mercoledì 22 marzo 2017

Quarta Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Giovanni (9,1-41)
Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo”. Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Và a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: “Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?”. Alcuni dicevano: “E’ lui”; altri dicevano: “No, ma gli assomiglia”. Ed egli diceva: “Sono io!”. Allora gli chiesero: “Come dunque ti furono aperti gli occhi?”. Egli rispose: “Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista”. Gli dissero: “Dov’è questo tale?”. Rispose: “Non lo so”.
Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: “Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo”. Allora alcuni dei farisei dicevano: “Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. Altri dicevano: “Come può un peccatore compiere tali prodigi?”. E c’era dissenso tra di loro. Allora dissero di nuovo al cieco: “Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?”. Egli rispose: “E’ un profeta!”. Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: “E’ questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?”. I genitori risposero: “Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso”. Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano gia stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: “Ha l’età, chiedetelo a lui!”.
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: “Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”. Quegli rispose: “Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo”. Allora gli dissero di nuovo: “Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?”. Rispose loro: “Ve l’ho gia detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. Allora lo insultarono e gli dissero: “Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia”. Rispose loro quell’uomo: “Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?”. E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”. Egli rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gli disse Gesù: “Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui”. Ed egli disse: “Io credo, Signore!”. E gli si prostrò innanzi. Gesù allora disse: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”. Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”.
“Rallegratevi! Esultate e gioite voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione!”. Così abbiamo recitato all’inizio di questa Santa Liturgia che proprio per questo è chiamata Laetare. Si può essere contenti in Quaresima? A noi, che poniamo la gioia nell’avere tutto, sembra impossibile rallegrarci. Eppure la Liturgia insiste: “Rallegratevi!”. Il Signore infatti non chiede sacrifici, ma misericordia. “Rallegratevi!”, perché il Signore libera dai semi d’inimicizia che ci allontanano dagli altri e rendono triste la vita. È quel che accade a quel cieco di cui ci ha parlato il Vangelo.
Quell’uomo da anni stava seduto a chiedere l’elemosina, da tanti era stato visto e solo qualcuno di tanto in tanto si fermava per gettargli qualche spicciolo per poi continuare oltre sulla propria strada. Gesù invece lo vede e si ferma; non passa oltre. Anche i discepoli si fermano e lo guardano. Ma è uno sguardo diverso da quello di Gesù. Per i discepoli diviene un caso su cui intavolare una disputa, interessati come sono più alle teorie che a quel povero disgraziato. Si potrebbe dire che si tratta di una questione piuttosto importante: “Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Secondo il giudaismo corrente, la disgrazia era effetto del peccato: Dio castigava l’uomo in proporzione alla sua colpa. Questa concezione ha in verità attraversato i secoli ed è entrata a far parte anche della mentalità di molti cristiani sino ai nostri giorni. Non è raro sentir dire da molti cristiani che Dio sta all’origine di questo o quel malanno. E quanta gente, in occasioni di disgrazie, esclama: “Ma che male ho fatto perché il Signore mi punisca in questo modo?”. È una concezione totalmente errata, triste e assolutamente offensiva del Signore; quasi che Egli stia spiando le nostre debolezze per colpirci ancor più.
Gesù, in questa pagina, si scaglia contro tale concezione: “Né lui ha peccato, né i suoi genitori”. Non vuole rispondere alla questione teorica (e certamente drammatica) della presenza del dolore e della malattia in questo mondo. Gesù però vuole mostrare chiaramente qual è l’atteggiamento di Dio di fronte al male. Il Signore non solo non è uno che infligge il male ai suoi figli; su questo è categorico. Ma neppure è indifferente ai drammi e alle malattie che si abbattono su di loro. Egli viene in nostro soccorso per salvarci, e per farci guarire dal male se siamo colpiti. È la vicenda di quel cieco. Mentre i discepoli discutono se quell’uomo sia colpevole o meno, Gesù lo ama, gli si avvicina e lo tocca con tenerezza. La vicinanza affettuosa di Gesù guarisce quell’uomo dalla sua malattia. In quella mano che tocca si compie il mistero dell’amore di Dio. Sì, il mistero non è una realtà incomprensibile. È piuttosto incomprensibile la durezza e la cattiveria degli uomini. Il mistero non è una realtà che non si tocca. È purtroppo vero che spesso gli uomini sono distanti a tal punto da non riuscire né a parlarsi né ad amarsi. Ma quando quella mano si stende e tocca quell’uomo, ecco che si svela il mistero e possiamo comprendere quant’è grande l’amore di Dio per noi.
Gesù non risponde alla domanda astratta su chi è colpevole (“Né lui ha peccato, né i suoi genitori”) ma guarisce quell’uomo, gli ridona la vista perché si manifesti l’opera di Dio, cioè una vita libera dal male. Il Signore non condanna; non si nasconde dietro la fredda giustizia come i farisei; non scarica ad altri ogni responsabilità. Al contrario, si fa carico della debolezza e guarisce: si ferma, parla, stende la sua mano ed invita quel cieco a lavarsi nella piscina di Siloe. Il cieco vi “andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. È una indicazione anche per noi che tanto spesso siamo ciechi anche con gli occhi aperti. Quante volte infatti non vediamo altro che noi stessi? C’è bisogno anche per noi di riacquistare la vista. Come possiamo riacquistarla? Come fece quel cieco: ascoltando la parola di Gesù (il Vangelo) e prendendola sul serio.
Una volta guarito, la gente non credeva che fosse lo stesso mendicante conosciuto da tutti. Sì, per il mondo è impossibile cambiare, essere diversi da come si è. I farisei, addirittura, s’infastidiscono per quel cambiamento. Avrebbero dovuto gioire per un uomo che iniziava a vedere, per qualcuno che ritrovava speranza, sorriso, gioia. Ma erano uomini lontani dalla vita e privi di passione per gli altri. A loro interessava l’apparenza o meglio la conservazione del loro potere. Così lo cacciarono via, indifferenti per la sua gioia, che anzi volevano umiliare. Gli ricordano pesantemente che era nato nel peccato! Per loro il castigo veniva da Dio ed era una condanna. Un cuore freddo, una giustizia senza amore, parole dette senza bontà non cambiano nulla della vita. Occorre volere bene, tendere la mano a chi ha bisogno, fermarsi, parlare. Solo così, incontrando gli altri come Gesù faceva, possiamo aiutare chi non vede a ritrovare la vista. Gesù incontra di nuovo quel cieco. Guarda il suo cuore e cerca in lui un amico, un discepolo. “Credo, Signore!”, disse quell’uomo che era stato cieco. È la professione di fede di un uomo che, amato, riconosce nell’amore il volto di Dio. È la luce di Gesù, luce che vince il male, luce che illumina la vita e la rende eterna.

