giovedì 9 giugno 2016

XI Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca 7,36-8,3
Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva diprofumo. Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!”.

Gesù allora gli disse: “Simone, ho da dirti qualcosa”. Ed egli rispose: “Di’ pure, maestro”. “Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?”. Simone rispose: “Suppongo sia colui al quale ha condonato di più”. Gli disse Gesù: “Hai giudicato bene”. E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco”. Poi disse a lei: “I tuoi peccati sono perdonati”. Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: “Chi è costui che perdona anche i peccati?”. Ma egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!”.
In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
Il Vangelo di questa undicesima domenica ci fa entrare nella casa di un fariseo, di nome Simone, che ha invitato a pranzo Gesù. Mentre sono a tavola una donna, “una peccatrice di quella città”, nota l’evangelista, entra e si avvicina verso Gesù. Giunta ai suoi piedi gli si sdraia accanto e piangendo gli bagna di lacrime i piedi e poi si mette ad asciugarli con i capelli e a ungerli di olio profumato. La scena è indubbiamente straordinaria, in tutti i sensi. Si può anche comprendere la reazione dei presenti, viste le consuetudini del tempo. È una reazione non solo di fastidio per questa donna che si è introdotta in casa quantomeno disturbando il pranzo. Ma c’è anche un severo giudizio verso Gesù. Egli, infatti, non comprendendo chi sia quella donna, la lascia continuare. Insomma, Gesù non capisce. È come dire che sta fuori del mondo, o anche, che il Vangelo non è realistico. In verità, erano loro a non comprendere né l’amore di quella donna e il suo desiderio di essere perdonata e tantomeno l’amore di Gesù. Simone, infatti, si permette di criticare, in segreto, il suo ospite: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”. Davvero aveva il cuore duro Simone per non comprendere l’affollarsi di sentimenti di amore e di tenerezza in quella scena. Ma era talmente preso dal suo giudizio e dai suoi pregiudizi, da essere cieco nel cuore. Invece, Gesù, che legge nel segreto del cuore, accoglie questa donna e lascia che esprima i suoi sentimenti di amore, di vergogna, di richiesta di comprensione, di perdono, di affetto. È un momento significativo. E Gesù sente il bisogno di spiegare quel che sta accadendo con una parabola, tanto è importante quel che quella scena significa. In effetti, esprime il cuore del Vangelo, o meglio il cuore stesso di Dio e, nello stesso tempo, la nostra distanza da Lui.
Per questo Gesù si rivolge direttamente a Simone. Non fa come lui che critica in segreto. Gesù parla chiaramente ma con affetto e con amore e dice a Simone: “Ho una cosa da dirti”. E gli racconta una parabola. È il metodo che Gesù usa sempre, quello di palare direttamente alla mente e al cuore di chi gli sta di fronte. Non è venuto infatti a esporre una dottrina o un nuovo teorema. Gesù è venuto a cambiare il cuore e la vita degli uomini. È venuto a salvarci rendendoci più umani e meno insensibili. La parabola che racconta è quella di un creditore che aveva due debitori, l’uno con un grande debito e l’altro con pochi spiccioli. Il creditore condona il debito ad ambedue. La risposta di Simone su chi dei due deve esser più grato è corretta. Ma non si accorge che si sta accusando. Gesù si rivolge alla donna e parla a Simone facendogli notare la differenza di atteggiamento avuto dalla donna verso di lui. Tanto è stato evidente il suo ritegno, tanto è stato manifesto l’amore di quella donna. “Non ha smesso di baciarmi i piedi”, dice commosso Gesù. E aggiunge: “le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato”. C’è in questa affermazione quel primato dell’amore che papa Benedetto XVI ha richiamato nella sua enciclica. L’amore viene sempre da Dio. E se anche è distorto, se anche è indirizzato in maniera errata, c’è tuttavia una scintilla che se accesa può provocare un incendio salutare. È quel che avvenne in quel pranzo. Gesù seppe accogliere quella donna e accendere in lei la scintilla dell’amore. Si rivolge quindi direttamente a lei e le dice: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”. L’amore per il Signore, infatti, fa piegare il suo cuore verso di noi, brucia il nostro peccato e ci dona la forza per una nuova vita. La grettezza del cuore dei commensali non fece comprendere loro le parole evangeliche e restarono privi della gioia di quella donna che aveva ritrovato la gioia di vivere e di amare.
E forse non è solo un caso che l’evangelista continui narrando di Gesù che percorre le strade della Galilea in compagnia dei “Dodici” e di alcune donne, insegnando e compiendo segni di salvezza, come esorcismi e guarigioni. È come dire che l’amore di Gesù continua a percorrere le vie degli uomini perché tutti siano salvati dalla freddezza di un mondo che non sa amare. Ed è significativo che ovunque Gesù passi si venga a creare immediatamente tra la gente la sensazione di una nuova speranza, di una festa inaspettata, e ovunque è suscitata l’attesa di nuova vita. Esemplare di questa nuova vita è il gruppo delle donne che stavano con lui e lo accompagnavano ovunque andasse. Esse, scrive Luca, “erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità”, e si erano messe al seguito di Gesù. Facevano parte a pieno titolo di quella nuova comunità, sino al punto da mettere a servizio di tutti i loro beni. È una indicazione importante perché appare chiaro quanto Gesù andasse oltre le consuetudini del suo tempo. Era infatti impensabile per il costume religioso dell’epoca far entrare nel circolo dei discepoli anche delle donne. Gesù, invece, le associa alla sua stessa missione, come appare anche in altre pagine evangeliche. È una indicazione da raccogliere con cura perché mostra che nessuno è escluso dalla partecipazione alla comunità dei discepoli, e nessuno è esonerato dalla corresponsabilità della comunicazione del Vangelo.

