sabato 19 maggio 2018

Messa a Livorno per i 50 anni della Comunità di Sant'Egidio

FESTA A LIVORNO PER I 50 ANNI DI SANT’EGIDIO

Care sorelle e cari fratelli, cari amici della Comunità di Sant’Egidio
in questo giorno di festa, anche perchè liturgicamente oggi è la festa dell’Ascensione di Gesù al cielo, noi ci raccogliamo per questa memoria tanto cara: 50 anni di vita della Comunità di Sant’Egidio.
50 anni non sono moltissimi ma sono anche un bel numero di anni. A me conviene dirlo: abbiamo tutti 50 anni! mi dispiace per i più giovani … ma per tutti è una crescita in sapienza! 50 anni non sono pochi.
La Parola di Dio illumina bene questa storia, perchè nel Vangelo che abbiamo ascoltato accade che per la prima volta i discepoli non vedono Gesù. Gesù sale al cielo. Per la prima volta non lo vedono. Dopo la Pasqua per quaranta giorni lo avevano visto, avevano parlato e mangiato con lui, ma quella era la prima volta che erano “soli”. E dovevano iniziare una nuova vita. Potremmo dire che la prima comunità cristiana doveva iniziare a compiere i suoi primi passi. E non sono rimasti tra loro.
Scrive l’evangelista che “partirono e predicarono dappertutto”. I primi passi non sono verso se stessi,  i primi passi non sono per contemplare la propria condizione migliore o peggiore, i primi passi sono per andare, per discendere potremmo dire, per guarire i malati, per predicare il Vangelo.
La storia della Comunità di Sant’Egidio si colloca nella stessa identica prospettiva, 50 anni fa.
Un piccolo gruppetto, forse erano meno di undici, con Andrea Riccardi, partirono, non rimasero dentro una scuola o dentro i loro recinti abituali magari per piangersi addosso o per fare festa tra loro o per contemplare quanto si volevano bene; la Chiesa, la comunità dei discepoli è sempre in partenza. Dico questo a Livorno: cosa sarebbe un porto se non si parte e non si torna … nulla! non è che Gesù parli al vuoto.
Così è iniziata la Comunità di Sant’Egidio: partire e andare. Andare dove? Scendere là dove ci sono donne, uomini, piccoli e anziani, bisognosi di aiuto e di affetto, bisognosi di ascensione, di ascendere, di non restare nella tristezza della solitudine o nell’avarizia dei rasseganti.
La comunità cristiana, in questo caso di Sant’Egidio, partì.
Il primo grande viaggio fu di pochi decine di metri. Perchè partire significava lasciare il mondo della Roma ricca e bene per andare dall’altra parte del Tevere, dove c’erano i poveri e i deboli. Questa fu la prima grande traversata: uscire da se stessi per andare incontro a chi ha bisogno; perchè? perchè questo è quello che è scritto nel Vangelo: “andate dappertutto – dice Gesù – e scacciate i demòni”. Quanti demòni anche oggi, quanti spiriti cattivi distruggono la vita di tanti.
“Parlate lingue nuove”. Oggi ciascuno cerca di parlare la propria lingua, si rinchiude, preferisce parlare il dialetto del proprio benessere, costruisce muri, distrugge ponti, alza barriere.
“Prenderete in mano i serpenti”. Non dobbiamo lasciare i serpenti del male divorare anziani e bambini. Pensate le guerre, i conflitti, quanti morti, quanti abbandonati, quanta gente espulsa o costretta ad andare via dalle loro case.
“E se berrete qualche veleno non vi recherà danno”. Dobbiamo sporcarci le mani, dobbiamo osare mettere le mani dove c’è il dramma della solitudine e della tristezza. Non ci recherà alcun danno.
Ecco perchè oggi celebrare e ricordare questi 50 anni della Comunità non è per gloriarci di una bella storia e potremmo anche farlo perchè vi assicuro è veramente straordinaria, molto bella. Piuttosto questa nostra celebrazione ci spinge a riprendere il cammino, a fare di più.
Quando papa Francesco è venuto a Roma a celebrare con noi il cinquantesimo, poi ci ha detto: “voi siete la comunità delle 3 P, preghiera, poveri e pace”.