venerdì 10 marzo 2017

Seconda Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Matteo (17,1-9)
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”.
Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.
Il tempo quaresimale è un tempo opportuno per riconsiderare il nostro rapporto con Dio. È il tempo del ritorno a Dio. La Chiesa ci invita ad alzare gli occhi da noi stessi per dirigerli verso il Signore. È il senso del digiuno, quello del corpo e quello del cuore. Siamo invitati a digiunare dalla nostra sazietà, dalla nostra autoreferenzialità, dal nostro modo rassegnato di vivere. Il digiuno si accompagna a un più robusto e continuato ascolto della Parola di Dio che in questo tempo ci viene offerta con larghezza. Sappiamo bene infatti che ogni volta che dimentichiamo il Vangelo i nostri occhi si appannano, il nostro cuore si indurisce e i nostri passi rallentano. La Quaresima ci ridona gli occhi per vedere il Signore e il cuore per crescere nell’amore. È il Signore stesso che ci viene incontro e ci prende per mano per condurci più in alto, più vicino al cielo. Fece così con Abramo, come abbiamo ascoltato dal libro della Genesi, quando gli indicò un nuovo cammino da intraprendere: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò». Abramo obbedì e si incamminò verso la terra che gli veniva indicata. Non fu per lui un partire senza senso, senza meta. Il Signore gli indicò una meta alta, grande, inimmaginabile per lui. Gli disse: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome… e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Il Signore chiamava Abramo a partecipare al suo grande sogno sul mondo: radunare un popolo grande per testimoniare a tutte le famiglie della terra il suo amore. Era la chiamata a partecipare al disegno stesso di Dio.
È quanto accadde anche quel giorno quando Gesù «prese con sé» Pietro, Giacomo e Giovanni e «li condusse in disparte su un alto monte». Fece questo con quei tre; continua a farlo anche con noi. La santa liturgia, alla quale siamo stati chiamati a partecipare, è quel monte alto a cui il Signore stesso ci conduce. L’evangelista scrive che questo avvenne «sei giorni dopo», come a significare anche questo momento liturgico che accade alla fine della settimana. I «sei giorni», quelli della creazione, sono passati ed è giunto il giorno del riposo. Per sei giorni il Signore ha camminato con i discepoli. Non ha scelto di camminare da solo per le vie del mondo; non ha voluto essere un eroe solitario compiaciuto delle cose che faceva o pieno di sé per i successi che otteneva. Gesù ha scelto di camminare con quel gruppetto di uomini. Sapeva bene che erano deboli, fragili, limitati e limitanti, ma forse proprio per questo quel giorno li prese con sé e li portò su un alto monte. La tradizione spirituale vuole che in questa seconda domenica di Quaresima contempliamo la Trasfigurazione per vedere sin da ora il termine del cammino, la Pasqua, e non rallentare così il cammino di conversione.
Il Signore sa bene che siamo deboli e fragili, e che abbiamo bisogno del suo aiuto, per questo ci svela il suo volto luminoso e trasfigurato. Quante volte dimentichiamo quel volto, quante volte non ascoltiamo quanto esce dalla sua bocca! Gesù, pastore buono, ci fa salire più in alto, per essere più vicini al cielo e vedere meglio il suo volto, il suo sogno, quello di trasfigurare il mondo intero. Ed ecco la santa liturgia divenire, assieme alla preghiera comune, il nostro Tabor, il luogo e il momento della trasfigurazione. Luca, nel brano parallelo, sottolinea che la trasfigurazione avvenne mentre Gesù pregava. Matteo non rileva questa circostanza, ma nei Vangeli è normale notare che Gesù si recava sul monte per pregare, e scrive immediatamente che Gesù, giunto sul monte, «fu trasfigurato davanti a loro»: il suo volto divenne luminoso come la luce del sole e anche le vesti promanavano esse stesse una luce splendente. Non è azzardato pensare che Gesù, ogni volta che si poneva in preghiera, in certo modo si trasfigurava, cambiasse cioè d’aspetto mentre incontrava in maniera così diretta il Padre. Una volta gli apostoli se ne resero conto e fu allora che chiesero a Gesù: «Insegnaci a pregare».
Ogni volta che i discepoli sono alla presenza di Dio e ascoltano la Parola del Figlio, l’amato, avviene la trasfigurazione. Care sorelle e cari fratelli, ogni volta che partecipiamo alla santa liturgia e ascoltiamo la voce del Figlio, l’amato, veniamo trasfigurati anche noi. Il nostro cuore viene modellato su quello del Signore, il nostro volto diviene più simile a quello del Maestro; sono volti più distesi, più gioiosi, più illuminati di festa, più trasparenti di speranza e di fiducia. Anche le vesti mandano una luce nuova; sì, la nostra vita manifesta più chiaramente il Vangelo, rende più evidente la misericordia e l’amore del Signore. Sì, sul monte della preghiera vediamo il volto di Gesù trasfigurato che diviene per noi fonte per la nostra trasfigurazione. Noi dovremmo rifletterlo, senza distorcerlo o annebbiarlo, sul mondo. Quel volto mostra il Signore che non è rassegnato al realismo triste; mostra anzi l’impegno del Padre per trasfigurare la vita nostra e quella dei poveri; manifesta l’impegno per trasfigurare la condizione drammatica dei Paesi schiacciati dalla guerra e dalla fame; mostra la passione per trasfigurare il corpo straziato dalla malattia e per ridare un volto lieto a coloro che seguono Gesù sulla via dell’amore.
Nella liturgia possiamo unirci a Pietro nell’esclamare: «Signore, è bello per noi essere qui!» Sì, è bello essere qui, avvolti dalla luce del Signore, circondati dai canti di festa, ammaestrati dalla sua Parola, nutriti della Santa Eucaristia per essere trasformati in un solo corpo. E anche noi, al termine, ci sentiremo toccati dal Signore: «Alzatevi e non temete». I tre – nota l’evangelista – «non videro nessuno, se non Gesù solo». E compresero meglio che bastava solo Gesù. Poi ripresero il loro cammino scendendo verso la pianura dalle folle stanche e sfinite. Anche noi, al termine, riprendiamo il cammino per comunicare il Vangelo, avendo accanto Gesù consapevoli che solo lui ci basta, solo lui ci trasfigura. Non stacchiamo i nostri occhi da quel volto, per conoscerlo ancor più e amarlo più intensamente. Seguendolo giorno per giorno vedremo il nostro cuore trasfigurarsi e il suo sogno allargarsi sino ai confini del mondo.

