giovedì 28 aprile 2016

Sesta Domenica di Pasqua

Dal vangelo di Giovanni (14,23-29)
Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Mentre ci avviciniamo alla celebrazione della Pentecoste, la Liturgia ci riporta all’Ultima Cena e propone un brano tratto dai grandi discorsi fatti da Gesù ai suoi. I versetti 23-29 del capitolo 14 del Vangelo di Giovanni fanno parte del primo colloquio di Gesù, allorché egli conforta la fede e l’amore di quella prima piccola comunità, con la promessa dello Spirito. Il primo nodo che Gesù affronta è quello della presenza di Dio nella vita del credente e della comunità. Ed è senza dubbio uno dei temi cardini della nostra stessa vita e di ogni esperienza religiosa. Il bisogno del rapporto con Dio, spesso surrogato nella società odierna con le più svariate esperienze, resta il cuore della vita di ogni uomo. E il Vangelo è la risposta radicale a tale bisogno. L’affermazione di Gesù è chiara: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (v. 23). C’è una identità tra l’amore per Gesù, l’osservanza della sua parola e la presenza di Dio. Nella tradizione veterotestamentaria il luogo della dimora di Dio nel cammino nel deserto era la “tenda”, successivamente fu il “Tempio” e la stessa “Gerusalemme”. Con Gesù, il Tempio diviene lui stesso; e chiunque si unisce a lui partecipa del culto. Oggi, pertanto, il luogo della presenza di Dio (qui risiede la straordinarietà del cristianesimo!) è il cuore di chi ascolta e mette in pratica il Vangelo. Per incontrare Dio – viene a dirci il Vangelo di questa domenica – non abbiamo bisogno né di miracoli, né di visioni straordinarie e neppure di rivelazioni nuove. Il Vangelo ci basta! Giovanni, nella sua prima Lettera, afferma: “Chi osserva la parola di Gesù, in lui l’amore di Dio è perfetto” (1 Gv 2,5); e Gesù stesso dice con solennità: “In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte” (Gv 8,51).
Il Vangelo è la perfezione e la vita eterna. Purtroppo la maggior parte di noi crede poco a tale verità; eppure le affermazioni evangeliche sono molto chiare e da tutti comprensibili. Il Vangelo non divide gli uomini in perfetti o imperfetti a seconda delle varie appartenenze. L’unica divisione passa nel cuore di ognuno, quando osserva o non osserva il Vangelo. È piuttosto normale, invece, andare alla ricerca di qualcosa d’altro. Gesù dopo aver ribadito: “Chi non mi ama, non osserva le mie parole”, aggiunge immediatamente: “La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (v. 24). Ecco cos’è il Vangelo. Come dire, allora, che non ci basta? Qualcuno potrebbe ribattere che sono ormai duemila anni che lo si ascolta e poco o nulla è cambiato; si auspicano nuove prospettive, magari legate al Vangelo, ma che lo adattino e lo rendano più moderno. Mi ha, invece, molto impressionato una considerazione che faceva spesso padre Mien, il parroco di Novaiaderevna (vicino a Mosca) ucciso agli inizi degli anni Novanta a Zagorsk. Da pochi anni aveva fondato un movimento di rinnovamento religioso e a coloro che lo avvicinavano diceva: “Non crediate che il Vangelo abbia ormai detto tutto, perché in realtà noi oggi siamo ancora agli inizi della comprensione di quelle parole!”. Siamo appena agli inizi di una comprensione vera del Vangelo, una comprensione che richiede un’appassionata adesione, un coinvolgimento totale.
Non abbiamo bisogno di altre parole: dobbiamo, e con urgenza, approfondire e amare l’unica Parola. È quello che Gesù disse ai suoi discepoli di allora e ripete a noi oggi: “Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (vv. 25-26). Gesù aveva capito che i discepoli erano smemorati e inclini all’incomprensione; e noi non siamo diversi. Per questo aggiunse che avrebbe mandato lo Spirito come maestro interiore dei discepoli e di ogni credente. Sarà suo compito “insegnare” e “ricordare” le parole dette da Gesù. “Ricordare” il Vangelo con l’aiuto dello Spirito vuol dire amarlo come la parola più cara e cercare in ogni modo di metterlo in pratica. La vita del discepolo, guidata non dai tanti “spiriti” di questo mondo ma dallo “Spirito di Dio”, renderà visibile la parola scritta. Gregorio Magno, con quella sapienza spirituale che lo ha reso uno dei più grandi maestri spirituali, scriveva: “La santa Scrittura cresce con colui che la legge”.