Anche qui, anche a Livorno. Qui c’è la preghiera e chiunque di voi vuole respirare la Parola di Dio piò venire qui per ascoltarla. Perchè il segreto di tutto è lasciarsi spingere dalla Parola di Dio e non dai nostri sentimenti. Non lasciamoci spingere dai nostri sentimenti! Dobbiamo lasciarci spingere dal sentimento di Dio che è amore.
I poveri.  Chi vuole spendere la propria vita non solo per sé, qui, anche qui, può aiutare! Quelli della Comunità lo sanno bene: i bambini, gli anziani, i carcerati, gli emarginati, gli anziani, gli stranieri.
E poi la pace, una pace fino ai confini della terra.
Il 28 maggio voi ricorderete il bombardamneto della città! E fate bene. Voi grazie a Dio solo lo ricorderete. Ma in tante parti del mondo, il bombardamento è oggi.
Ecco perchè ricordiamo queste “3 P” oggi: per sentire l’urgenza di spenderle ancora di più.
Guardiamo il mistero dell’Ascensione di Gesù al cielo: questo mistero non vuol dire che Gesù se ne va e non sappiamo dove va a finire. No, ascendere al cielo vuol dire che Gesù non sta più a Gerusalemme o nella Palestina, ma va in tutto il cielo che circonda il mondo intero.
L’Ascensione vuol dire che i discepoli, guidati da Gesù, devono andare in tutto il mondo, fin dove c’è il cielo. Nel messaggio dell’Ascensione c’è il messaggio dell’universalità, c’è il messaggio della reponsabilità per tutti gli uomini e le donne di questo mondo, soprattutto per i più deboli.
E allora capiamo perchè c’è bisogno di più preghiera, di più amore per i poveri, c’è bisogno di più impegno per la pace.
In questa prospettiva, celebrare i 50 anni di Sant’Egidio anche qui a Livorno significa moltiplicare queste “3 P”: moltiplicare la preghiera, aprire gli occhi e il cuore per essere accanto a chiunque ha bisogno, vuol dire invocare la pace, sdegnarsi per le guerre. E tutti possiamo farlo. Perchè la comunità di Sant’Egidio, come qui, questa sera, è una casa aperta, accoglie tutti. E’ uno spirito, è un desiderio, è un impegno.
Questa sera riuniti in un unico popolo, insieme a tante altre realtà della Comunità, noi davvero ringraziamo il Signore di poter vivere questa universalità; per cui noi pur restando qui possiamo essere legati al mondo intero. Pur restando a Livorno, il cuore, la mente, la preghiera, le braccia si allargano e comprendono tutti.
Abbiamo storie diverse, proveniamo da vicende diverse e tuttavia possiamo tutti vivere quel medesimo spirito di quell’andare sino ai confini del mondo, scendere negli inferni del mondo per vivere l’ascensione di tutti verso il Signore.
Celebrare l’anniversario del 50° nel giorno dell’Ascensione è un piccolo dono! siamo fortunati: è un piccolo dono di Gesù, è una carezza a Livorno e  alla comunità di Livorno, perchè ci fa comprendere che questo mistero  della discesa e dell’ascesa è ciò che rende piena la nostra vita.
E allora possiamo dire: ora capiamo! perchè siamo nati, ora capiamo perchè siamo qui, perchè dobbiamo scendere nei tanti inferni  e portare salvezza, ascensione a tutti!
Tutti possiamo farlo, i più piccoli e i più grandi. Chi può camminare e chi non può camminare. Perchè il cuore e la mente camminano, perchè il cuore può battere per tutti, la preghiera può scoperchiare questo tetto e arrivare non solo al cielo ma anche ai confini della terra. E anche il desiderio, l’impegno per la pace cominciano qui. Un sapiente ebreo diceva: se vuoi cambiare il mondo, comincia a cambiare il tuo cuore.
La celebrazione e la memoria di questi 50 anni, questa sera, cari fratelli e care sorelle, ci aiuta a rinascere, nel lavoro, nella preghiera e nell’amicizia con tutti.
Il Signore ci benedica, ci accompagni con il suo Spirito nei prossimi 50 anni e nel tempo che ci vorrà dare per ascendere con Lui e con tanti al cielo.