lunedì 27 febbraio 2017

Prima Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Matteo (4,1-11)
Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: “Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane”. Ma egli rispose: “Sta scritto: 
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. 
Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: “Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: 
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede”. 
Gesù gli rispose: “Sta scritto anche: 
Non tentare il Signore Dio tuo”. 
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. Ma Gesù gli rispose: “Vattene, satana! Sta scritto: 
Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”. 
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.
Mercoledì abbiamo iniziato la Quaresima. Sono i quaranta giorni di preparazione per la Pasqua. Per quaranta giorni Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo”. In questo tempo anche noi siamo come condotti nel deserto delle nostre città per lottare contro ogni divisione ed inimicizia. E la lotta inizia dal cuore di ciascuno di noi. È di qui infatti che parte il cambiamento del mondo: dal cuore di ciascuno di noi. Cambiare infatti significa imparare a volere bene da colui che è il maestro dell’amore. La Quaresima è un tempo opportuno per ritrovare il cuore e poter quindi amare come Gesù ha amato. Il Signore ce lo chiede perché sa bene che la felicità e la salvezza dipendono dall’amore. Egli vuole che la nostra vita sia gioiosa, bella, piena di fratelli e di sorelle, non noiosa, indurita o triste, che si esaurisce in sé, che obbedisce alla terribile legge dell’amore per sé. Dobbiamo chiederci se noi non siamo poveri di amore, se non siamo freddi, paurosi, aggressivi, infedeli, incostanti, pieni di rancori, comandati dall’orgoglio istintivo. E dobbiamo interrogarci se il nostro cuore non si riempie troppo facilmente di paure e inimicizie, di diffidenze e ostilità. Vivendo in questo modo ricadiamo immancabilmente nella tristezza di una vita solitudinaria.
L’uomo, ch’era polvere, divenne un essere vivente quando il Signore Iddio – così la Scrittura – soffiò nelle sue narici un alito di vita; e fu lo stesso Signore a collocare l’uomo nel giardino che aveva piantato. Questa era la volontà del Signore sulla vita degli uomini: che tutti abitassero in un giardino fiorito. Ma l’uomo non volle ascoltare la Parola di Dio, preferendo quella subdola ed allettante del serpente. L’uomo perse quel giardino e abitò in un deserto, come ci racconta il libro della Genesi. Il giardino della vita si trasforma in deserto quando l’uomo preferisce ascoltare altre voci rispetto a quella di Dio. Il mondo, le nostre città, i nostri cuori, sono spesso simili al deserto perché preferiamo ascoltare le suggestioni del serpente piuttosto che la Parola di Dio. La conseguenza è trovarsi nudi di affetto, nudi di amicizia, nudi di dignità, nudi di senso della vita. Ed anche gli uni contro gli altri, come fecero Eva e Adamo i quali si accusarono a vicenda perché ciascuno voleva salvare se stesso. Quando non si ascolta il Signore, anche i più intimi diventano nemici tra loro. E la vita diventa un deserto dominato dall’antico tentatore, che continua indisturbato a spingere gli uomini ad ascoltare se stessi più che il Signore, ad accusarsi a vicenda piuttosto che a volersi bene. Insomma, nel deserto di questo mondo la ricerca del proprio interesse diviene la suprema legge.
Gesù è venuto in questo deserto per non abbandonarci, per mostrarci fin dove arriva il suo amore. Qui egli, come noi, si sottomette alle tentazioni. Il Vangelo ne elenca tre, di cui la prima è quella del pane. Essa arriva al momento propizio, quando Gesù, dopo quaranta giorni di digiuno, è stremato dalla fame. Vi possiamo leggere la tentazione di soddisfare solo se stessi, di pensare solo al proprio benessere. Gesù, indebolito dal digiuno, ha motivi più che plausibili per cedere alle insinuazioni del tentatore. Ma risponde con l’unica vera forza dell’uomo, quella della Parola di Dio: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Poi il diavolo porta Gesù sul pinnacolo del tempio e lo sfida: “Buttati giù! Ci saranno certo gli angeli di Dio a proteggerti”. È la tentazione del protagonista che non vede altro che se stesso, e pretende che ogni cosa sia centrata su di lui, che tutti, anche gli angeli, girino attorno a lui. E infine c’è la tentazione del potere: “Tutto può essere tuo”, dice il diavolo a Gesù mentre da un monte gli mostra l’estensione della terra. Ma Gesù proclama la sua libertà dal potere affermando che ci si prostra solo davanti a Dio. “Sta scritto infatti: il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo rendi culto”. Quante volte si è creduto di poter usare le cose, finendone poi schiavi! Nel deserto, dominato dalle parole subdole dell’antico tentatore, Gesù riafferma ogni volta: “Sta scritto…”. È con il Vangelo, continuamente riproposto, che Gesù sconfigge le tentazioni e allontana il diavolo: “Vattene, Satana!”. E quel deserto si trasforma in un giardino di vita. Gesù non è più solo e abbandonato alla fame e all’aridità. Giungono gli angeli, si accostano a lui e lo servono.