lunedì 18 aprile 2016

Quinta Domenica di Pasqua

Dal vangelo di Giovanni (13,31-35)
Quando fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.
Gli apostoli e i discepoli, dopo la risurrezione, incontrano Gesù ora nel cenacolo, ora sulla via di Emmaus, ora sul mare di Tiberiade. In certo modo è quel che accade anche a noi, di domenica in domenica. Ci ritroviamo assieme infatti per incontrare il Risorto, quello stesso Gesù che aveva detto ai suoi, con una tenerezza incredibile: “Figlioli, ancora per poco sono con voi” (Gv 13,33). Lo incontriamo in questo tempo, mentre tanti pensano sia poco importante e poco utile andargli vicino e ascoltare la sua voce. Eppure nel cuore di ogni uomo e di ogni donna ci sono le lacrime, c’è il lutto, c’è il lamento e soprattutto l’affanno del vivere. Chi dimentica di incontrare colui che ha vinto la morte, risorgendo alla vita, resta da solo con le sue povere energie, con i suoi poveri sentimenti, magari pieni di autosufficienza; costui viene a scoprire presto l’affanno del vivere, mentre la parte migliore della sua umanità finisce con l’oscurarsi. Basta alzare gli occhi dalla propria vita e guardare verso altre terre per accorgersi di quanta morte, di quanti lutti e lamenti ci sono ancora nel mondo. E noi non facciamo nulla! Senza dubbio potremmo almeno gridare di più contro lo scandalo di tante ingiustizie e prevaricazioni. Come possiamo essere così indifferenti, come possiamo correre così in fretta nella nostra vita, quasi ubriachi dei nostri problemi, individuali o nazionali? Come si può vivere, discutere, dialogare e affrontare anche la stessa vita pubblica, senza incontrare il dolore e la morte, senza essere spinti verso la costruzione di un mondo diverso?
Il credente va incontro alla parola del Risorto e invoca un giorno diverso: quel giorno in cui non si levino più lamenti poiché la morte, con tutto il suo potere oscuro, è stata debellata. Le cose vecchie sono ancora troppo forti; è necessario operare e sperare per le cose nuove, perché il male e i suoi seguaci non dominino più sul mondo. Non è un appuntamento abitudinario quello che convoca i fratelli e le sorelle attorno al Risorto. È un momento, grave ed esaltante. Quella sera del giovedì dell’Ultima Cena, Giuda era appena andato via, e l’atmosfera si era fatta come più serena e familiare: allora Gesù diede loro “il comandamento nuovo”. Ogni domenica è così. Il comando che Gesù ci rivolge è un comando “nuovo”: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v. 34). “Nuovo” vuol dire “ultimo”, “definitivo”, potremmo dire anche “unico”, “fondamentale”.
Quando attorno alla tavola del Signore – quella tavola che ogni domenica ci viene apparecchiata (anche se noi la lasciamo talora deserta) – si cominciano ad ascoltare queste parole e ci si ama (cerchiamo di amarci) come Egli ci ha amati, si accende in noi un amore più grande, più largo, che trascende i nostri abituali confini. Di qui nasce il desiderio di un giorno diverso, migliore, il desiderio della fine di ogni tristezza, di ogni dolore, di ogni potere oscuro. Non è chiesto ai cristiani di costruire la città cristiana, la città sacra; tuttavia, stretti attorno al Signore, sentiamo una voce che dice: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed Egli sarà “il Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte la cose”” (Ap 21,3-5).
La vicinanza al Risorto ci tocca e ci trasfigura: il cielo e la terra nuova iniziano quando cominciamo ad amarci come il Signore ci ha amati. Abbiamo allora la trasfigurazione non solo di singole persone, bensì di un gruppo, non importa se piccolo o grande. Gesù stesso aveva detto: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). E dove vive il Signore non vivono più le cose vecchie: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri” (Gv 13,35). È stato soprattutto la pratica dell’amore, afferma Tertul1iano, a imprimere quasi un marchio di fuoco agli occhi dei pagani: “Vedete come si amano” dicono (mentre essi si odiano tra loro) “e come sono pronti a dare la vita l’uno per l’altro” (mentre essi preferiscono uccidersi tra di loro). Il comandamento “nuovo” non è solo il distintivo di appartenenza a Cristo, è il volto stesso del Signore risorto che vive in quel piccolo gruppo di poveri discepoli che cercano di metterlo in pratica.

