono amati. È finito, insomma, il tempo della schiavitù. Ed è iniziato il tempo della libertà del Regno di Dio: un regno di pace, di solidarietà, di amicizia, di perdono, di rinnovamento dei cuori e della vita.
Questo Vangelo è annunciato oggi anche a noi, ed è un’occasione opportuna da cogliere. Non solo perché i nostri giorni non sono poi così diversi da quelli del Battista, ma anche perché è urgente cogliere la decisione del rinnovamento della vita personale e della società. C’è, di tempo in tempo, un momento opportuno che deve essere colto; un momento nel quale la parola “rinascere” acquista un nuovo sapore di concretezza. È un momento di decisione. Le stesse condizioni politiche spingono in questo senso, anche se ben più ampio è il campo della decisione, e tocca le radici stesse della nostra esistenza. La nostra è una situazione analoga a quella descritta nell’odierno Vangelo per Simone e Andrea, suo fratello, presi dal loro lavoro di sempre; Gesù li incontrò mentre stavano riassettando le reti e li chiamò: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. La stessa cosa accadde poco più oltre per altri due fratelli, Giacomo e Giovanni, anch’essi indaffarati nella loro pesca. Tutti e quattro lasciarono le reti di pescatori di pesci per prendere quelle di pescatori di uomini. Non avrebbero più dovuto pescare per se stessi; la chiamata spostava la loro attenzione, la loro preoccupazione, la loro stessa vita: avrebbero dovuto pescare per altri, per l’edificazione di un Regno che comprendesse un destino comune per gli uomini. Da quella decisione nacquero i primi discepoli; e nessuno può trovare altra strada che questa indicataci da Marco.
Perché seguire quel giovane maestro? Perché lasciare le preoccupazioni di sempre? Il Vangelo non mostra Gesù che spiega il suo programma e chiede un’adesione. Insomma, Gesù non si ferma a convincere. Dice solo: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. Chiede loro di non pescare più per se stessi, ma per gli altri; di non perdere più il loro cuore e la loro unica vita per cercare per se stessi, ma per aiutare lui ad incontrare con amore altri uomini; di aiutarlo a tirare fuori dal mare confuso del mondo, della solitudine, che spesso mette paura, tanti altri uomini e donne raggiungendoli con le reti dell’amicizia. Tutti gli uomini hanno bisogno di essere amati. Il Vangelo non ci fa sacrificare nulla della nostra vita. Anzi. Ci aiuta a perdere quello che non serve, ossia l’orgoglio, l’egocentrismo e il miope amore per noi stessi. E ci dona cento volte tanto in fratelli, sorelle, madri, padri. Quei primi quattro chiamati intuirono la forza e la bellezza di quella chiamata. E, subito, lasciarono le reti. C’era fretta. Il tempo si era fatto breve. È così anche per noi. Non siamo eterni! L’amore vuole arrivare subito, non vuole sciupare le occasioni. Quegli uomini non avevano certo capito tutto. Neanche noi abbiamo capito tutto! Ma essi scelsero di prendere sul serio quella parola di amicizia. Dicevano i Padri della Chiesa: “Comprendi che sei un universo in piccolo. Vuoi ascoltare un’altra voce per non stimarti cosa piccola e vile?”. Quella voce è il Vangelo di Gesù che entra nell’universo piccolo del nostro cuore per aprirlo con dolce insistenza e fino alla fine, anche quando vediamo solo il buio davanti a noi, continua a proporci: “Seguimi”.

martedì 16 gennaio 2018

Seconda Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Giovanni (1,35-42)
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro.
Il Vangelo ci porta sulle rive del Giordano, dove Giovanni sta ancora battezzando. Ma cosa vuol dire per noi stare ancora sulle rive del Giordano? Significa non ridurre il Natale a un evento ormai lontano, a un sentimento vago che lascia scorrere la vita come sempre. Il credente resta ove il Signore lo ha posto per attendere il regno di Dio, il mondo nuovo che il Signore è venuto a inaugurare. Il discepolo non va via, non scappa lontano, perché sa che il regno inizia a manifestarsi là dove egli vive. Così Giovanni continua ad attendere il regno di Dio cercando di cambiare il suo cuore rendendolo attento ai segni di Dio. Ed è proprio mentre sta ancora sulle rive del Giordano che vede Gesù che passa. Fissa lo sguardo su di lui. Lo riconosce e lo indica agli altri: «Ecco l’agnello di Dio».