venerdì 24 febbraio 2017

Ottava Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo (6,24-34)
Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il
Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.
Gesù dice ai discepoli: «Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?» Sono parole molto chiare che dovrebbero farci riflettere su come la maggioranza di noi pensa alla propria vita, alle preoccupazioni che abbiamo sul nostro presente e sul nostro futuro. Non ci lasciamo prendere dall’angoscia dell’oggi e del domani? Il Vangelo ci invita a guardare gli uccelli del cielo e a stupirci di come essi sono aiutati dal Signore. Ebbene, se è così per gli uccelli del cielo, che senza dubbio contano molto meno delle persone, non varrà tanto più per noi? Eppure noi viviamo preoccupandoci proprio di ciò che nella nostra vita non mancherebbe comunque, anche se noi non ce ne curassimo: «Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Voi, sembra affermare il Vangelo, siete nati per il Signore. Egli lo sa bene; la vostra vita gli sta molto a cuore, più di quanto stia a cuore a voi stessi. Voi siete fatti per lui e per i fratelli. Eppure noi di questa fondamentale verità, che è il senso stesso della vita, ce ne occupiamo davvero poco (tanto meno ce ne preoccupiamo). E se molti restano senza cibo e vestito è perché altri non cercano il regno di Dio e la sua giustizia, bensì solo il proprio tornaconto.
Gesù, all’inizio di questo brano evangelico, chiarisce che nessuno può fare il servo contemporaneamente a due padroni, con un servizio totale, infatti «o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure s’affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». Tornano in mente le parole del Deuteronomio che definiscono il “servizio” all’unico Signore con questi termini: amarlo «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (6,5). E in nome di questa dedizione totale a Dio si contesta l’idolatria, che è appunto “servire” altri dèi, altri signori. È la pretesa di un diritto assoluto da parte di Dio. Non è difficile che questo ci sembri eccessivo. E in base ai nostri calcolati giudizi, alla nostra misurata e accorta gestione dei sentimenti, certamente lo sentiamo tale. È proprio così: Dio è eccessivo. Ma è l’eccesso di amore che rende ragione della sua pretesa. È già ben chiaro nelle parole del profeta Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (49,15). Mai una madre dimentica il proprio figlio piccolo; ebbene, anche se per assurdo una madre operasse così, il Signore non lo farebbe mai. Per questo e solo per questo il salmista dice: «Solo in Dio riposa l’anima mia» (Sal 62[61]).
Questo brano evangelico non è, ovviamente, una sorta di manifesto contro la civiltà del lavoro, o un nostalgico appello alla spensieratezza della vita in una romantica cornice naturistica. Gesù si rivolge ai discepoli per invitarli a vivere con radicalità e integrità il loro rapporto con Dio. Assoggettarsi alla ricchezza (e ognuno ha il suo idolo, “mammona”) comporta una vendita dell’anima al nuovo padrone. Il denaro, il guadagno, la ricchezza sono idoli effimeri, eppure sufficienti per spendere dietro di essi la vita. L’avvertenza di Gesù è saggia e severa: «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Occorre anzitutto cercare il regno di Dio, che è bontà, misericordia, giustizia, fraternità, amicizia. Questo è l’essenziale da cui promana con certezza tutto il resto. La ricchezza ci offre qualcosa, ma non ci dà l’essenziale, e tuttavia è un idolo esigente, che non risparmia. Se cercheremo anzitutto il regno di Dio, il resto ci sarà, per noi e per tanti altri che non hanno neppure il necessario.

