mercoledì 12 luglio 2023

Funerale di Arnaldo Forlani

Signor Presidente della Repubblica, cari figli Alessandro, Luigi e Marco, cari nipoti e familiari, autorità, sorelle e fratelli tutti,

ci stringiamo oggi attorno ad Arnaldo Forlani per dargli il nostro ultimo saluto mentre lui compie il suo ultimo tratto che lo separa dalla Gerusalemme del cielo.

Quante volte Arnaldo ha ascoltato questa pagina dell’Apocalisse! E, come credente, quei cieli nuovi e quella terra nuova li ha sempre avuti davanti, certo solo in visione, come meta della sua vita, ma anche della stessa azione politica. La visione della nuova Gerusalemme come destinazione di tutti i popoli, non riguarda solo la fine della storia: essa orienta già da ora l’azione del credente.

Questa pagina biblica che ascoltiamo in questa celebrazione illumina non solo il senso della morte – quella di Arnaldo, la nostra, di tutti – come passaggio verso la destinazione della storia, appunto la Gerusalemme del cielo ove anche la morte sarà vinta per sempre. E questa luce illumina anche il buio di questo tempo segnato tragicamente da guerre, stragi, distruzioni, che lasciano spaesati e senza più visioni.


Ecco, vorrei ricordare Arnaldo Forlani proprio a partire di qui, ricordarlo come uomo di pace. Lo fu non solo da ministro degli Esteri – primo governante europeo a visitare una Cina ancora sconvolta dalla scomparsa di Mao – ma in tutta una lunga attività politica, attentissimo alle relazioni multilaterali, alla cooperazione internazionale e all’europeismo. Voleva che l’Europa portasse un proprio originale contributo per lo sviluppo e la pace nel mondo e fu anche, per un breve periodo, ministro per i rapporti con le Nazioni Unite. Tutto ciò aveva una radice profonda che affondava nel terreno della sua formazione giovanile nell’Azione Cattolica e nella Fuci. Ed appariva appassionata quando parlava di La Pira, un credente che ha sempre avuto nel cuore la visione finale della Gerusalemme del cielo: in lui – diceva – era “sempre presente il disegno biblico finalizzato alla pace e un nuovo ordine: le spade convertite in vomeri”.

Visioni come questa spingevano Arnaldo Forlani a dare un esempio di rigore, di serietà e di sobrietà. Non ci ha lasciato solo un’importante eredità politica, ha anche compiuto un’opera che resta nelle fibre profonde della società italiana. E’ bene dirlo: se l’Italia è diventata così diversa – in meglio – da come era nel 1945 è anche per la sua opera e per quella di tanti altri credenti e non impegnati con serietà a servire il Paese. Fin dalla giovinezza Arnaldo lo ha fatto, quando, ancora ventenne, negli anni della liberazione entrò nella clandestinità e partecipando alla resistenza. E ha continuato a servire con fedeltà il Paese. Fece suo il vecchio motto “giusto o sbagliato è il mio Paese”.

Sorelle e fratelli, oggi consegniamo nelle mani misericordiose di Dio un servitore della causa di questo Paese, addolorati, certo, ma sereni, come le Sante Scritture ci assicurano che “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le toccherà” (Sal 3,1). Ed è bene ricordare che quanto Arnaldo ha fatto con passione e zelo per l’Italia – assieme a tanti altri – conta ancora, anzi suggerisce uno stile di vita. In una realtà conflittuale e polarizzata come quella in cui viviamo, appare forse più chiara l’importanza della sua opera costante per conciliare posizioni diverse, per avvicinare forze contrapposte, per tessere alleanze tra mondi anche culturalmente lontani. Tutto ciò che la buona politica avvicina, ricompone, collega, migliora la vita di una società e, al tempo stesso, fa accumulare a chi la promuove un tesoro prezioso che resta patrimonio comune.