Il profeta indica il mite, che con la sua umanità rende concreto il volto di Dio; indica l’agnello che si lascia condurre al macello per sconfiggere il male. Per Andrea e Giovanni è il Battista che indica il Signore, colui del quale hanno davvero bisogno e che può dare senso alla loro vita. Si mettono a seguirlo, sebbene a distanza. E Gesù si volta indietro e chiede loro: «Che cercate?». Anche qui l’iniziativa parte da Dio. È Gesù che si volta e “guarda” i due discepoli. Nello stile dell’evangelista Giovanni l’uso del verbo “vedere” sta a significare che i rapporti tra i vari personaggi si realizzano in un contatto diretto, immediato: “vedere” vuol dire scendere nel cuore dell’altro e nello stesso tempo lasciarsi scrutare nel proprio; “vedere” è capire ed essere capiti.
E i due discepoli avevano nel cuore il desiderio di una vita nuova per loro e per gli altri. Ed essi rispondono: «Rabbì, dove dimori?». Il bisogno di avere un “maestro” da seguire e di una “casa” ove vivere è il cuore della loro ricerca. Ma è anche una domanda che sale dagli uomini e dalle donne di oggi in modo del tutto particolare: è raro infatti incontrare “maestri” di vita, è difficile trovare chi ti vuol bene davvero, è sempre più frequente invece sentirsi sradicati e senza una comunità vera che accoglie e accompagna. Le nostre stesse città sembrano ormai costruite per rendere molto difficile, se non impossibile, una vita solidale e comunitaria.
Da soli non ci si salva. Ciascuno di noi ha bisogno di aiuto: Samuele fu aiutato dal sacerdote Eli, Andrea dal Battista e Pietro dal fratello Andrea. Anche noi abbiamo bisogno di un sacerdote, di un fratello, di una sorella, di qualcuno che ci aiuti e ci accompagni nel nostro itinerario religioso e umano. Alla richiesta dei due discepoli Gesù risponde: «Venite e vedrete», non si attarda a spiegare; non ha infatti una dottrina da trasmettere ma una vita da comunicare. Per questo Gesù propone un’esperienza concreta, potremmo dire un’amicizia che si può toccare e vedere. L’incontro con Gesù creò una nuova fraternità tra Andrea e Pietro. «Abbiamo trovato il Messia», disse con gioia Andrea. Iniziò anche lui a parlare come Giovanni, indicando la presenza di Gesù. La parola deve essere comunicata, altrimenti si perde. La luce non si accende per metterla sotto il moggio. Una volta trovata fa dire: ecco il futuro, il senso, la speranza, quello che cercavo, molto più di quello che desideravo! Chiediamo al Signore di insegnarci a comunicare con passione la sua speranza a chi cerca futuro e salvezza; ringraziamolo perché continua a donarci la sua compagnia.

venerdì 22 dicembre 2017

Natale, messa all'università Lateranense

Eccellenza, mons. Rettore, cari professori e studenti,
è un momento sempre significativo nella vita della nostra Università ritrovarsi nell’imminenza del Natale del Signore per pregare assieme e per scambiarci gli auguri, prima che ciascuno di noi parta per tornare nei propri luoghi, nelle proprie famiglie, nelle proprie Chiese. E vorrei portare in questa celebrazione – anche se per ora in maniera iniziale – il saluto del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e la Famiglia che, come sapete il Papa ha voluto ridisegnare per una più efficace missione nel mondo. Questa nostra celebrazione si iscrive nel tempo dell’Avvento che vede l’intera Chiesa prepararsi alla nascita del suo Signore, un evento che ha cambiato il corso della storia umana. Ed è bene stringersi assieme perché ciascuno di noi possa comprendere sempre più la centralità del giorno della nascita di Gesù. I nostri antichi – consapevoli di questo – contavano gli anni storia in prima e dopo la nascita di Cristo. Certo, tale consapevolezza si è attutita nelle coscienze degli uomini e delle donne di oggi, anche se in tante parti del mondo si continua questa tradizione. Il Natale, comunque, non ha perso la sua sostanza storica: divide in due la storia, al di là della nostra consapevolezza. Ritrovarci assieme per esserne consapevoli è un dono di cui ringraziamo insieme il Signore.