venerdì 17 febbraio 2017

Settima Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo (5,38-48)
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimoe odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Le antitesi del discorso del monte toccano anche il noto tema della vendetta e dell’amore per i nemici. Una delle antitesi più note è quella conosciuta con lo slogan “porgere l’altra guancia”. «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra». Gesù si collega all’antica legge del taglione. Questa norma biblica, al contrario di quel che normalmente si pensa, era una disposizione a suo modo benefica; tendeva infatti a mitigare e regolare la vendetta. In antico – e purtroppo talora accade anche oggi – la vendetta era illimitata, implacabile e feroce. E purché raggiungesse la soddisfazione, poteva essere esercitata indifferentemente sia sul colpevole, vero o presunto, sia su un familiare, sia su una persona del suo gruppo. Si presentava senza dubbio come una delle forme più abiette di relazioni umane: come non paragonarla – volendo fare un salto nell’oggi – allo stile della mafia o della camorra? La legge veniva a porre un limite, introducendo il principio della proporzionalità per realizzare la giustizia come reintegrazione del diritto leso. A un danno si dà la riparazione proporzionata: un dente per un dente, un occhio per un occhio, un piede per un piede, e così via. Questa legge era, insomma, un freno all’istinto selvaggio dell’uomo.
Ebbene, anche di fronte a questa legislazione, che pure aveva un suo senso, Gesù sconvolge tutto e presenta una visione totalmente diversa, nuova. Non solo non bisogna vendicarsi, ma neppure opporsi al malvagio. Cosa avviene tra noi? Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra (il manrovescio sulla guancia destra pare fosse considerato nell’ambiente giudaico particolarmente ingiurioso), tu istintivamente, di scatto cioè, reagisci per restituire l’offesa. Gesù ti ferma e ti dice: «No! Porgigli anche l’altra guancia, vedrai che desisterà; e comunque non restituire un altro male; poiché in tal modo il male si allungherebbe all’infinito». L’atteggiamento suggerito si ispira al modello del “servo sofferente” di Isaia che non sottrae la sua faccia agli insulti e agli sputi (Is 50,6). Gesù vuole sconfiggere la mentalità che c’è dietro la norma del diritto alla vendetta. Tale “diritto” risponde in verità a una convinzione tenacemente radicata nel cuore di ognuno di noi: io faccio a te quello che tu fai a me. È una logica perversa che, nella sua fredda equanimità, non ha mai tolto né mai toglierà l’ingiustizia. Infatti, se ripaghi uno con la stessa moneta con cui ti ha pagato, non estirpi la radice dell’inimicizia. Al contrario la radichi ancor più. Il male mantiene tutta la sua forza, anche se lo si distribuisce equamente. Il male – ed è qui la forza di questa pagina evangelica – lo si vince se viene sradicato sin dalla radice, che è nel cuore degli uomini.
Per questo Gesù propone una via di superamento attraverso un atteggiamento di amore sovrabbondante. Il male non lo si vince con altro male, ma con il bene. E Gesù lo mostra con alcuni esempi tratti dalla vita quotidiana. Se hai una lite con uno che vuole toglierti la tunica, cedigli tutto, anche il mantello; e se sei costretto a fare un miglio, fanne spontaneamente due, per pura concessione; e se ti chiedono un prestito, non rifiutare mai di farlo. A tutti noi questi consigli appaiono assolutamente impossibili. Sembra che farsi percuotere l’altra guancia sia una vocazione per masochisti o per spiriti angelici, che guance non hanno. E chi si fa spogliare? Chi accetta di perdere ancora più tempo con chi ti chiede già di perderne un po’? Ancora una volta torna alla mente la solita obiezione: la via del Vangelo non fa per me. Semmai – e questo lo possiamo concedere perché non ci riguarda – è una cosa per persone speciali. No, non è così. Chi prova ad applicare questa pagina evangelica si accorge della ricchezza di umanità racchiusa in tali parole del Signore. Le affermazioni sulla nuova e sovrabbondante giustizia proposteci da Gesù appaiono ancor più confermate se continuiamo la lettura del capitolo quinto del Vangelo di Matteo.