sabato 4 giugno 2016

Decima Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (7,11-17)
In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain,e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tombaun morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “Non piangere!”. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi”, e: “Dio ha visitato il suo popolo”. Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Il Vangelo ci presenta Gesù che cammina per le strade e le piazze della sua terra, seguito dai discepoli e da molta folla. È una scena notata spesso dagli evangelisti. Questi viaggi di Gesù non sono spostamenti compiuti per propria soddisfazione, oppure per scoprire cose nuove o comunque per soddisfare propri interessi. Gli evangelisti notano, fin dall’inizio della vita pubblica di Gesù, che il motivo di questo suo camminare per le strade degli uomini nasce dalla “compassione” per le folle “stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (Mt 9,36). Per questo, nota Matteo, Egli: “Percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il Vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e infermità” (Mt 9,35).
Il brano del Vangelo di Luca ci narra di Gesù che si avvicina alla cittadina di Nain. Giunto alle sue porte incrocia un altro corteo: è una folla di gente che accompagna al cimitero una povera vedova che ha perduto l’unico suo figlio. Gesù non passa oltre, non prosegue per la “sua” strada come magari facciamo noi, oppure, come accade talora, ci fermiamo in attesa che il corteo passi e poi continuiamo per la nostra meta. Gesù, guarda quel corteo e vede quella vedova che piange disperatamente per la perdita dell’unico figlio. E si ferma. È preso da una forte “compassione”. Il termine “compassione” oggi lo abbiamo come depotenziato; è divenuto un sentimento legato al disprezzo, o comunque considerato negativamente. Eppure la compassione è il cuore dell’intera vicenda biblica. Tutto nella Scrittura, dalla prima all’ultima pagina, parla della compassione di Dio che ha lasciato il cielo per venire sulla terra incontro agli uomini e salvarli dal potere del male e della morte. Il termine “compassione” nella Scrittura è inteso in maniera forte: è un amore che fa uscire da se stessi per accorgersi degli altri, che porta ad amare gli altri prima di se stessi, che spinge a dare la propria vita per gli altri. Questa è la compassione che muove il Signore e che nell’inviare il Figlio raggiunge il suo culmine.
La vicenda della guarigione del figlio della vedova di Zarepta – narrata dal primo libro dei Re – è un segno di quel che sarebbe accaduto nella pienezza dei tempi quando la “compassione” si sarebbe fatta persona in Gesù di Nazareth. Sì, Gesù è il compassionevole, colui che dà la sua stessa vita per gli altri. Fin dal libro dell’Esodo vediamo Dio che ha compassione per il suo popolo schiavo in Egitto e decide di “scendere” per liberarlo. Chiama, infatti, Mosè e lo invia dal faraone perché liberi il popolo di Israele. E così continua a fare lungo la storia di Israele inviando di tempo in tempo i profeti. La vicenda di Elia si inscrive in questa storia della compassione di Dio per gli uomini. Con Gesù, che è il compassionevole, la commozione di Dio raggiunge il suo culmine. È una compassione forte e potente. Non si tratta di un sentimento svilito. È facile oggi ascoltare come un’accusa l’essere “buonista”.
La compassione è un sentimento forte, robusto, che cambia la vicenda umana, che muove la storia verso il bene, che forza il male e lo sconfigge. È quel che accadde in quel giorno alle porte della città di Nain. Gesù fece fermare il corteo funebre e si rivolse direttamente a quel giovane steso sul suo lettuccio di morte: “Giovinetto, dico a te, alzati!” Quel giovane, all’udire la voce di Gesù, si levò, si mise a sedere sul lettuccio dove era disteso e iniziò a parlare. La parola di Gesù ricrea la vita, fa rialzare dalla disperazione e da una vita come di morte. Perché? Perché quelle parole grondano misericordia, coinvolgimento, compagnia, amore viscerale. È impossibile resistervi. Quel giovane le ascoltò e, seppure era morto, si rialzò. Anche il centurione di Cafarnao disse a Gesù: “dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito” (Mt 8,8). E così avvenne. La parola di Gesù è forte perché piena di amore e di compassione. L’evangelista non riporta cosa disse questo giovane a Gesù, alla madre, alla folla, e tutto sommato non ci interessa più di tanto. Quel che conta sono le parole di Gesù. Sono queste parole che i cristiani debbono continuare a ripetere con lo stesso amore con cui le ha pronunciate Gesù. Vengono in mente i tanti giovani di oggi abbandonati a se stessi e schiavi dei tanti miti di questo mondo. La loro vita è in balia di miti che li stringono sempre più violentemente nelle loro spire voraci stritolandoli sino alla morte. E quel che impensierisce ancor più è la solitudine nella quale sono lasciati. Chi dice loro le parole del Vangelo? Chi si ferma e li ama con l’amore di Gesù? Chi spende la propria vita per stare accanto a loro con amore compassionevole?
Purtroppo la cultura dominante – quella di cui tutti siamo figli – ci spinge a pensare ciascuno ai propri affari. E spesso, anche all’interno delle famiglie, ciascuno è attento solo a se stesso. C’è bisogno di riscoprire la compassione di Gesù che spinge a coinvolgerci con la vita di tutti e particolarmente dei più deboli, dei giovani, dei nostri ragazzi. Hanno bisogno di persone che si commuovano su di loro subito e non solo quando è ormai troppo tardi. Capita anche oggi che in tanti ci raccogliamo attorno alle bare di giovani stroncati violentemente dalla morte. Dobbiamo chiederci se non sia troppo tardi. È urgente parlare ai giovani come faceva Gesù, con l’autorevolezza dell’amore, con l’autorevolezza di chi spende la vita per loro. Queste parole toccano il cuore e fanno rialzare da una vita che altrimenti è come se fosse già morta. Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci spinge a metterci ancora una volta alla sequela di Gesù per accogliere in noi il suo amore e poter operare quel che lui stesso ha operato. Lui stesso disse un giorno ai suoi discepoli: “In verità, in verità vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi” (Gv 14,12).