Il grande poeta teologo della antica Chiesa Sira, San Efrem, cantava il Natale identificandolo a Gesù stesso: “questo giorno – cantava – è simile a Te; è amico degli uomini. Esso ritorna ogni anno; invecchia con i vecchi e si rinnova come il bambino che è nato. Ogni anno ci visita e passa, quindi ritorna pieno di attrattive. Sa che la natura umana non ne potrebbe fare a meno; come Te, esso viene in aiuto degli uomini in pericolo. Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della Tua nascita … Sia dunque anche quest’anno simile a Te, e porti la pace tra cielo e terra”. Queste antiche parole, mentre contestano ogni rassegnazione e chiusura, anche dei credenti, spingono ad andare incontro al Natale, ad accoglierlo come un giorno amico. Come non rendersi conto di quanto ci sia bisogno di giorni amici per i piccoli, per i poveri, per i deboli, per i malati, per coloro che emigrano dalle loro terre, per i tanti popoli ancora segnati dalla guerra e dai conflitti? Quanto c’è bisogno di giorni che siano amici, “amici degli uomini”, amici di un tempo nuovo per questo nostro mondo.
Purtroppo i giorni passati – anche quello di ieri con l’attentato a New York, non sempre sono stati amici e favorevoli agli uomini. Talora, anzi, sono stati bui, e sono ancora bui per tanti. E come saranno i giorni che verranno? Il Natale ci viene incontro perché con la sua amicizia vuole strappare gli uomini e le donne dai giorni tristi e tutti possano sentite la tenerezza che ispira quel Bambino. Non sa parlare, non sa camminare, non sa far neppure rivendicare il diritto ad avere una casa per nascere. Forse, sa solo piangere, per chiedere attenzione, amore, accoglienza, tenerezza. Il Natale vuole commuovere il cuore perché si apra a faccia spazio a chi piange.
La pagina evangelica che abbiamo ascoltato ripete in fondo la scena del Natale: quel figlio – divenuto pastore – esce ancora una volta per farsi vicino a chi ha bisogno, è un Dio in uscita al punto da non trovarlo mai dentro luoghi sicuri e chiusi. Dal giorno della nascita Gesù è in uscita finché l’ultima pecora dell’ovile non sia stata salvata. La parabola del pastore che lascia le novantanove pecore per andare a raccogliere quella perduta non è un episodio isolato. E’ la descrizione della vita della Chiesa e quella di ogni discepolo.
Anche noi, applicandoci alla riflessione sul mistero di Dio, siamo chiamati a riflettere sul mistero del Natale, per trovare le parole più adatte a illuminare la mente e a rinsaldare il cuore nella contemplazione di un Dio che si curva teneramente sulle sue creature smarrite. E se le viene a cercare, di persona. Ed è straordinaria l’immagine del profeta che parla di Dio come di un Padre o di una madre che “porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”. Il Natale è il mistero dell’uscita di Dio che si fa uomo per riportare alla casa del Padre tutti i suoi figli e le sue figlie dispersi. In molti modi, Gesù, ha indicato in questi termini l’unum argumentum della passione di Dio per gli uomini: “Così è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda”. E’ il Vangelo, la buona notizia, della misericordia. Ricordo una delle ultime frasi che mi disse, ero giovane parroco a Santa Maria in Trastevere, un cardinale teologo, Pietro Parente, mentre era sul letto di morte: “Vedi don Vincenzo quella libreria piena dei libri da me scritti. Ho riflettuto ho insegnato e scritto molto su Dio e su Gesù, ma di tutto quello che è scritto lì, una cosa sola conta – si fermò un poco e aggiunse – ‘per fortuna nostra Dio è più misericordioso che giusto’”.
Papa Francesco ricorda ai professori e studenti di una università cattolica: “Vi incoraggio a studiare come nelle varie discipline – la dogmatica, la morale, la spiritualità, il diritto e così via – possa riflettersi la centralità della misericordia. Senza la misericordia la nostra teologia, il nostro diritto, la nostra pastorale corrono il rischio di franare nella meschinità burocratica o nell’ideologia, che di natura sua vuole addomesticare il mistero. Comprendere la teologia è comprendere Dio, che è Amore”. La teologia, con le scienze sacre e umane che formano lo spazio integrale dell’intellectus fidei, si rivolge in primo luogo alle ferite e alle debolezze della mente umana, prodigandosi per la sua guarigione. E per questo frequenta generosamente anche le forme umane del sapere, del pensare e del comprendere, per arricchirle e fecondarle con l’ispirazione che viene dalla profonda meditazione della sapienza dell’amore di Dio.  In questo modo l’intelligenza della fede concorre alla testimonianza della tenerezza di Dio, della misericordia di Dio, per la sua creatura. Dio non vuole essere subito, bensì – per quanto è possibile all’umana creatura – essere amato e compreso, essere ascoltato e ascoltare, stabilire un dialogo ed essere apprezzato. Per questo coloro che piangono, i poveri, i piccoli, sono tra i segni più evidenti della presenza di Dio sulla terra. Il passaggio del Figlio eterno ci spinge a leggere in profondità il suo mistero di amore. Il nostro studio ci aiuti a mettere in bella copia – se così posso dire – il mistero della misericordia di Dio che salva. Il Natale è ci viene incontro perché anche noi, intenerendoci di fronte a quel Bambino che piange, possiamo convertire a lui il nostro cuore e i nostri pensieri.