Gesù dice: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici». Con una frase, il profeta di Nazareth cancella dal suo vocabolario, e vorrebbe che fosse cancellata anche da quello dei suoi discepoli, la parola nemico, per far restare solo l’altra, il prossimo. Come dire che per il cristiano non esistono nemici, tutti sono il prossimo. Non c’è dubbio che un Vangelo che chiede di perdonare ogni offesa è un Vangelo strano, diverso dal normale sentire di tutti. Ma se poi pretende che si amino anche i propri nemici, allora sembra diventare davvero troppo strano e impraticabile. Non solo: Gesù aggiunge che bisogna anche pregare per quelli che ci perseguitano. Ce ne darà l’esempio nella confessione: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Nell’Antico Testamento in verità non c’è scritto che bisogna odiare il proprio nemico, anche se il fondamentale dovere dell’amore per il prossimo era ristretto soltanto a chi apparteneva al popolo d’Israele e a coloro che abitavano in Palestina, anche se stranieri. C’è da prendere esempio anche da questa norma veterotestamentaria, vista la durezza e l’inaccoglienza di casa nostra verso gli stranieri. Se bisogna amare persino il nemico, quanto più si deve voler bene a chi è costretto dalla fame o dalla guerra a lasciare la propria casa, la propria famiglia, la propria terra.
Gesù vuole allargare il cuore degli uomini sino agli estremi confini e superare anche quelli che ci rendono nemici l’uno dell’altro. Questo tipo di amore diviene in certo modo il criterio per comprendere il nuovo insegnamento di Gesù. Esso tocca il mistero stesso di Dio, il modo di essere e di agire di Dio. E infatti Gesù parte proprio dall’agire di Dio per spiegare questo suo insegnamento. Iddio – dice Gesù – fa sorgere il sole sopra malvagi e buoni e manda la pioggia su giusti e ingiusti, indipendentemente dai meriti o dai demeriti dei singoli. A tutti egli distribuisce i suoi doni; non fa mancare nulla a nessuno, a qualsiasi nazione, popolo e fede appartenga. Dio, sta scritto, «non fa preferenza di persone» (Rm 2,11). Le distinzioni le facciamo noi. Il Signore non ripaga con il bene i buoni e con il male i malvagi. Su tutti fa sorgere il suo sole. In tal modo rompe la logica dell’amore corporativo e interessato, in favore di un amore gratuito e universale che sa aprirsi agli estranei e ai diversi. Continua Gesù: «Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?» L’invito di Gesù si fa alto: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». La perfezione è legata da Gesù alla carità, all’amore senza confini; e Gesù stesso ce ne ha dato l’esempio. Per questo l’imitazione di Cristo, uomo nuovo, modello di vera umanità, diviene la via semplice che il Vangelo mette alla portata di ognuno di noi.

lunedì 6 febbraio 2017

Sesta Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo (5,17-37)

Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai;chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: "Stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: "Pazzo", sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: "Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio". Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: "Non giurerai il falso, ma adempirai verso ilSignore i tuoi giuramenti". Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no"; il di più viene dal Maligno.