martedì 24 maggio 2016

Festa del corpo e del sangue di Cristo

Dal vangelo di Luca (9,11-17)
Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta”. Gesù disse loro: “Voi stessi date loro da mangiare”.
Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”. C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: “Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa”. Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
La Liturgia di questa domenica ripropone, con la narrazione dell’ultima cena fatta da Paolo ai Corinzi, quelle parole così forti e concrete: “Questo è il mio corpo”, “Questo è il mio sangue”. Davvero è il mistero della fede, come noi diciamo nella Liturgia eucaristica subito dopo la consacrazione. Ed è un mistero grande. Non tanto nel senso che non si capisce; infatti, più che di una realtà misteriosa nel campo della conoscenza intellettiva, qui si tratta di un incredibile segno di amore del Signore. È il mistero di una continua e particolarissima presenza. Gesù, infatti, nell’eucarestia, non è solo presente realmente (ed è già cosa grande), è presente come corpo “spezzato” e come sangue “versato”. In tale senso, la festa del Corpus Domini è la festa di un corpo che può mostrare le ferite; la festa di un corpo dal cui costato esce “sangue ed acqua” come nota l’apostolo Giovanni. Nella tradizione di questa festa, in alcune parti ancora viva, l’Eucarestia traversa le strade della città e dei paesi spesso addobbate con fiori per il passaggio del Signore. È giusto far festa. Abbiamo infatti bisogno che nelle nostre strade, continui a passare uno che non è venuto per essere servito ma per servire, sino a dare la sua vita per noi. Ma, si badi bene, il Signore può venire solo sotto le sembianze di uno straniero, (come fu per quei discepoli di Emmaus), ossia di uno che non è dei nostri, che non fa parte del nostro giro. Viene da fuori. Il suo stesso corpo è presente in mezzo a noi in modo diverso dal nostro: noi siamo attenti e preoccupati per il nostro corpo, Egli invece è presente con un corpo “spezzato”. Noi siamo tesi a difenderci con cure e ogni genere di espedienti, Egli passa tra noi versando tutto il suo sangue. Quell’ostia è una contestazione continua (in questo senso è “straniera”) al nostro modo di vivere, alle attenzioni così premurose per star bene, al nostro risparmiarci dalla fatica, al nostro rifuggire da ogni responsabilità gravosa. Insomma, ognuno di noi tira al risparmio quando si tratta di spendersi per gli altri. Il Signore, in quell’ostia, ci mostra esattamente una concezione opposta. Ben venga allora la processione del Corpus Domini! Traversi le nostre strade; non semplicemente per ricevere un’esteriore tributo di festa, piuttosto perché possa traversare i nostri cuori e renderli simili al cuore di Gesù. È quanto dice Paolo: il Signore si è fatto nutrimento per gli uomini, perché noi tutti fossimo trasformati in un solo corpo, quello di Cristo; perché abbiamo gli stessi sentimenti di Cristo. C’è allora un’ulteriore considerazione da fare, ch’è legata al Vangelo della moltiplicazione dei pani. Le nostre strade ogni giorno sono traversate da processioni del “Corpus Domini”, anche se non si addobba il percorso e non si gettano i fiori (c’è piuttosto chi spande indifferenza, quando non insulti!). Si tratta delle processioni dei poveri, quelli di casa nostra, quelli che arrivano da fuori e i tantissimi che sono lontani da noi. Tutti costoro sono il “corpo di Cristo”, e continuano a percorrere le strade delle nostre città e del mondo senza che alcuno si prenda cura di loro. Mi pare decisivo l’ammonimento di Giovanni Crisostomo: “Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è ignudo. Non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del Tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità”. Ambedue sono il corpo reale di Cristo. E Cristo non è diviso, a meno che non lo dividiamo noi.