Il Paese ha bisogno di visioni che uniscano.
Nella sua solida formazione cristiana Arnaldo ha trovato i motivi ispiratori del suo impegno politico che lui riassumeva in due parole: dovere e passione. Ci vogliono entrambi per far fruttare i talenti ricevuti, come lui ha fatto. Il senso del dovere, anzitutto. Il talento di cui parla il vangelo non è qualcosa di proprio ma, appunto, un dono che si riceve e la cui proprietà resta sempre di un Altro. E qui il senso cristiano dell’esistenza ha segnato con decisione la sua azione politica. E poi anche passione. Nell’impegno per la società c’è bisogno di creatività, di determinazione, di pazienza, di coraggio e di speranza. Si, dovere e passione, non spingono a seppellire i talenti sottoterra, come avviene quando li usiamo per noi stessi, ma spingono a investirli perché producano molti frutti per il bene degli altri, magari correndo qualche rischio personale, accettando rinunce e mettendo in conto anche sconfitte, croce compresa.
Ho conosciuto meglio Arnaldo Forlani quando si abbatté su di lui la tempesta giudiziaria. Di quei momenti ricordo la sua dignità, la mitezza ed anche l’equilibrio. Certo, in un mare di dolore e di sconcerto. Mi colpi la sua fiducia in Dio: si affidò alle sue mani, come il salmista: “anche se vado in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23, 4). E sentiva forte l’amicizia della sua famiglia e degli amici. Molti hanno sottolineato l’inconsistenza delle accuse che gli sono state rivolte, e di certo non si è arricchito con il suo impegno pubblico. E neppure si è sottratto all’azione della magistratura rispettandone l’azione, interpretando, poi, tutto come un effetto amaro del clima devastante di quegli anni. Ma lui – così disse – volle bere “la cicuta fino in fondo”.

Tutto ciò non intaccò, anzi rafforzò, la sua attenzione – ne fece uno stile umano e politico – a non indebolire le istituzioni sulle quali si fonda la convivenza civile e il bene di tutti. Il suo rispetto anche per chi aveva idee diverse dalle sue, è stato un contributo sostanziale allo sviluppo e al consolidamento della democrazia nel nostro Paese. Arnaldo ha sempre mostrato un grande senso delle istituzioni tutte le volte in cui è stato Presidente e vicepresidente del Consiglio o ministro. La sua sobrietà e il suo rigore si univano in lui a una viva sensibilità per i problemi sociali, più volte ne abbiamo parlato assieme, anche perché da giovane iniziò come sindacalista nella corrente cristiana nella CGL, allora unitaria. Era sempre attento agli effetti pesanti sulla vita di tante persone che avevano gli squilibri del sistema economico – come, in Italia, quelli tra città e campagna, tra Nord e Sud – e spesso i suoi discorsi rivelano una profonda sintonia con le encicliche sociali di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Arnaldo non si riconosceva nell’immagine di uomo di corrente. Era sì un uomo di partito, quando i partiti erano le forze vitali della democrazia italiana. E pensava che i partiti fossero chiamati a servire gli interessi non di una parte ma di tutti gli italiani. Uno dei motivi per cui ammirava tanto De Gasperi – me lo raccontò un giorno nei nostri colloqui – fu la commozione e la gratitudine che l’intero popolo italiano espresse per lo statista trentino mentre lo accompagnava nel suo ultimo viaggio da Trento a Roma. Lo scrisse anche: “è stato il momento di più intensa identificazione tra il nostro partito e l’Italia”. Il ruolo guida della De gli pareva una necessità, in presenza di un grande partito comunista in Italia. Era convinto che questo problema non potesse essere risolto con forzature, ma solo con “un lungo e difficile confronto” democratico: escludeva, perciò, la creazione di “un blocco d’ordine” che avrebbe lacerato in modo drammatico la società italiana e ha sempre contrastato l’uso politico della violenza da parte di gruppi con opposte matrici ideologiche.

E’ stato lui a coniare l’immagine del “potere discreto”, per indicare l’ideale di una limitazione del potere da parte anzitutto di chi lo esercita. Lo diceva anche per il suo partito: deve rispettare “anche nell’immagine una consuetudine di prudenza e di collegialità”. E, pur convinto dell’importanza dei partiti per la democrazia italiana, era però contrario alla concentrazione di tutto il potere nelle loro mani: fin dagli anni Sessanta, fu tra i primi a parlare di riforme istituzionali per correggere i limiti e le deformazioni del sistema politico, un problema di cui ancora oggi si continua a discutere, non sempre con il disinteresse e la lungimiranza di cui egli era capace.
Anche la sua uscita di scena – trent’anni fa; un’uscita totale e irrevocabile – è stata improntata all’ideale di un “potere discreto”. E° rimasto sempre fedele al partito in cui si è svolta la sua intera vicenda politica. Non ha condiviso le scelte di quanti, anche vicini a lui politicamente, hanno rotto quell’unità che per lui costituiva un bene superiore agli interessi personali: doveva sempre prevalere sulle divergenze di vedute e sui conflitti di potere, per ragioni più profonde di quelle solo politiche. Con la fine della Democrazia Cristiana, Forlani ha ritenuto definitivamente conclusa anche la sua esperienza politica, scegliendo un rigoroso riserbo.