giovedì 14 aprile 2016

Quarta Domenica di Pasqua

Dal vangelo di Giovanni (10,27-30)
Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola”.
In quel giorno di sabato, nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, antica città situata nel cuore dell’Asia Minore (l’attuale Turchia), avvenne un fatto che non appartiene solo alle origini della storia della comunità cristiana: è l’uscita della Chiesa dall’ebraismo. C’erano in quella sinagoga donne pie di alto rango e uomini abituati a incontrarsi tra di loro; era un gruppo ben formato e amalgamato, tutti credenti nell’unico Dio; cosa, ovviamente, bella e singolare in una terra di increduli e di pagani. In quella riunione di gente religiosa e credente entrarono Paolo e Barnaba e con loro “quasi tutta la città”, desiderosa di ascoltare l’annuncio evangelico. “Quando videro quella moltitudine”, scrive l’autore degli Atti degli apostoli (13,14.43-52), i giudei furono presi da gelosia e cominciarono a contraddire le parole di Paolo, bestemmiando.
Questa vicenda, apparentemente lontana, si ripete in verità lungo le generazioni, anche se con modalità diverse. Infatti, i credenti della sinagoga di Antiochia sono quei credenti di ogni ora, di ogni generazione, per i quali la parola evangelica è qualcosa di già posseduto, di già conosciuto, al punto che non solo non sentono più il bisogno di ascoltare ma, qualora lo fanno, non ascoltano con il cuore e con la disponibilità a cambiare. Quando la Parola li strappa dalla sapienza della loro legge o della concentrazione su loro stessi; oppure quando il Vangelo rompe i confini del gruppo, del clan, della razza, della nazione, costoro reagiscono contraddicendo. La vicenda accaduta ad Antiochia è un’ammonizione per ogni singolo credente, per ogni comunità ecclesiale, e perché no, anche per quella mentalità individualista che sottolinea il proprio particolare, che sempre più si sta affermando. Credere di conoscere già il Signore e di possederlo, bloccando così la continua chiamata alla conversione del cuore che ogni giorno ci invita a superare i nostri confini, è contraddire il Vangelo, e al fondo, bestemmiarlo. La vita alla sequela di Gesù e al suo Vangelo non è la sicurezza di un’appartenenza e neppure la tranquilla acquisizione di una predilezione antica. C’è una fatica nell’ascolto e un’urgenza di cambiamento del nostro cuore nella sequela. Nel Vangelo Gesù dice: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10,27-30). Essere fedeli al Signore vuol dire ascoltare la sua voce e seguirlo ogni giorno, ovunque Egli ci conduce. È l’esatto contrario dello stare seduti pigramente e orgogliosamente nella sinagoga di Antiochia. A chi lo ascolta e a chi lo segue (l’unico modo per seguirlo è ascoltarlo mentre parla e cammina per le vie del mondo) promette la vita eterna: nessuno dei suoi andrà perduto, dice Gesù con la sicurezza di chi sa di avere un potere più forte persino della morte. E aggiunge: “Nessuno le rapirà dalla mia mano”. Si tratta di un pastore buono, forte e geloso delle sue pecore. La vita di quelli che lo ascoltano è nelle mani di Dio; mani che non dimenticano e che sanno sostenere sempre.
L’Apocalisse (7,9.14-17) apre davanti ai nostri occhi la visione di “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’ Agnello, avvolti in vesti candide” (v. 9). È l’immagine della fine della storia, ma anche del fine di essa: quella moltitudine è ciò verso cui ci conduce il Buon Pastore. Ed è proprio questa visione che i credenti e gli uomini di buona volontà sono chiamati a realizzare già oggi, in particolare in questo momento storico, nel quale assistiamo a un mondo in cui i singoli e le nazioni (compresi i gruppi etnici) sono tesi più che alla comunione, alla rivendicazione dei propri diritti. Tuttavia, quello che resta spesso sottaciuto è proprio questa visione dell’unità del genere umano che è, al fine, “la missione storica” di Gesù. L’Apocalisse rappresenta il contrario di quello che accadde ai giudei di Antiochia di Pisidia; la predicazione ruppe i confini angusti di quelle persone religiose e si proiettò verso il vasto mondo degli uomini. Il Vangelo allarga il cuore di ogni credente, perché scardina radicalmente la radice amara dell’individualismo egoista e violento. Nel cuore di ogni singolo membro di quella “moltitudine” di cui parla l’Apocalisse (ne fanno parte anche coloro che, senza saperlo, sono animati dallo spirito di Dio), si coglie il respiro universale che sorregge il cuore stesso del Buon Pastore. In questa domenica la Chiesa invita a pregare per i sacerdoti e per il loro compito pastorale. E una preghiera che ci coinvolge ben sapendo che tutti, ma loro in particolare, debbono vivere il respiro di quella carità universale caratteristica del Vangelo cristiano.

martedì 5 aprile 2016

Terza Domenica di Pasqua

Dal vangelo di Giovanni (21,1-19)
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora egli disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”.
La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”. Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pascola le mie pecore”. Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”, e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”.