PRIMER ANIVERSARIO DE LA BEATIFICACIÓN DEL ARZOBISPO OSCAR ARNULFO ROMERO GADÁMEZ

Basílica de San Bartolomé en la Isla Tiberina, 23 de mayo de 2016

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Querido Embajador del Salvador ante la Santa Sede,
Distinguidos Señores Embajadores,
Apreciados amigos y amigas,
Con gran emoción nos encontramos hoy, en torno a este altar para celebrar el aniversario de la beatificación del arzobispo Oscar Arnulfo Romero Gadámez. Es sin duda un aniversario lleno de significado. Por años –para mí y para la comunidad de Sant’Egidio, desde el 1992- nos hemos reunido para celebrar cada año el aniversario de su muerte, pero desde este año los aniversarios son distintos. La Iglesia celebra la beatificación de un hijo suyo que como el Buen Pastor ha dado la vida por sus ovejas.
En esta celebración tengo todavía ante mis ojos el pueblo creyente de San Salvador –casi setecientas mil personas- reunido al rededor del altar para contemplar en el Cielo a su Pastor. Y también recuerdo que en el momento de la lectura de la bula papal se produjo un singular prodigio en el cielo: Un arcoiris de forma circular separaba las nubes y hacía aparecer ante los ojos de todos un espacio azul en el cielo. Escuchando hoy el Evangelio de este día podría decir que se trataba de un hombre rico que entraba por el ojo de una ahuja en el Reino de los Cielos. Podríamos decir que era la confirmación de la santidad discipular de Romero. Su testimonio que había sostenido tantos creyentes en su País ahora se extendía a la Iglesia universal.
Eran bien conocidas los dificultades que se habían puesto al  camino de Romero hacia el altar del Cielo, el Papa Francisco ha hablado de un martirio incluso después de la muerte, podríamos decir que la entera vida de Romero hasta el año pasado ha sido toda ella un camino hacia el altar, de la cual una etapa fundamental había sido la Misa inconclusa en el altar del hospitaleto. Hoy la Iglesia nos muestra a uno de esos hijos suyos que han dejado todo, incluso su propia vida, para seguir a Jesús.
Podemos decir que Romero ha caminado progresivamente hacia la santidad del altar. No se ha hecho Santo de inmediato. Pero  durante toda su vida se ha esforzado en seguir al Señor; ha intentado observar todos sus mandamientos y cada vez que Jesús le iba hablando Romero escuchaba sus palabras y crecía en la obediencia al Evangelio y en el amor por sus hermanos, hasta que ha llegado la última petición: “vende todo lo que tienes y donalo a los pobres”; y Romero –particularmente desde la muerte del Padre Rutilio Grande- ha vendido todo, o mejor dicho ha gastado toda su vida por los pobres. Este es el gran testimonio que ofrece a la Iglesia de hoy, a la Iglesia del Papa Francisco.
Queridos amigos embajadores, permítanme decirles que en realidad somos nosotros quienes hoy tenemos un tesoro en el Cielo. El Papa Francisco tiene en el beato Romero de verdad un tesoro en el Cielo, un protector de su misión de una Iglesia que sea toda ella misionera, de una Iglesia que sea pobre para los pobres.
El tesoro en el Cielo lo tiene también su pueblo salvadoreño que en este tiempo particularmente difícil tiene necesidad no sólo de un ejemplo de cristiano y de pastor, sino también de una ayuda para que se restablezca esa paz que Romero siempre ha buscado y por la cual ha derramado su sangre.
Un tesoro en el Cielo tiene también el basto pueblo latinoamericano. Un hijo suyo, Oscar Arnulfo Romero, que pide a todo el pueblo de América Latina que haga cada vez más evidente la opción preferencial por los pobres que en Medellín tocó particularmente su mente y su corazón. En Romero vemos también a tantos otros testigos de la Iglesia latinoamericana que han dado su vida por los pobres. Son una riqueza para toda la Iglesia y para el mundo, especialmente en este tiempo.
Un tesoro en el Cielo lo tiene también ahora la Iglesia universal. Siempre me ha impresionado la extraordinaria devoción de tantos católicos, de tantos cristianos en tantas partes del mundo por el arzobispo Romero, en razón de su testimonio. Les refiero una experiencia entre tantas que podría referir de hace apenas pocos días.  Los miembros de una  comisión por la paz de la Iglesia Católica en China me pedía una reliquia del beato Romero porque lo habían elegido como su patrón.
Un tesoro en el Cielo lo tienen también tantos laicos no creyentes que, sin embargo, tienen en el corazón la causa de los últimos. Me ha impresionado en estos días un hombre que ha escrito al Papa Francisco “que no lograba separarse de la cruz de Romero que tenía entre sus manos”.
Hoy Romero es de verdad una estrella en el Cielo de Dios y de los hombres. Lo que parecía imposible para los hombres, para Dios ha sido posible: Un hijo de uno de los países más pequeños del mundo hoy está delante de nosotros como luz en el camino de la paz. ¿ No es impresionante que esta memoria de Romero ocurra en estos días en que en Estambul se reúne el primer vértice humanitario mundial convocado por las Naciones Unidas, que entre otras cosas ya habían designado a Romero en el pasado como defensor de los derechos humanos?
Queridos amigos, nos encontramos aquí en esta Iglesia dedicada a los nuevos mártires de este tiempo, Romero como muchas veces repito, es simbólicamente el primero de esta larga cadena. Que estos testigos que están delante del altar de Dios para interceder por el mundo entero estén también delante de nuestros ojos para contemplarlos y para que aunque con tantas debilidades de nuestra parte intentemos imitarlos.   Amén.