Messa di Natale all'Istituto Giovanni Paolo II

Cari fratelli, care sorelle,
nell’avvicinarsi del Natale ci ritroviamo assieme attorno all’altare per scambiarci gli auguri. E’ una tradizione bella perché ci aiuta a comprendere ancor più la centralità di quel Bambino anche per questa nostra famiglia del Giovanni Paolo II. Quel Bambino ci unisce perché possiamo vivere sempre più intensamente la dimensione della fraternità anche nella nostra vita di professori e studenti delle questioni del matrimonio e della famiglia. E’ con questo bagaglio che anche noi, come quei pastori di allora, ci incamminiamo verso quel Bambino. Pellegrini davvero. E non semplici commemora tori di un evento lontano che non cambia nulla della vita personale e sociale. Il mistero del Natale del Signore deve trasformare la storia sia nostra che del mondo. Il mistero dell’incarnazione del Verbo riguarda personalmente ciascuno di noi e questo nostro mondo di oggi. Diceva Silesius, un mistico del Seicento: “nascesse Cristo mille volte a Betlemme, ma non nel tuo cuore, saresti perso in eterno”. E’ qui il perché ci ritroviamo, oggi.
Sì, il Natale che viene sarà Natale, solo se quel Bambino nasce nel nostro cuore. Ecco perché il Natale torna. In questi giorni ho meditato un bellissimo canto di Sant’Efrem, il poeta teologo della antica Chiesa Sira. Cantava, rivolgendosi a Gesù: “questo giorno è simile a Te; è amico degli uomini. Esso ritorna ogni anno; invecchia con i vecchi e si rinnova come il bambino che è nato. Ogni anno ci visita e passa, quindi ritorna pieno di attrattive. Sa che la natura umana non ne potrebbe fare a meno; come Te, esso viene in aiuto degli uomini in pericolo. Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della Tua nascita … Sia dunque anche quest’anno simile a Te, e porti la pace tra cielo e terra”. Il Natale chiede a ciascuno di noi di rinascere, di fare spazio alla sua venuta, alla sua parola, alla sua forza di cambiame4nto. Non è scontato tutto ciò. Conosciamo le nostre resistenze, la forza delle nostra abitudini, delle nostre tradizioni, della nostra autoreferenzialità. Non possiamo correre il rischio che egli venga e ci trovi occupati e pieni di noi stessi come quegli abitanti di Betlemme. La nostra società ha reso il Natale un’abitudine. Diceva un vecchio cardinale italiano: Ormai si a Natale si fa festa senza il festeggiato. Abbiamo bisogno di prepararlo.
La Liturgia di oggi ci presenta Giovanni Battista come l’esempio del credente che attende il Natale. Gesù, nei versetti che precedono il brano che abbiamo ascoltato,  presenta il Battista come colui che sa attendere il Signore. Un esempio per i credenti. Il Battista prepara anzitutto se stesso all’incontro con Dio. Lascia la vita molle della città e di chi si rinchiude nei propri comodi o nel proprio egocentrismo, si ritira nel deserto e diviene un uomo spirituale, un credente che si lascia guidare dallo Spirito di Dio non da se stesso. E’ ciò che ogni credente deve vivere. Si tratta di una vera e propria lotta contro se stessi, una lotta fatta di disciplina, di impegno, di perseveranza nella preghiera, di distacco dalle ricchezze, di obbedienza al Signore, di legame del proprio cuore a Dio. E’ questa “violenza” contro se stessi – come ci ricorda il Vangelo – che edifica in noi l’uomo interiore. Uno spirituale com’era il patriarca Atenagora, diceva: “La guerra la faccio a me stesso, per disarmarmi, per vincere il male che è in me. Si tratta della guerra più aspra, quella contro se stessi. Bisogna riuscire a disarmarsi”.