Il brano evangelico che la Liturgia ci annuncia in questa terza domenica di Pasqua ci narra la terza apparizione di Gesù agli apostoli dopo la risurrezione, come a volerci far restare dentro il mistero della Pasqua come narrato dai Vangeli. L’invito rivolto da Gesù ai discepoli in quel mattino, sulla riva del mare di Galilea, si realizza così anche per noi in questa santa Liturgia: “Venite a mangiare”. La Liturgia infatti è sempre un invito che il Signore ci rivolge. E come allora si realizza la parola evangelica: “Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro”. La santa Liturgia ci fa vivere il grande dono della Pasqua. Un dono di cui tutti, il mondo intero, ha bisogno. C’è bisogno di vivere con la gioia nel cuore la Pasqua perché possa forzare il mondo verso il regno di amore e di pace che Gesù è venuto ad instaurare tra gli uomini. Del resto, non è lontana da noi l’esperienza che fecero Pietro, Tommaso, Natanaele, i figli di Zebedeo e gli altri due discepoli in quella notte che erano tornati a fare i pescatori di pesci e non più di uomini. Ma, nota amaramente l’evangelista, “in quella notte non presero nulla” (Gv 21,3). Sì, neppure i pesci. È l’esperienza di tanti uomini e di tante donne, in tanti giorni e in tante notti: sembra non produrre nulla e sappiamo che è anche la nostra esperienza quando siamo lontani dal Signore. La “notte” di cui parla il Vangelo non è quella temporale, ma la condizione di chi vive lontano da Gesù. Senza il Signore è sempre notte e gli sforzi sono inutili. Gesù lo aveva detto ai discepoli nell’ultima cena: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).
Ma, mentre tutto sembrava chiudersi tristemente, Gesù si fece accanto alla stanchezza di quei sette apostoli, incontrò la loro fatica e la loro delusione. La vicinanza di Gesù, non importa se riconosciuto o no, comportò la fine della notte e, quel che conta, segnò l’inizio di un nuovo giorno, di una nuova vita per quei discepoli affaticati e spaventati. Egli chiese loro se avevano del pesce da mangiare. Quei sette furono costretti a confessare tutta la loro povertà e la loro impotenza. Non avevano neppure i cinque pani e i due pesci che presentarono a Gesù nella prima moltiplicazione dei pani. Gesù, che peraltro non avevano ancora riconosciuto, con amicizia autorevole li invitò però a cercare altrove: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. Quei sette uomini accolsero l’invito e, senza opporre resistenza alcuna, sebbene fosse più che ragionevole esprimerla, obbedirono: e la pesca fu grande, miracolosa, oltre ogni misura. L’obbedienza alla Parola di Dio fa compiere i miracoli, quelli della Pasqua di risurrezione.
Ed è stata proprio questa esperienza di fecondità e di gioia che ha fatto dire ad uno dei discepoli, quello che Gesù amava: “È il Signore!”. Ancora una volta, per bocca del discepolo che aveva gustato l’amore, risuonava agli altri apostoli l’annuncio della Pasqua. Simon Pietro, nel sentire la vicinanza del Signore, comprese tutta la sua indegnità: davanti al Signore e al suo incredibile amore, ciascuno di noi vede la propria indegnità, il proprio peccato, il proprio bisogno di aiuto. Pietro si cinse subito i fianchi con una veste, era infatti nudo, si gettò nel lago e corse a nuoto verso Gesù. Gli altri, invece, vennero dietro con la barca trascinando la rete piena di pesci. Ed ecco che, al termine della pesca, giunti sulla riva, vedono un fuoco con del pane e dei pesci preparati da Gesù. Ad essi si aggiunsero anche quelli che avevano pescato, come a sottolineare l’abbondanza della vita che Gesù prepara per i discepoli. Di fronte a questo, nessuno osava domandargli nulla. Potremmo dire che rimasero senza parole, come quando si è superati dall’ amore e dalla tenerezza.
Era una scena semplice, piena di stupore, ma soprattutto piena di una domanda: quella di Gesù a Simon Pietro. Non era una domanda sul passato, o sulle delusioni; e neppure sulle non poche paure. Gli chiese solamente: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. Gesù interpellò Pietro sull’amore. Non gli ricordò il tradimento di qualche giorno prima; l’amore infatti copre un gran numero di peccati. E Pietro, che pure si era vergognato davanti a lui e gli era corso incontro, prontamente rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Era una risposta più vera di quella che aveva dato quel giovedì sera nel cenacolo quando disse a Gesù: “Per te sono disposto ad andare in prigione e alla morte” (Lc 22,33). Ora, la risposta era più vera, più umana. E, a lui che non meritava nulla, Gesù disse: “Pasci i miei agnelli”; sii responsabile degli uomini e delle donne che ti affido. Proprio Pietro che aveva mostrato di non essere in grado di restare fedele, doveva essere il responsabile? Proprio lui? Sì, perché ora Pietro accoglieva l’amore che Gesù stesso gli donava; e nell’amore si diviene capaci di parlare, di testimoniare, di prendersi cura degli altri.
Gesù non lo interrogò una volta sola sull’amore, ma tre volte, ossia sempre. Ogni giorno, ci viene chiesto se amiamo il Signore. Ogni giorno, ci viene affidata la cura degli altri. L’unica forza, l’unico titolo che ci permette di vivere è l’amore per il Signore. Gesù disse ancora a Pietro: “Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi”. Pietro forse ricordò la sua giovinezza di pescatore a Betania, quando si alzava presto per andare a pescare, quando usciva di casa per girare dove voleva, forse anche le sue delusioni e magari anche il luogo dove incontrò per la prima volta Gesù. Mentre gli tornavano in mente questi ricordi, Gesù aggiunse: “Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Il Vangelo spiega che si parla della sua morte; ma Pietro, come ogni credente, non sarà lasciato solo: quell’amore sul quale siamo interrogati impegna il Signore prima che noi. È lui infatti che ci ha amati per primo e mai più ci abbandonerà, anche quando “un altro ci cingerà la veste e ci porterà dove noi non vorremmo”. Quel che conta è la fedeltà a quella scena sulla riva del lago, che ogni domenica si ripete per noi; quella scena ha un sapore di eternità, l’eternità dell’amore di Gesù per i suoi discepoli, per ciascuno di noi.