mercoledì 18 maggio 2016

Festa della Trinità

Dal vangelo di Giovanni (16,12-15
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.
La Santa Liturgia, riproponendo questo grande e santo mistero alla nostra attenzione, viene incontro alla pochezza e alla inveterata distrazione di ciascuno di noi. Giustamente diciamo “riproporre”, perché questo mistero è presente in tutta la vita di Gesù, fin dal Natale. È anzi il mistero che guida l’intera storia del mondo fin dalla creazione. È questo il senso del bellissimo brano della Scrittura tratto dal libro dei Proverbi. Il testo ci presenta la Sapienza di Dio personificata, che così si esprime: “Quando non esistevano gli abissi, io fui generata…; quando (Dio) ancora non aveva fatto la terra… io ero là; quando (Dio) disponeva le fondamenta della terra, allora io ero con Lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, mi rallegravo davanti a lui in ogni istante; mi ricreavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pv 8,22-31). La tradizione cristiana ha visto nella Sapienza quel “Verbo” che “era nel principio” e per mezzo del quale tutto è stato fatto. L’intero processo creativo è radicalmente segnato dal dialogo tra Dio e la Sapienza, tra il Padre e il Figlio. Il Vangelo di Giovanni scrive: “Egli (il Verbo) era in principio presso Dio; tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,2-3). Le “fondamenta della terra”, ossia il cuore di ogni realtà umana, ha l’impronta di questo singolarissimo rapporto che c’è tra il Padre e il Figlio. Potremmo dire che ogni cosa porta il “segno” della comunione tra il Padre e il Figlio. Non senza ragione e con grande profondità alcuni padri dell’antica Chiesa parlavano dei “semina Verbi”, ossia dell’impronta del Verbo presente in tutta la creazione, in ogni uomo, in tutte le fedi, in tutte le culture. Nulla è estraneo alla Trinità, perché tutto è stato fatto ad immagine di Dio. La Lettera ai Romani parla dell’amore di Dio effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,1-5), lo Spirito che ci rende Tempio di Dio, sua casa, suoi familiari. Il Vangelo di Giovanni (16,12-15) riporta alcune delle parole di Gesù ai discepoli la sera dell’ultima cena. Quante cose aveva ancora da dire loro, prima di lasciarli! Non solo non aveva più tempo a disposizione; soprattutto i discepoli non erano ancora capaci di comprendere appieno quanto avrebbe dovuto dire loro. Ma li rassicurò: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma vi dirà tutto ciò che ha udito e vi annunzierà le cose future”. Lo Spirito trascina i discepoli verso il cuore di Dio, il mondo di Dio, la vita di Dio, ch’è comunione di amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Dio, il Dio cristiano (e dobbiamo domandarci se tanti cristiani credono nel “Dio di Gesù”!), non è una monade, un’entità singola, magari potente e maestosa. Il Dio di Gesù è una “famiglia” di tre persone; e, si potrebbe dire, che la loro unità nasce dall’amore: si vogliono così bene da essere una cosa sola. Questa incredibile “famiglia” è entrata nella storia degli uomini per chiamare tutti a farne parte. Si! Tutti sono chiamati a far parte di questa singolarissima “famiglia di Dio”. All’origine e al termine della storia c’è questa comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’orizzonte trinitario ci avvolge tutti, sì che la “comunione” è il nome di Dio e la verità della creazione. Tale orizzonte è senza dubbio la sfida più bruciante oggi lanciata dalla Chiesa, anzi a tutte le Chiese cristiane; vorrei aggiungere a tutte le religioni, a tutti gli uomini. È la sfida a vivere nell’amore. Certi che là dove c’è amore, c’è Dio.