Oggi, siamo in tanti attorno a lui, con la particolare solennità dei funerali di Stato, mentre si accinge a compiere l’ultimo tratto del suo pellegrinaggio verso la Gerusalemme del cielo. Lo circondiamo con l’onore dovuto ad un servitore dello Stato, con l’affetto che si ha per un amico e con la preghiera di chi crede in un Dio ch’è amore. Arnaldo troverà nel cielo le risposte che ha cercato lungo la sua vita, quelle alle domande suscitate dalle asprezze e dalle contraddizioni della politica e, soprattutto, troverà quelle risposte che riguardano il senso ultimo dell’esistenza umana e che la politica, da sola, non è in grado di dare. Troverà il. Suo Signore ad attenderlo. Ma ancor prima delle risposte sentirà il Signore che sull’ uscio gli dirà, come il Vangelo suggerisce: “Arnaldo, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuto padrone”. E ci piace immaginare l’amata moglie, Alma Maria, farsi avanti tra i tanti che lo aspettano per riabbracciarlo, e con lei i genitori la moglie e gli amici, numerosi, che gli fanno festa. E tu, caro Arnaldo, davanti a Dio ricordati di noi tutti, ricordati dell’Italia che hai amato e servito, ricordati dell’Europa e intercedi con insistenza perché venga presto la pace in Ucraina e perché tutti i popoli si incamminino verso quella fraternità universale che resta il sogno di Dio sul mondo. Amen.

lunedì 20 marzo 2023

Messa per il trigesimo della morte di Stanislaw Grygiel

 Care sorelle e cari fratelli,

sono passati trenta giorni da quando Stanislaw Grygiel, nel passaggio della morte, ha incontrato il Signore - finalmente “faccia a faccia” – e si è lasciato abbracciare da quel Signore che ha sempre cercato e servito e che ora lo stringe con tenerezza tra le sue braccia. Dio sa dare ai suoi figli una ricompensa ben più grande di quanto possiamo immaginare. Per l’intera vita Stanislaw lo ha servito con fedeltà e con quella passione anche intellettuale che aveva appreso dal suo maestro e poi amico – anche durante il pontificato – san Giovanni Paolo II.

Noi ci ritroviamo assieme oggi, giorno della memoria liturgica di San Giuseppe, per fare memoria di lui e intercedere presso il Signore. La festa liturgica di san Giuseppe ci aiuta a ricordare Stanislaw Grygel. Potremmo dire che, come Giuseppe, anche lui è vissuto in un momento complesso della vita della Chiesa come quello del secondo Novecento. Il Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato parla di un momento difficile della vita di Giuseppe: il ripudio segreto di Maria incinta non per opera sua. Nei Vangeli dell’infanzia si narrano i gravissimi problemi del Bambino appena nato e nei primi anni di vita. Giuseppe ascolta l’angelo e si affida alla sua parola. La sua obbedienza alla Parola dell’angelo non ha solo salvato la vita del Bambino ma l’ha anche accompagnato nel corso degli anni dell’adolescenza, almeno. E’ vero peraltro che Giuseppe non sempre comprese quel Figlio, sebbene l’amore non fosse mai diminuito. Fu l’amore a far cercare il dodicenne Gesù fino al tempio. Ma accettarono anche il rimprovero perché non avevano compreso quale fosse la sua missione. Giuseppe divenne comunque un particolarissimo “discepolo” di Gesù: lo protesse e lo presentò al mondo, all’interno della famiglia di Nazareth. Ricevette dall’angelo la missione di dare il nome a quel Bambino: “Tu lo chiamerai Gesù”. E questo – dire al mondo il nome Gesù, ossia “Dio è salvezza” – fa di Giuseppe il primo tra tuti noi. Sì, care sorelle e cari fratelli, la responsabilità di ogni cristiano è dire il nome di Gesù al mondo. E mi piace iscrivere in questa missione anche l’opera di Stanislaw Grygel: dire a tutti che quel Bambino di Nazareth è Gesù, ossia Dio che salva. E oggi nel cielo ne riceve la conferma personale.