mercoledì 30 marzo 2016

Domenica della Divina Misericordia

Dal vangelo di Giovanni (20,19-31)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Questa domenica è particolarmente significativa in questo anno giubilare della misericordia. Il Vangelo ci riporta alla sera del giorno di Pasqua, nel cenacolo. Gesù aveva trascorso quasi l’intera giornata con due anonimi discepoli che se ne ritornavano tristi a Emmaus, loro villaggio. Il Vangelo di questa seconda domenica di Pasqua (Gv 20,19-31) ci riporta alla sera di quel giorno. L’evangelista narra che Gesù, “mentre erano chiuse le porte” del luogo dove si trovavano i discepoli, entrò e si fermò in mezzo a loro. Glielo aveva detto durante l’ultima cena: “Ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi pure vivrete” (Gv 14,18-19). Ma non avevano capito e comunque non gli avevano creduto. Dalla sera di Pasqua inizia per loro una nuova comprensione di Gesù. Essi vedono un Gesù diverso, risuscitato, anche se è lo stesso di prima: nel suo corpo sono evidenti i segni dei chiodi e lo squarcio della lancia; essi stanno a dire che siamo all’inizio della risurrezione (molti sono ancora oggi i corpi, segnati da ferite e da sofferenze, che aspettano una risurrezione).
Gesù risorto è lì, in mezzo ai suoi, per affidare loro la sua stessa missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Si tratta di un’unica missione che parte dal Padre e attraverso Gesù si trasmette ai discepoli: è la missione di portare al mondo la pace e il perdono. Fu una sera piena di gioia per quei dieci discepoli: avevano ritrovato il loro Signore. I due di Emmaus, tornati a Gerusalemme a sera inoltrata, aumentarono la letizia di tutti. Non c’era però Tommaso, uomo disponibile e generoso; una volta s’era dichiarato pronto a morire per Gesù, anche se poi era fuggito assieme a tutti gli altri. Quando i dieci gli riferiscono: “Abbiamo visto il Signore!”, Tommaso li fredda con la sua risposta: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò” (v. 25). Dice subito: se non vedo. Poi aggiunge, considerando che anche gli occhi possono tradire (Tommaso non vuole certo far parte della numerosa schiera dei veggenti), una prova fisica anche un po’ brutale: mettere il dito nel foro dei chiodi e la mano nello squarcio fatto nel petto. Tommaso non accetta il Vangelo dei dieci e resta, seppure con le sue ragioni, triste e senza speranza.
Dopo otto giorni, proprio come in questa domenica, mentre sono di nuovo insieme e Tommaso sta con loro, Gesù torna. Le porte sono ancora una volta chiuse per paura; tutti la sentono, anche Tommaso: incredulità e paura vanno spesso insieme. Gesù, dopo aver rivolto ancora una volta il saluto di pace, subito cerca con gli occhi Tommaso, lo chiama per nome e gli si accosta: “Metti qua il tuo dito – gli dice – e guarda le mie mani. Accosta anche la tua mano e mettila nel mio costato; smetti di essere incredulo e diventa uomo di fede” (cfr. v. 27). Tommaso, davanti a Gesù, ancora segnato dalla croce, non può far altro che confessare la sua fede: “Mio Signore e mio Dio!”. E Gesù: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (v. 29). È la proclamazione dell’ultima beatitudine del Vangelo, quella che sta a fondamento delle generazioni che da quel momento sino a oggi si uniranno al gruppo degli Undici. La fede, da quel momento in poi, non nasce dalla visione ma dall’ascolto del Vangelo degli apostoli. Narra un’antica leggenda che la mano destra di Tommaso rimase, sino alla sua morte, rossa di sangue. Il Signore, quasi raccogliendo la nostra poca fede, esorta ognuno di noi, come fece con Tommaso, a sporcarci le mani nelle ferite degli uomini, ad accostarci alle situazioni martoriate e abbandonate: la nostra incredulità è presa dal Signore e trasformata in amicizia e fonte di pace. L’ascolto del Vangelo e la carità sono la via della nostra beatitudine.

