sabato 19 maggio 2018

Messa a Livorno per i 50 anni della Comunità di Sant'Egidio

FESTA A LIVORNO PER I 50 ANNI DI SANT’EGIDIO

Care sorelle e cari fratelli, cari amici della Comunità di Sant’Egidio
in questo giorno di festa, anche perchè liturgicamente oggi è la festa dell’Ascensione di Gesù al cielo, noi ci raccogliamo per questa memoria tanto cara: 50 anni di vita della Comunità di Sant’Egidio.
50 anni non sono moltissimi ma sono anche un bel numero di anni. A me conviene dirlo: abbiamo tutti 50 anni! mi dispiace per i più giovani … ma per tutti è una crescita in sapienza! 50 anni non sono pochi.
La Parola di Dio illumina bene questa storia, perchè nel Vangelo che abbiamo ascoltato accade che per la prima volta i discepoli non vedono Gesù. Gesù sale al cielo. Per la prima volta non lo vedono. Dopo la Pasqua per quaranta giorni lo avevano visto, avevano parlato e mangiato con lui, ma quella era la prima volta che erano “soli”. E dovevano iniziare una nuova vita. Potremmo dire che la prima comunità cristiana doveva iniziare a compiere i suoi primi passi. E non sono rimasti tra loro.
Scrive l’evangelista che “partirono e predicarono dappertutto”. I primi passi non sono verso se stessi,  i primi passi non sono per contemplare la propria condizione migliore o peggiore, i primi passi sono per andare, per discendere potremmo dire, per guarire i malati, per predicare il Vangelo.
La storia della Comunità di Sant’Egidio si colloca nella stessa identica prospettiva, 50 anni fa.
Un piccolo gruppetto, forse erano meno di undici, con Andrea Riccardi, partirono, non rimasero dentro una scuola o dentro i loro recinti abituali magari per piangersi addosso o per fare festa tra loro o per contemplare quanto si volevano bene; la Chiesa, la comunità dei discepoli è sempre in partenza. Dico questo a Livorno: cosa sarebbe un porto se non si parte e non si torna … nulla! non è che Gesù parli al vuoto.
Così è iniziata la Comunità di Sant’Egidio: partire e andare. Andare dove? Scendere là dove ci sono donne, uomini, piccoli e anziani, bisognosi di aiuto e di affetto, bisognosi di ascensione, di ascendere, di non restare nella tristezza della solitudine o nell’avarizia dei rasseganti.
La comunità cristiana, in questo caso di Sant’Egidio, partì.
Il primo grande viaggio fu di pochi decine di metri. Perchè partire significava lasciare il mondo della Roma ricca e bene per andare dall’altra parte del Tevere, dove c’erano i poveri e i deboli. Questa fu la prima grande traversata: uscire da se stessi per andare incontro a chi ha bisogno; perchè? perchè questo è quello che è scritto nel Vangelo: “andate dappertutto – dice Gesù – e scacciate i demòni”. Quanti demòni anche oggi, quanti spiriti cattivi distruggono la vita di tanti.
“Parlate lingue nuove”. Oggi ciascuno cerca di parlare la propria lingua, si rinchiude, preferisce parlare il dialetto del proprio benessere, costruisce muri, distrugge ponti, alza barriere.
“Prenderete in mano i serpenti”. Non dobbiamo lasciare i serpenti del male divorare anziani e bambini. Pensate le guerre, i conflitti, quanti morti, quanti abbandonati, quanta gente espulsa o costretta ad andare via dalle loro case.
“E se berrete qualche veleno non vi recherà danno”. Dobbiamo sporcarci le mani, dobbiamo osare mettere le mani dove c’è il dramma della solitudine e della tristezza. Non ci recherà alcun danno.
Ecco perchè oggi celebrare e ricordare questi 50 anni della Comunità non è per gloriarci di una bella storia e potremmo anche farlo perchè vi assicuro è veramente straordinaria, molto bella. Piuttosto questa nostra celebrazione ci spinge a riprendere il cammino, a fare di più.