Il brano del Vangelo di Matteo, che ci viene annunciato in questa domenica, continua la lettura del sermone della montagna con la sezione che viene chiamata "Discorso delle antitesi", ove si solleva il decisivo problema del rapporto tra Gesù e la legge, tra il Vangelo e le norme etiche. Con una frase che a guisa di ritornello scandisce i versetti 17-37, sembra che Gesù prenda una drastica posizione contro la Legge: «Avete inteso che fu detto... ma io vi dico...» In verità subito aggiunge: «Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento». Ed è proprio il "compimento" della Legge il cuore di questo brano evangelico. Per Gesù compiere la Legge vuol dire diventare «perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (v. 48). Avendo presente questo esigente obiettivo non fa meraviglia ascoltare l'ammonizione che apre l'odierna pericope: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli». È a dire che essere buoni alla pari dei farisei vale non esserlo per nulla. La giustizia dei farisei viene giudicata da Gesù così poco grande, che nemmeno basta per entrare nella salvezza. È un giudizio durissimo, che non può non stupire se si tiene conto che il fariseismo del tempo agli occhi dei più era cosa assolutamente rispettabile e rispettata.
Eppure la giustizia dei discepoli del Vangelo deve essere superiore, e di molto, a quella dei farisei. Gesù non intende parlare qui di una maggiore quantità di precetti da osservare. In altra parte del Vangelo rimprovera i farisei: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili» (Lc 11,46). Egli parla di una giustizia diversa, una giustizia che non va neppure confusa con quella di cui si tratta sul piano legislativo. La giustizia di cui parla Gesù va collegata all'agire di Dio, il quale non si comporta come un freddo calcolatore che bilancia il dare e l'avere, le colpe e i meriti. Dio agisce con un cuore grande e misericordioso. La giustizia di Dio, potremmo dire, è andare oltre ogni limite, anche quello della legge. Il problema non è nel rapporto tra precetto e osservanza, bensì tra amore e indifferenza, o se si vuole, tra calore e freddezza. Non è in gioco, infatti, la semplice osservanza delle leggi, che è semplicemente una sorta di primo gradino nella scala della convivenza, bensì la vita stessa della comunità.
Il primo tema che Gesù tocca è tratto dal quinto comandamento: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio». Come appare chiaro non si tratta di una nuova casistica (con le altre due scansioni: chi dice stupido e pazzo al proprio fratello) o di una nuova prassi giuridica, magari più severa della precedente, bensì di un nuovo modo di intendere e di praticare il comandamento del "non uccidere". Sono in gioco i rapporti tra di noi e il rapporto con Dio. Essi, vuol dire Gesù, sono a tal punto importanti da decidere del proprio destino definitivo. È un modo diverso per dire che l'amore, tra noi e con Dio, è il compimento della Legge. In tal senso si tratta di passare, anche verbalmente, da un precetto in negativo all'affermazione del primato dell'amore. Suona perciò molto lontano dal Vangelo quel detto popolare che tante volte sentiamo ripetere: «Non ho fatto male a nessuno; mi sento la coscienza a posto». Non è questione di non fare il male, quanto piuttosto di fare il bene. L'amore è la giustizia chiesta ai discepoli del Vangelo.
Gesù giunge a dire: «Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». Non dice "se tu hai qualcosa contro tuo fratello", ma "se lui ha qualcosa contro di te", per indicare che la riconciliazione va fatta anche se la colpa è dell'altro e non nostra. Ebbene, Gesù chiede di interrompere persino l'atto supremo del culto per ristabilire l'armonia del perdono e dell'amicizia. La "misericordia" vale più del "sacrificio". Il culto, inteso come segno della relazione con Dio, non può prescindere da un rapporto umanamente serio e amichevole tra gli uomini. È in questo contesto che va intesa anche l'affermazione seguente: «Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio... chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore».
Viene poi la questione del giuramento: «Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non giurerai il falso... ma io vi dico: non giurate affatto». La proposta evangelica esclude qualsiasi forma di giuramento nella sua duplice valenza, religiosa e sociale. Il giuramento viene visto come un abuso dell'autorità di Dio, chiamato a coprire la deficienza di veracità delle parole e degli impegni umani. Il Signore ha creato l'uomo con la dignità della parola (purtroppo, anche se motivi storici lo hanno sollecitato, la pratica cristiana ha persino istituito canonicamente il giuramento). Gesù dice: «Sia invece il vostro parlare: sì sì, no no; il di più viene dal Maligno». Gesù crede davvero alla parola degli uomini. Così si conclude il brano evangelico di questa domenica. Esso ci riporta al principio della parola evangelica, nella sua novità e nella sua forza. Chi ha mai osato pronunciare parole come queste? L'apostolo Paolo afferma che si tratta di una «sapienza che non è di questo mondo» e aggiunge: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito» (1Cor 2,9-10). È la consegna ai credenti di una nuova "legge", non fatta di norme o di disposizioni giuridiche, ma di un cuore nuovo, di uno spirito nuovo.