giovedì 12 maggio 2016

Domenica di Pentecoste

Dal vangelo di Giovanni (14,15-16.23-26)
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
“Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” (At 2,1). Erano passati cinquanta giorni dalla Pasqua e centoventi seguaci di Gesù (i Dodici con il gruppo dei discepoli assieme a Maria e alle altre donne) stavano radunati, come ormai abitualmente facevano, nel cenacolo. Dalla Pasqua in poi, infatti, non avevano smesso di ritrovarsi assieme per pregare, ascoltare le Scritture e vivere in fraternità. Questa tradizione apostolica non si è mai più interrotta, da allora sino ad oggi. Non solo a Gerusalemme ma in tante altre città del mondo i cristiani continuano a radunarsi “tutti assieme nello stesso luogo” per ascoltare la Parola di Dio, per nutrirsi del pane della vita e per continuare a vivere assieme nella memoria del Signore.
Quel giorno di Pentecoste fu decisivo per i discepoli a motivo degli eventi che accaddero sia dentro il cenacolo che fuori. Narrano gli Atti degli Apostoli che, al mattino, “venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatteva gagliardo” sulla casa dove si trovavano i discepoli; fu una sorta di terremoto che si udì in tutta Gerusalemme, tanto da richiamare molta gente davanti a quella porta per vedere cosa stesse accadendo. Apparve subito che non si trattava di un normale terremoto. C’era stata una grande scossa, ma non era crollato nulla. Da fuori non si vedevano i “crolli” che stavano avvenendo dentro. All’interno del cenacolo, infatti, i discepoli sperimentarono un vero e proprio terremoto, che pur essendo fondamentalmente interiore, coinvolse visibilmente tutti loro e lo stesso ambiente. Videro delle “lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono sul capo di ciascuno di loro; ed essi furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue”. Fu per tutti – gli apostoli, i discepoli, le donne – un’esperienza che cambiò profondamente la loro vita. Forse ricordarono quello che Gesù aveva detto loro nel giorno dell’Ascensione: “voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49), e le altre parole: “È meglio per voi che io me ne vada; poiché se non me ne vado, il Consolatore non verrà a voi” (Gv 16,7). Quella comunità aveva bisogno della Pentecoste, ossia di un evento che sconvolgesse profondamente il cuore di ciascuno, appunto come un terremoto. In effetti, una forte energia li avvolse e una specie di fuoco iniziò a divorarli nel profondo; la paura cedette il passo al coraggio, l’indifferenza lasciò il campo alla compassione, la chiusura fu sciolta dal calore, l’egoismo fu soppiantato dall’amore. Era la prima Pentecoste. La Chiesa iniziava il suo cammino nella storia degli uomini guidata dalla forza dello Spirito Santo.
Il terremoto interiore che aveva cambiato il cuore e la vita dei discepoli non poteva non avere riflessi anche al di fuori del cenacolo. Quella porta tenuta sbarrata per cinquanta giorni “per paura dei giudei”, finalmente venne spalancata e i discepoli, non più ripiegati su loro stessi, non più concentrati sulla loro vita, iniziarono a parlare alla numerosa folla sopraggiunta. La lunga e dettagliata elencazione di popoli fatta dall’autore degli Atti sta a significare la presenza del mondo intero davanti a quella porta. Ebbene, mentre i discepoli di Gesù parlano, tutti