Sono passati trenta giorni dalla sua morte. Ed ora Stanislaw vive in Dio. Con il nostro povero linguaggio terreno – ancora terreno e nel tempo che osa parlare dell’eterno di Dio qui sulla terra - potremmo dire che sono i primi trenta giorni di vita in Paradiso per lui. E’ bene ricordare la sua vita, le sue opere. Ma è ancor più prezioso vedere con gli occhi della fede la sua vita nel cielo, la vita da risorto con i risorti. Il nostro linguaggio è del tutto inadeguato. Ma la fede nella risurrezione della carne ci dice che è comunque una vita “umana”, risorta ma umana. Risorta anche nei sensi. Possiamo perciò immaginarlo con il Signore, con i santi del cielo, con l’amico Wojtyla che certo – il 20 febbraio scorso – stava sulla porta del cielo per accoglierlo, abbracciarlo e, con l’orgoglio del maestro, dell’amico e del Papa, presentarlo al Signore. Lui che lo aveva chiamato a Roma nel 1980 perché, assieme alla moglie Ludmila, lo aiutasse negli studi sul matrimonio, ora lo presenta a Dio perché lo riempia del suo amore. E i due potranno incontrarsi con gli altri amici e amiche della prima ora, quelli dell’impegno nel “dire Gesù” durante il difficile periodo comunista, ed anche con gli altri amici con i quali ha vissuto lunghi anni e non poche battaglie: tutti finalmente assieme a vivere in pienezza quell’amicizia che li aveva legati sulla terra.

Questa Santa Liturgia del trigesimo la sento così, come il dono di uno spiraglio della vita nel cielo. E anche noi in qualche modo ci uniamo, in quella comunione dei santi ch’è un cardine della nostra fede, con quella scena celeste e dire al Signore il nostro grazie per questo figlio che - tra gli innumerevoli meriti -, ha servito questo Istituto, fin dal suo inizio, con generosità e passione. Ne è stato - assieme al cardinale Caffarra e al cardinale Scola -, uno dei fondatori, nell’entusiasmo dell’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II con la decisa volontà di Giovanni Paolo II per una Chiesa che si facesse testimone del vangelo ovunque nel mondo. E questo nostro Istituto fece parte di questo grande “movimento” della Chiesa. Personalmente ricordo il Papa che mi parlava di questo Istituto e della sua missione alla quale chiamò anche il giovane professore e discepolo Stanislaw Grygel.

Al termine della Santa Messa il professor Kamposwki, che ringrazio sin da ora, ci offrirà alcune riflessioni sul professore, sul suo pensiero e sul suo servizio nell’Istituto che è continuato, con la direzione fino alla fine della cattedra “Karol Wojtyla”, fino alla fine, consapevoli della preziosità dell’insegnamento di questo Papa. Un nuovo Sinodo sulla famiglia ha spinto papa Francesco ha dare una nuova vita all’Istituto, in maniera analoga a come avvenne alla sua nascita. Non sono mancati problemi in questo momento di cambiamento, come del resto è facile che accada nei momenti dei grandi cambiamenti. Potremmo dire che è parte della vita della Chiesa, chiamata da Dio a comunicare il Vangelo di sempre in maniera che possano comprenderlo gli uomini del tempo, come amava dire san Paolo VI. Con la consapevolezza della presenza operante dello Spirito, che fece dire a san Giovanni XXIII a proposito del Concilio: “Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che lo comprendiamo meglio”

Ma oggi è nell’orizzonte della visione di Dio che tutto ricompone che vogliamo contemplare Stanislaw Grygel. E pensarlo come nostro fratello che ci ha preceduti nel Regno dei cieli e come intercessore presso il Padre, mentre noi, ancora sulla terra, conserviamo la sua memoria, cercando altresì di crescere nella responsabilità che fu di Giuseppe, ed anche sua, di continuare a dire in ogni modo, in tutti i modi possibili, in tutte le lingue possibili il nome di Gesù perché il mondo si salvi. Il professore interceda presso il Signore perché, nell’obbedienza a questa Chiesa di Roma, cresciamo nell’intelligenza della fede e nella testimonianza del vangelo del matrimonio e della famiglia.