mercoledì 11 gennaio 2017

Seconda Domenica del Tempo Ordinario

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
In questa seconda domenica del “tempo ordinario”, il Vangelo ci porta ancora una volta sulle rive del Giordano ove Gesù riceve il battesimo del Battista. Il quarto evangelista, a differenza dei sinottici, non lo descrive, vi allude solamente dirigendo l’attenzione su Gesù attraverso la testimonianza del Battista. In certo modo si potrebbe dire che questo brano (a parte il Prologo) ci narra l’ingresso di Gesù nel Vangelo di Giovanni. Il predicatore del deserto che doveva preparare le vie del Signore vede “venire verso di lui” l’atteso delle genti, colui che è stato il riferimento costante della sua ricerca e della sua stessa predicazione. Davvero Giovanni ha speso la sua vita per preparargli la strada: tutte le sue parole erano dirette ad aprire il cuore degli uomini a Gesù e tutta la sua testimonianza tendeva a spianare le montagne e a riempire gli abissi dei cuori perché il Signore vi potesse entrare; lo stesso battesimo di penitenza che amministrava nel Giordano era il segno della purificazione da ogni sozzura per accogliere il Messia.
Egli stesso ha sperato di incontrarlo. Quanto alte e numerose sono state le sue preghiere perché si potesse realizzare tale incontro! Ebbene, quel momento era finalmente arrivato. Mentre vide tra la folla il volto del giovane profeta di Nazareth, sentì che la speranza di incontrare il Salvatore non era stata vana, come recita il Salmo 39: “Ho sperato, ho sperato nel Signore ed egli su di me si è chinato. Ha dato ascolto al mio grido. Molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore”. L’incontro tra Gesù e Giovanni, seppure sia stata un’esperienza particolare e irripetibile, ha però aperto la strada a tanti altri incontri. Potremmo dire che ne delinea i tratti fondamentali, al punto da renderlo paradigmatico. Subito infatti ne seguono altri: quello con Andrea e l’altro discepolo, sempre al Giordano, quindi con Simon Pietro, con Filippo, con Natanaele… e con quelli che in ogni generazione ascoltano la predicazione del Vangelo e vi aderiscono con il cuore, compresi noi.
L’evangelista, con il suo stile narrativo sempre carico di simbolismo, nota che Giovanni vede “venire Gesù verso di lui”. È Gesù che “viene verso” Giovanni, non viceversa. Non sono gli uomini ad andare incontro a Gesù; è lui che viene incontro a noi. Questo è il mistero che abbiamo celebrato nel Natale, quando Gesù è venuto ad abitare in mezzo agli uomini. Noi, peraltro, siamo così poco abituati ad andare incontro al Signore, che quando il Figlio di Dio viene su questa terra neppure l’accogliamo: “Venne fra i suoi e i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11)! L’apostolo Paolo, a sua volta, con grande chiarezza ci descrive chi prende l’iniziativa dell’incontro. Parlando dell’incarnazione del Figlio canta: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7). Il Signore Gesù è sceso verso di noi, per abitare in mezzo a noi, per farsi nostro fratello, amico, salvatore. Ma come accorgersi che il Signore sta venendo in mezzo a noi? Come evitare di restare con la porta chiusa mentre passa il Signore? Il Battista vedendo Gesù dice: “Io non lo conoscevo”. L’affermazione appare poco realistica, dal momento che erano parenti e coetanei (avevano solo sei mesi di differenza). In realtà Giovanni non conosceva il “vero” volto di Gesù. Anche se lo aveva visto nei suoi tratti fisici e ne aveva conosciuto la bontà, Giovanni aveva ancora bisogno di una conoscenza più profonda, di un incontro spirituale più intimo, per comprendere il mistero stesso di Gesù.
È così anche per ognuno di noi. Forse siamo in molti a presumere di conoscere già il Signore e di sapere quanto basta del Vangelo, per cui ci sentiamo dispensati dal conoscere Gesù e il Vangelo più profondamente. Ma se riflettiamo anche solo un poco, ci rendiamo conto di essere ancora all’inizio, vorrei dire all’abc della conoscenza e della pratica del Vangelo. Se Giovanni, pur così grande nello spirito afferma: “Io non lo conoscevo”, quanto più dobbiamo dirlo noi? Poco prima il Battista, rivolto alle folle, dice: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete!” (Gv 1,26). Ebbene, io credo che anche noi dobbiamo metterci alla scuola del Battista per accorgerci di Gesù che viene accanto a noi. Ma come possiamo metterci alla sua scuola? È sufficiente ascoltare il Vangelo con il cuore. Proviamo e vedremo il Signore avvicinarsi. Lo vedremo come un “agnello che toglie il peccato del mondo”; lo vedremo come colui che prende su di sé la nostra fatica, la nostra angoscia, le nostre croci, i nostri dubbi, le nostre incertezze, i nostri peccati. Da questa conoscenza prende avvio la sequela di quel Signore. Avvenne così in quel piccolo angolo di Palestina. Tra passioni forti, ricerca e scontri, c’è l’inizio del lungo cammino della Parola di Dio per le vie del mondo. In quest’uomo che ha di fronte, Giovanni contempla colui che salverà tanti, che prenderà sulle sue spalle (questo significa “toglie”) il peccato del mondo, che cancellerà i legami violenti che rendono amara la vita degli uomini ancora oggi. Questo “agnello” (davvero non si tratta di un lupo!) viene a liberarci dalle logiche del peccato, della violenza e del sopruso. Le parole di Giovanni: “Ecco l’agnello”, saranno chiare quando Pilato, presentando Gesù coronato di spine e sporco di sputi, dirà a tutti: “Ecco l’uomo!”. Quel salvatore è un agnello, un povero, un debole, un indifeso, che non è vissuto per se stesso. Tutta la sua vita l’ha spesa per gli altri, sino alla morte