costoro li intendono nella propria lingua: “Li sentiamo annunciare ciascuno nelle nostre lingue le grandi cose che Dio ha fatto”, dicono stupiti. Si potrebbe dire che questo è il secondo miracolo della Pentecoste. Da quel giorno lo Spirito del Signore ha iniziato a superare limiti che sembravano invalicabili; sono quei limiti che legano pesantemente ogni uomo e ogni donna al luogo, alla famiglia, al piccolo contesto in cui si è nati e vissuti. E soprattutto terminava il dominio incontrastato di Babele sulla vita degli uomini. Il racconto della Torre di Babele ci mostra gli uomini protesi a costruire un’unica città che con la sua torre dovrebbe giungere sino al cielo; è l’opera delle loro mani, è il vanto di tutti i costruttori. Ma l’orgoglio, proprio mentre li univa, subito li travolse; non si compresero più l’uno con l’altro e si dispersero su tutta la terra (Gn 11,1-9). La dispersione della Torre di Babele è un racconto antico; ma in esso si descrive la vita ordinaria dei popoli sulla terra, spesso divisi tra loro e in lotta, tesi a sottolineare quel che divide piuttosto che quello che unisce. Ciascuno è rivolto solo ai propri interessi, senza badare al bene comune.
La Pentecoste pone termine a questa Babele di uomini in lotta tra loro. Lo Spirito Santo effuso nel cuore dei discepoli dà inizio ad un tempo nuovo, il tempo della comunione e della fraternità. È un tempo che non nasce dagli uomini, sebbene li coinvolge; e neppure sgorga dai loro sforzi, pur richiedendoli. È un tempo che viene dall’alto, da Dio, appunto come quelle fiamme di amore che si posarono sul capo di ogni discepolo. Era la fiamma dell’amore che brucia ogni asperità e lontananza; era la lingua del Vangelo che varcava i confini stabiliti dagli uomini e toccava i loro cuori perché si commuovessero. Il miracolo della comunione inizia proprio a Pentecoste, dentro il cenacolo e davanti alla sua porta. È qui – tra il cenacolo e la piazza del mondo – che inizia la Chiesa: i discepoli, pieni di Spirito Santo, vincono la loro paura e cominciano a predicare. Gesù aveva detto loro: “Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 15,13). Lo Spirito è venuto, e da quel giorno continua a guidare i discepoli per le vie del mondo. La solitudine e la guerra, la confusione e l’incomprensione, l’orfananza e la lotta fratricida, non sono più ineluttabili nella vita degli uomini, perché lo Spirito è venuto a “rinnovare la faccia della terra” (Sal 103,30).
L’apostolo Paolo, nella Lettera ai Galati, esorta i credenti a camminare “secondo lo Spirito per non essere portati a soddisfare i desideri della carne… Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere” (Gal 5,19-21). E aggiunge: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Di questi frutti ha bisogno il mondo intero. La Pentecoste è l’inizio della Chiesa, ma anche l’inizio di un nuovo mondo. Ebbene, anche in questo inizio di millennio il mondo sta alle porte in attesa di una nuova Pentecoste. Lo Spirito Santo, come quel giorno di Pentecoste, è effuso anche su di noi perché usciamo dalle nostre grettezze e dalle nostre chiusure e comunichiamo al mondo l’amore del Signore. Anche a noi sono dati in dono la “lingua” del Vangelo e il “fuoco” dello Spirito, perché mentre comunichiamo il Vangelo al mondo scaldiamo il cuore dei popoli avvicinandolo al Signore.