martedì 22 marzo 2016

Pasqua di Resurrezione

Dal vangelo di Giovanni (20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Il sabato è passato; sono finiti i giorni degli uomini. Ecco un nuovo giorno. È vero, inizia in maniera triste, come spesso è triste la vita in questo nostro mondo, soprattutto quando si sta davanti ad una tomba. Quella di Gesù non è speciale, è una tomba allineata tra le altre tombe di uomini e di donne. Semmai c’è una tristezza in più: in quel sepolcro non è finito solo il corpo di un amico, è finita anche la speranza di un regno nuovo che aveva infiammato quel gruppetto di uomini e di donne che Gesù si era portato dietro sin dalla Galilea. Se il mondo avesse il coraggio di fermarsi presso le tombe! Sentirebbe nel proprio petto come un nodo di angoscia, un senso di paura, di fronte alla morte della vita, della speranza, del futuro. I cimiteri? Non solo. Ci sono oggi paesi interi divenuti come grandi tombe, enormi cimiteri di vittime spesso innocenti, per l’oppressione, la violenza, la guerra. Davanti a questo panorama di morte, molti uomini fuggono, come fecero anche i discepoli di Gesù. Solo alcune donne si fermano; tre, secondo il Vangelo di Marco. C’è Maria di Magdala, una donna un po’ strana: è stata guarita da sette demoni. C’è poi l’altra Maria, la madre di Giacomo e poi Salome. Sono tre povere donne galilee, venute a Gerusalemme dietro a Gesù. Ora, smarrite dopo le tristi vicende accadute al loro maestro, non sanno fare altro che recarsi presso il suo sepolcro. All’alba sono già lì, preoccupate per come entrare nel sepolcro. La pietra che chiude la tomba è pesante, come sono pesanti quelle che schiacciano la vita dei deboli. Ma, appena giunte, vedono che la pietra è stata rotolata via, e scorgono un angelo, avvolto in bianche vesti, seduto sulla destra. Sono prese dalla paura. Ma l’angelo dice loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”. È il Vangelo della resurrezione.
È la prima Pasqua: ed è per una piccola comunità di tre sole povere donne, straniere e disprezzate. Ancora una volta si compie quello che Gesù aveva detto: “Ai poveri è predicata la buona novella, e beato chi non si scandalizza di me”. È la prima Pasqua. Ma anche se essa è solo per tre povere donne, non è però un fatto privato; è per tutti i discepoli: “Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea”. E di lì i discepoli avrebbero dovuto annunciare la resurrezione a tutti gli uomini sino agli estremi confini della terra. La resurrezione è un annuncio che scuote l’intera vita degli uomini. La scuote da capo a fondo per ridarle un nuovo volto: rimuove le pietre pesanti che gravano sui cuori degli uomini per renderli liberi, illumina il buio che circonda la vita degli uomini con il chiarore della misericordia. Chi risorge è il crocifisso. Quel morto in croce è ora rivestito della potenza di Dio. E la croce che appariva come il culmine della sconfitta, è diventata la potenza di Dio nel mondo. Piuttosto frequentemente nella tradizione iconografica delle Chiese d’Oriente la croce porta da un lato Gesù crocifisso e dall’altro Gesù risorto. Nelle apparizioni è il crocifisso che appare risorto, per manifestare la forza del suo amore per noi: come era stato crocifisso per noi, così viene risuscitato per noi.
È questo l’annuncio che quelle donne ricevono dall’angelo della Pasqua, e che provoca gioia grande e assieme timore. Gioia perché intuiscono che Gesù potrà restare con loro, ma anche timore per trovarsi immerse nel giorno di Dio. Esse fuggirono via dal sepolcro. Non restarono ferme là dov’erano. Una singolare fretta entrò dentro di loro. Sì, non si può indugiare davanti all’annuncio della resurrezione. C’è fretta; fretta di annunciare la liberazione ai prigionieri del male, a chi è sepolto dalla cattiveria, a chi è schiavo dell’orgoglio e dell’odio, a chi è schiacciato dalla fame e dalla guerra. Anche tre povere donne possono farlo. Proprio loro, disprezzate e per nulla considerate, furono le prime inviate per annunciare il Vangelo della risurrezione. E i discepoli sono invitati ad andare in Galilea, nell’estrema periferia di Israele, nella regione dei pagani, dove Gesù iniziò la sua missione: qui i discepoli incontreranno il Signore risorto e di qui ripartiranno per le vie del mondo. La Galilea è l’immensa periferia povera del mondo che attende l’annuncio di una speranza; ma forse è anche il cuore di ognuno di noi che aspetta di vedere il Signore. “Cristo è risorto, veramente è risorto!”.