martedì 6 febbraio 2018

Quinta Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco (1,29-39)

E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: “Tutti ti cercano!”.  
Egli disse loro: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Il brano evangelico narra la prima giornata di Gesù a Cafarnao. Si presenta come una giornata tipo. E ci appare subito molto diversa dalle nostre giornate, segnate spesso dalla monotonia, dalla tristezza, dalla banalità. Altre volte invece sono la durezza e la drammaticità della vita che prendono il sopravvento nelle nostre giornate. E possiamo sentire vere anche per noi le parole scritte nel libro di Giobbe che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario?”. Se poi il nostro sguardo si allarga verso coloro che sono più direttamente toccati dalla violenza, dall’ingiustizia e dalla guerra (di quelle note e delle non poche altre magari più limitate ma di cui nessuno parla), il lamento di Giobbe assume un valore ancor più tragico: “A me sono toccati mesi di illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: quando mi alzerò? La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba… Ricordati che un soffio è la mia vita; il mio occhio non rivedrà più il bene”. La vita degli uomini è davvero dura, ci dice questo brano della Scrittura.
La “giornata di Cafarnao”, che oggi il Vangelo ci ha annunciato, entra dentro le nostre giornate per infondervi forza ed energia, quasi come il lievito che messo nella pasta la fermenta tutta. L’evangelista narra che Gesù, dopo aver scacciato uno spirito immondo da un poveretto mentre si trovava nella sinagoga, si reca nella casa di Simone e Andrea. Forse cerca un po’ di tranquillità. Ma non fa in tempo ad entrare in casa che subito gli dicono che la suocera di Simone è febbricitante. Senza frapporre tempo Gesù la guarisce; non dice nessuna parola, neppure una preghiera. La prende per mano e la fa alzare. È una narrazione semplice che contiene però la forza vittoriosa di Gesù contro il male (non è solo un caso che l’evangelista per indicare la guarigione della donna usi lo stesso verbo che usa per la resurrezione di Gesù). La risposta della donna – “ed ella li serviva” – non è un semplice gesto di grata cortesia, ma la “diaconia” (questo è il verbo usato per indicare quello che la donna si è messa a fare), ossia il servizio al Signore e ai fratelli.
In questa guarigione sono in certo modo presenti tutte le altre, sia quelle che Gesù farà nel corso della sua vita terrena sia quelle dei discepoli di allora e di ogni tempo. Subito infatti l’evangelista allarga la scena e passa dalla guarigione di una singola persona alle guarigioni di tanti. Come a dire che Gesù è venuto a lottare contro il male, contro ogni tipo di male, sia fisico che mentale o psichico. Emerge già qui – siamo alla prima pagina del Vangelo di Marco e così deve essere nella vita della Chiesa – quella “compassione” per i deboli, per i malati, per i poveri, per le folle stanche e sfinite di cui spesso sentiremo parlare nei Vangeli nelle prossime domeniche. Questa compassione riassume tutta la missione di Gesù. Era ancora lo stesso giorno – nota l’evangelista – e “venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta”. Era tramontato il sole e il mondo non dava più luce né speranza; ma tutta la città si era radunata davanti a quella porta, alla porta della casa ove stava Gesù, dove era l’unica luce non tramontata. Viene spontaneo pensare ai milioni di persone colpite dalla guerra e dalla fame che vagano cercando una porta a cui bussare. E come non pensare anche alle porte delle nostre comunità ecclesiali spesso approdo per poveri e disperati? Sanno, queste porte, aprirsi per consolare e guarire? L’evangelista dice che Gesù ne guarì molti.
Quando tutti erano andati via, guariti e rincuorati, Gesù uscì e si recò in un luogo appartato, per pregare. Questo momento è, in verità, il culmine e la fonte di tutte le sue giornate, di tutto ciò che fa. È la sua prima e fondamentale opera. Sì, la preghiera è la prima opera di Gesù. E così dev’essere per i suoi discepoli. Immaginiamo allora la preghiera notturna di Gesù dopo che, per un giorno intero, ha toccato con mano le angosce e le speranze di tanta gente. L’intimità con il Padre non è una fuga dal mondo e dalla vita per godersi finalmente un po’ di tranquillità, che pure sarebbe ben meritata. Molto più verosimilmente tali incontri sono colloqui appassionati (magari anche drammatici, basti pensare alla notte nel Getsemani!) tra il Figlio e il Padre sulla missione che ha ricevuto, sulle condizioni del mondo, sulla salvezza di tutti coloro che Gesù incontra e su quella degli altri che deve incontrare ancora. Questo può spiegare la sua reazione quando i discepoli, dopo averlo raggiunto, gli dicono che tutti lo cercano: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là”. Gesù non si ferma in una sola casa, in un solo gruppo, in una sola nazione, in una sola civiltà; e non esce da una sola porta. Egli vuole visitare tutte le case, perché ovunque c’è bisogno del Vangelo. A partire dalle periferie più lontane.