E’ con uno spirito disarmato – questo è il senso del vestire austero – del battista. E così poteva aprire con la sua predicazione una via nel cuore degli uomini della sua generazione. E Gesù può dire di lui che è “il più grande tra i nati di donna”, ossia che è un fratello unico inviatoci perché prepariamo il nostro cuore ad accogliere Gesù come il Salvatore. Dicendo inoltre che il più piccolo nel regno è più grande di Giovanni, Gesù vuole esortare i discepoli – ciascuno di noi – a scoprire la grandezza della vocazione ricevuta dal Signore e che tante volte calpestiamo con la nostra pigrizia e la nostra grettezza, con le nostre abitudini e la nostra avarizia, anche del pensiero e della riflessione. Ma il Signore ha riposto nei suoi discepoli una fiducia straordinaria: “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste” (Gv 14,12). Che ne facciamo di questa fiducia che il Signore ripone in ciascuno di noi per compiere opere persino più grandi di quelle che ha fatto il Signore? Il Natale non deve significare una rinascita sia personale che anche come Istituto?
Certo, dobbiamo ascoltare Isaia che ci ricorda che siamo vermi e larve. Avere consapevolezza di questo fa parte della lotta spirituale contro il proprio orgoglio, contro la presunzione che in ci fa ritenere migliori degli altri. Ma il Signore per bocca del profeta ci dice: “Non temere vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto”. E’ questo il Natale, il Signore che viene in aiuto dei vermiciattoli e delle larve. “Non temere, io ti vengo in aiuto!”, dice il Signore. L’invito si ripete più volte in questa pagina del profeta come a voler vincere la nostra paura di uscire all’aperto e di restare chiusi nella sicurezza delle abitudini egocentriche. Il Signore insiste: “Tu sei il mio servo, ti ho scelto, non ti ho rigettato”. Dobbiamo confidare più in Gesù che in noi stessi e nelle nostre opere. Il Signore è il sostegno del suo popolo, il ristoro per i poveri, il liberatore dei prigionieri. E se è vero che “i miseri e i poveri cercano acqua ma non ce n’è e la loro lingua è riarsa per la sete”, è anche vero che il Signore viene presto in loro aiuto. Il profeta parla del nuovo esodo del popolo d’Israele dall’esilio babilonese: sarà una liberazione ancor più profonda della prima. Infatti, se durante il cammino nel deserto dopo la liberazione dall’Egitto il popolo d’Israele fu dissetato con acqua che scaturì da una roccia, ora il Signore trasformerà l’intero deserto in un “lago di acqua, e la terra arida in una fontana”. Quel bambino che nasce è la nostra forza. Se lo accogliamo diventiamo come quelle trebbie con lame acuminate che tritano monti e colline sino a ridurle in polvere. Quel Bambino ci rende non solo buoni ma anche forti, come diceva Bonoheffer.

venerdì 1 dicembre 2017

Prima Domenica di Avvento

Dal vangelo di Marco (13,33-37)
Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”.
Oggi inizia l’anno liturgico. Non è una replica di una storia già conosciuta. Siamo peraltro tutti analfabeti della vita e di Dio.
Ogni anno è comunque diverso dall’altro. Anche noi non siamo gli stessi. Stare con il Signore non è una ripetizione sempre uguale: lo diventa quando teniamo la nostra vita lontana da Lui o siamo superficiali. Le domeniche ci aiuteranno a capire nell’oggi il mistero della sua presenza tra gli uomini. Come ogni storia di amore, anche quella di Dio con noi ha vari momenti, tutti importanti.
Cercheremo di riviverli assieme, per non invecchiare, per riscoprire, per capire come dei bambini. Il suo amore dona senso e futuro ai nostri giorni. La prima cosa che viene chiesta, a tutti, è di aspettarlo. Dice Gesù: “Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà”. Tutta la nostra vita è un’attesa. Quando non aspettiamo più nessuno, quando il domani sembra non esserci più, ecco che iniziamo un po’ a morire. Quando lasciamo solo qualcuno lo aiutiamo a morire. Qualche volta pensiamo che in fondo gli altri non aspettino niente, che non serva loro nulla, che stiano bene così. Non è vero. Chi aiuta gli uomini a sperare? Chi cerca di capire e rispondere all’attesa dell’altro o di interi popoli segnati dalla guerra e dalla violenza? Chi incoraggia e risponde all’attesa dei giovani? Anche per questo dobbiamo essere “vigilanti”. Il tempo liturgico viene scandito dal tempo di Dio; o meglio, è il tempo di Dio che entra in quello degli uomini. Ed è misurato dal mistero stesso di Gesù: inizia dalla sua nascita, alla predicazione in Galilea e in Giudea sino alla morte, resurrezione e ascensione al cielo. Ogni domenica, da questa prima di Avvento sino alla festa di Cristo Re, la Parola di Dio ci prende per mano, ci sottrae in certo modo alla schiavitù dei nostri ritmi, e ci introduce dentro il mistero di Cristo, per renderci partecipi della sua stessa vita. Con il tempo liturgico riceviamo il grande dono di divenire contemporanei di Gesù. È questa la “forza” delle domeniche, che faceva dire ai primi cristiani: “Per noi è impossibile vivere senza la domenica”.