martedì 15 marzo 2016

Domenica delle Palme

Dal vangelo di Luca (19,28-40; 22,14-23,56)
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: “Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno””. Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: “Perché slegate il puledro?”. Essi risposero: “Il Signore ne ha bisogno”. Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada.

Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
“Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!”.
Alcuni farisei tra la folla gli dissero: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”. Ma egli rispose: “Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”.
Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio”. Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”.
“Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!”. Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo.
E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.
Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele.
Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”. E Pietro gli disse: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte”. Gli rispose: “Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi”.
Poi disse loro: “Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?”. Risposero: “Nulla”. Ed egli soggiunse: “Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra gli empi. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento”. Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade”. Ma egli disse: “Basta!”.
Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: “Pregate, per non entrare in tentazione”. Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”.
Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: “Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?”. Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate! Basta così!”. E, toccandogli l’orecchio, lo guarì. 
Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: “Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre”.
Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: “Anche questi era con lui”. Ma egli negò dicendo: “O donna, non lo conosco!”. Poco dopo un altro lo vide e disse: “Anche tu sei uno di loro!”. Ma Pietro rispose: “O uomo, non lo sono!”. Passata circa un’ora, un altro insisteva: “In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo”. Ma Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”. E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E, uscito fuori, pianse amaramente.
E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi e gli dicevano: “Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?”. E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.
Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro sinedrio e gli dissero: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi”. Rispose loro: “Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio”. Allora tutti dissero: “Tu dunque sei il Figlio di Dio?”. Ed egli rispose loro: “Voi stessi dite che io lo sono”. E quelli dissero: “Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca”.
Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: “Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re”. Pilato allora lo interrogò: “Sei tu il re dei Giudei?”. Ed egli rispose: “Tu lo dici”. Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: “Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna”. Ma essi insistevano dicendo: “Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui”.
Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. 
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: “Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà”.   Ma essi si misero a gridare tutti insieme: “Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!”. Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio.
Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!”. Ed egli, per la terza volta, disse loro: “Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà”. Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere. 
Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù.
Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”,e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?”. Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.
Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”.