giovedì 5 maggio 2016

Domenica dell'Ascensione

Dal vangelo di Marco (16,15-20)
E disse loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”.
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.
Oggi contempliamo il mistero di Gesù che “ascende” al cielo. I discepoli gli avevano chiesto se era finalmente venuto il momento in cui lui avrebbe ricostituito il regno di Israele. Era una domanda importante, come a dire: “Possiamo finalmente non preoccuparci più? Abbiamo vinto una volta per tutte il male? Quando dimostri definitivamente che sei tu il Messia?”. Non era la prima volta che chiedevano a Gesù se era giunto il momento in cui tutto si sarebbe manifestato e si sarebbe chiarita ogni cosa. In questa domanda c’è forse il desiderio pigro di non dovere faticare più contro la divisione e le difficoltà, ma anche l’attesa di discepoli deboli e incerti di fronte ad un mondo ostile, segnato dal male. È una domanda che si affaccia particolarmente quando vediamo il male abbattersi accanto a noi. Quando vincerà l’amore e la morte sarà sconfitta per sempre? Quando le lacrime degli uomini saranno asciugate? Gesù non risponde a questa domanda dei suoi. Noi capiamo così poco della vita che facilmente la riduciamo a quello che capisco io, alle mie cose, a quello che io provo. La vita, sembra suggerire Gesù, è ben più grande, e non spetta certo a noi conoscerne i tempi ed i momenti! Ma il Signore non lascia soli e promette la forza vera, quello dello Spirito di amore che scende sui discepoli.
Gesù è salito nel santuario del cielo, un santuario non fatto da mani d’uomo, come invece sono le nostre chiese. Eppure ogni volta che celebriamo la santa Liturgia siamo come coinvolti nel mistero stesso dell’Ascensione. Ogni domenica quando entriamo nelle nostre chiese, non siamo accolti alla presenza di Dio? Non viviamo assieme a Gesù il mistero dell’ascensione? Dall’ambone, come dal monte, Egli parla ai suoi e li benedice. E la nube che lo avvolse nascondendolo agli occhi dei suoi, non è simile forse alla nube d’incenso che circonda l’altare e che avvolge il pane santo e il calice della salvezza mentre vengono elevati al cielo?
L’ascesa di Gesù al cielo non vuol dire che egli si sia allontanato dai discepoli. Significa piuttosto che egli ha raggiunto il Padre e si è assiso accanto a lui nella gloria. Ascendere perciò vuol dire entrare in un rapporto definitivo con Dio. In alto, non è da intendere in senso spaziale, oppure, se così vogliamo intenderlo, significa che Gesù è presente ovunque: come il cielo ci copre e ci avvolge, così il Signore ascendendo al cielo, ci copre e ci avvolge tutti. Vorrei dire ancor più; Gesù ascendendo al cielo avvolge e copre tutta la terra, così come il cielo avvolge tutta la terra. Non è, quindi, un allontanarsi. Semmai è un avvicinarsi più ampio e coinvolgente. Se così non fosse non si comprenderebbe la gioia dei discepoli. Com’è possibile gioire mentre il Signore si allontana? Eppure scrive Luca: “Dopo averlo adorato, i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. Gli apostoli non solo non sono tristi per la separazione, addirittura sono pieni di gioia per una nuova pienezza di presenza di Gesù.
Cos’è accaduto? Quel giorno i discepoli hanno vissuto una profonda esperienza religiosa; hanno cioè sperimentato che il Signore era ormai definitivamente accanto a loro con la sua Parola e con il suo Spirito; una vicinanza certo più misteriosa, ma forse ancor più reale di prima. Senza dubbio sono tornate loro in mente le parole che avevano sentito da Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). In quel giorno dell’ascensione le compresero fino in fondo: in qualunque parte della terra, in qualunque epoca, in qualunque ora, si sarebbero radunati assieme due o più discepoli del Signore, Egli sarebbe stato in mezzo a loro. Da quel momento in poi la presenza di Gesù sarebbe stata ancor più larga nello spazio e nel tempo; per sempre avrebbe accompagnato i discepoli, dovunque e comunque. Di qui il motivo della grande gioia. Nessuno al mondo avrebbe ormai potuto allontanare Gesù dalla loro vita. Questa gioia dei discepoli, è ora la nostra gioia.
Il cielo sembra una dimensione poco concreta, lontana, quasi un sogno irraggiungibile, che può incantare per la sua bellezza, ma che non ha niente a che fare con le nostre scelte concrete. La vita terrena sembra una cosa e quella del cielo totalmente un’altra. In realtà c’è una continuità della vita. Lo stesso Signore Gesù risorto non appare ai suoi con un corpo nuovo e perfetto ma con quel suo stesso corpo segnato dalla storia, dalla violenza. Gesù risorto, uomo della terra e del cielo, non è un fantasma, anche se il più bello. La concretezza di Gesù risorto stabilisce proprio questo legame tra la vita della terra e quella del cielo. L’apostolo Paolo afferma con solennità nella Lettera ai Colossesi che “piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli (Col, 19-20). L’Ascensione ci mostra qual è il futuro che Dio ha riservato ai suoi figli. È il cielo raggiunto da Gesù, dove, come aveva detto, va a prepararci un posto, perché siamo anche noi dove è lui. E lui ci prende da oggi con sé. I discepoli di Gesù non hanno risolto tutti i loro problemi: sono uomini deboli, increduli, pieni di paura. Ma possiamo essere testimoni di questo amore sempre e fino ai confini della terra. Cioè a tutti, anche a quelli che non consideriamo o che ci sentiamo in diritto di trattare male. Troveremo un po’ di cielo nella vita di ognuno e saremo anche noi uomini del cielo.