“Avvento”, lo sappiamo bene, significa “venuta”, ossia la nascita di Gesù in mezzo a noi. E fin dai tempi antichi la Chiesa ha sentito il bisogno di preparare il cuore dei fedeli ad accogliere il Signore. La Liturgia di oggi mette sulle nostre labbra le parole di Isaia: “Perché Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna, per amore dei tuoi servi… Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,17.19). Sì, chiediamo al Signore: “ritorna, Signore, per amore dei tuoi servi”. Ne abbiamo bisogno. Ne ha bisogno il mondo intero. Ne hanno bisogno i paesi più poveri ove milioni e milioni di uomini e di donne muoiono di fame ogni giorno. Ne hanno bisogno le grandi città dei paesi ricchi che emarginano schiere innumerevoli di deboli, di anziani, di malati. Ne hanno bisogno i cuori di tanti perché si allontanino dalla durezza e dalla violenza, si commuovano sui poveri e sui deboli e si adoperino per edificare un nuovo futuro di pace per tutti.
Con il profeta gridiamo ancora: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”. È la nostra preghiera dell’Avvento; è la preghiera universale di questo tempo. L’Avvento irrompe nelle nostre giornate per ricordarci questa invocazione del profeta e per fare nostre le grida dei tanti che aspettano qualcuno che li salvi dalla tristezza della vita. Queste grida, spesso lontane dalle nostre orecchie, sono in realtà la vera nostra coscienza. Esse ci aiutano a comprendere il senso concreto dell’Avvento e ci spingono a non restare addormentati nella nostra ricchezza e nella nostra avara tranquillità. Noi, pur così smaliziati, abbiamo forse smarrito il senso dell’attesa; siamo convinti che non verrà nessuno a salvarci; tanto vale rassegnarci e ciascuno pensi a se stesso. Che triste una società senza Avvento, senza un po’ d’inquietudine! Dio non lascia “avvizzire la nostra vita”; non vuole che vaghiamo come chi cammina senza sapere verso dove; non lascia senza forma l’argilla, la creta della nostra vita. Squarcia i cieli e diventa lui la via per il cielo. Ci fa scoprire il desiderio di cielo, di speranza, che c’è in ognuno di noi e in ogni uomo. E quando aspettiamo qualcuno c’è in noi la speranza, anzi la gioia dell’attesa. E a gioirne per primo è il Signore che ci viene incontro per stare con noi. Egli viene come uno che ci ama. La richiesta dell’Avvento è fare spazio nel nostro cuore al Signore che viene.
Egli si avvicina alla porta del nostro cuore. Dobbiamo vigilare in questo tempo come quando aspettiamo qualcuno che deve tornare a casa e stiamo attenti a sentire il suo rumore, i suoi passi, per potergli aprire subito la porta della casa. “Ecco – dice il Signore, nell’Apocalisse – sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”. L’Avvento ci invita a stare svegli, a non lasciarci sorprendere dal sonno. Svegliamoci dal tepore dolce di chi pensa di stare a posto, perché ha già fatto molto; dal sonno triste del pessimismo, per cui non vale la pena fare nulla; dal sonno agitato e sempre insoddisfatto degli affanni e dell’affermazione di sé. Svegliamoci dal sonno distratto di chi non ascolta più, dal sonno dell’impaziente che vuole tutto e subito, che non sa attendere, che resta deluso e anche addormentato. Diciamo invece al Signore: “Vieni Signore Gesù, vieni presto, dona consolazione e pace. Squarcia i cieli e apri un futuro per chi è schiacciato dal male. Liberaci dall’amore per noi stessi che addormenta il cuore. Insegnaci a stare attenti per riconoscerti e aprirti la porta del cuore, dolce ospite, amico di sempre, speranza nostra”.