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. L’altro invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”.
Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre,nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo, spirò.
Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: “Veramente quest’uomo era giusto”. Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.
Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.
“Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme” (Lc 19,28). Questa frase evangelica che apre la narrazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, riassume bene il nostro cammino quaresimale, ma anche quello di tutta la vita. La settimana che viene è chiamata santa, a motivo della memoria di quei giorni nei quali mai si è visto amore più grande per gli uomini. È saggio, anche se immersi nei nostri problemi, lasciarci coinvolgere dai drammatici sentimenti che marcano i giorni ultimi di Gesù. Sono sentimenti che non troviamo in noi stessi; possiamo solo riceverli. È perciò una grazia da non perdere quella di questi giorni: i nostri occhi potranno contemplare fino a che punto il Signore ci ha voluto bene.
La domenica delle palme, che inizia questa grande e santa settimana, è segnata simultaneamente dall’ingresso di Gesù in Gerusalemme e dalla narrazione della sua passione e morte. La Liturgia, riunendo in un’unica celebrazione questi due avvenimenti, temporaneamente distinti, sembra voler togliere dalla nostra mente ogni equivoco circa il trionfo di Gesù: egli entra come un re, ma è diverso dai re di questo mondo: regna da un trono che non è come quelli delle regge; non vince con gli eserciti o con le alleanze, e neppure si afferma con un suo nutrito e forte gruppo di pressione. Gesù stesso chiarisce questo equivoco sorto tra i discepoli proprio la sera del giovedì santo. Ripiegati su loro stessi, e per questo insensibili al dramma che Gesù stava vivendo, si misero a discutere chi tra loro fosse il più grande. Con una sconfinata pazienza Gesù disse loro: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra di voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve”.
Non erano solo parole di comodo; bastarono poche ore e Gesù portò, sulla sua carne, alle estreme conseguenze queste affermazioni. Per altro verso, la storia della passione è molto semplice: c’era un uomo buono che parlava del Vangelo, sia nella povera e malfamata Galilea come nella capitale Gerusalemme; e in tanti accorrevano ad ascoltarlo. Ad un certo punto i potenti decisero che aveva parlato troppo e che in troppi stavano a sentirlo; presero quindi la decisione di farlo tacere; trovarono un suo amico che indicò loro con precisione il luogo dove abitualmente si ritirava: un orto alle porte di Gerusalemme. Quella sera stava lì con i suoi, lo presero e lo portarono davanti alle più alte autorità: Pilato, il rappresentante del più grande impero del mondo, ed Erode, il re furbo. Ma ambedue non vollero prendersi nessuna responsabilità per quell’uomo. La folla, che solo cinque giorni prima aveva gridato “osanna”, si mise ora ad urlare “sia crocifisso, sia crocifisso!”, e Pilato non seppe resistere. Quell’uomo, dopo essere stato rivestito per burla con gli abiti da re, fu torturato, schiaffeggiato, coronato di spine; poi fu condotto fuori dalla città (anche per nascere dovette trovare una stalla fuori Betlemme) verso una collinetta, chiamata Golgota, e lì fu inchiodato su di una croce, con due ladri, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Su quella croce, quell’uomo buono, morì. Si chiamava Gesù e veniva da Nazareth.
Non ci vuole molto a dire che quella morte fu ingiusta. La morte, del resto, non è mai giusta nemmeno dopo i crimini più brutti; ma davvero è facile dire che la morte di quell’uomo fu veramente ingiusta. Non aveva fatto niente di male, anzi “aveva fatto bene ogni cosa” (Mc 7,37), notò una volta la gente. Chi ascolta il racconto di questa morte, con un poco di cuore, resta commosso e dispiaciuto: quell’uomo buono ha dovuto soffrire tanto e morire sulla croce, solo perché aveva parlato del Vangelo e aveva detto di essere il Figlio di Dio. Ciascuno di noi al termine della lettura del “Passio”, prova un senso di afflizione e di rammarico ed è tentato di dire: “Io non lo avrei fatto”, oppure di giustificarsi: “Non sono Pilato, non sono Erode, non sono nemmeno Giuda…”; si può, inoltre, confessare la propria impotenza di fronte alla viltà di Pilato e alla crudeltà dei sommi sacerdoti. Ma c’è anche Pietro; non è il peggiore dei discepoli; anzi se non è il migliore, è certamente il più importante, quello a cui Gesù ha affidato la maggiore responsabilità. Pietro ha una grande idea di sé, è orgoglioso, persino permaloso. Si offende quando Gesù gli dice che lo tradirà: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”, risponde. Eppure basta una donna per far crollare tutto. Fu l’incontro con lo sguardo di Gesù che sconvolse Pietro: “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto” (Lc 22,62). I cristiani, noi, non siamo degli eroi; siamo come tutti; ma se i nostri occhi incrociano gli occhi di quell’uomo che va a morire, anche noi ricorderemo le parole del Signore e saremo liberati dalle nostre paure. È la grazia di questa settimana; poter stare accanto a quell’uomo che soffre e che muore per poter incrociare il suo sguardo.