Quando papa Francesco è venuto a Roma a celebrare con noi il cinquantesimo, poi ci ha detto: “voi siete la comunità delle 3 P, preghiera, poveri e pace”.
Anche qui, anche a Livorno. Qui c’è la preghiera e chiunque di voi vuole respirare la Parola di Dio piò venire qui per ascoltarla. Perchè il segreto di tutto è lasciarsi spingere dalla Parola di Dio e non dai nostri sentimenti. Non lasciamoci spingere dai nostri sentimenti! Dobbiamo lasciarci spingere dal sentimento di Dio che è amore.
I poveri.  Chi vuole spendere la propria vita non solo per sé, qui, anche qui, può aiutare! Quelli della Comunità lo sanno bene: i bambini, gli anziani, i carcerati, gli emarginati, gli anziani, gli stranieri.
E poi la pace, una pace fino ai confini della terra.
Il 28 maggio voi ricorderete il bombardamneto della città! E fate bene. Voi grazie a Dio solo lo ricorderete. Ma in tante parti del mondo, il bombardamento è oggi.
Ecco perchè ricordiamo queste “3 P” oggi: per sentire l’urgenza di spenderle ancora di più.
Guardiamo il mistero dell’Ascensione di Gesù al cielo: questo mistero non vuol dire che Gesù se ne va e non sappiamo dove va a finire. No, ascendere al cielo vuol dire che Gesù non sta più a Gerusalemme o nella Palestina, ma va in tutto il cielo che circonda il mondo intero.
L’Ascensione vuol dire che i discepoli, guidati da Gesù, devono andare in tutto il mondo, fin dove c’è il cielo. Nel messaggio dell’Ascensione c’è il messaggio dell’universalità, c’è il messaggio della reponsabilità per tutti gli uomini e le donne di questo mondo, soprattutto per i più deboli.
E allora capiamo perchè c’è bisogno di più preghiera, di più amore per i poveri, c’è bisogno di più impegno per la pace.
In questa prospettiva, celebrare i 50 anni di Sant’Egidio anche qui a Livorno significa moltiplicare queste “3 P”: moltiplicare la preghiera, aprire gli occhi e il cuore per essere accanto a chiunque ha bisogno, vuol dire invocare la pace, sdegnarsi per le guerre. E tutti possiamo farlo. Perchè la comunità di Sant’Egidio, come qui, questa sera, è una casa aperta, accoglie tutti. E’ uno spirito, è un desiderio, è un impegno.
Questa sera riuniti in un unico popolo, insieme a tante altre realtà della Comunità, noi davvero ringraziamo il Signore di poter vivere questa universalità; per cui noi pur restando qui possiamo essere legati al mondo intero. Pur restando a Livorno, il cuore, la mente, la preghiera, le braccia si allargano e comprendono tutti.
Abbiamo storie diverse, proveniamo da vicende diverse e tuttavia possiamo tutti vivere quel medesimo spirito di quell’andare sino ai confini del mondo, scendere negli inferni del mondo per vivere l’ascensione di tutti verso il Signore.
Celebrare l’anniversario del 50° nel giorno dell’Ascensione è un piccolo dono! siamo fortunati: è un piccolo dono di Gesù, è una carezza a Livorno e  alla comunità di Livorno, perchè ci fa comprendere che questo mistero  della discesa e dell’ascesa è ciò che rende piena la nostra vita.
E allora possiamo dire: ora capiamo! perchè siamo nati, ora capiamo perchè siamo qui, perchè dobbiamo scendere nei tanti inferni  e portare salvezza, ascensione a tutti!
Tutti possiamo farlo, i più piccoli e i più grandi. Chi può camminare e chi non può camminare. Perchè il cuore e la mente camminano, perchè il cuore può battere per tutti, la preghiera può scoperchiare questo tetto e arrivare non solo al cielo ma anche ai confini della terra. E anche il desiderio, l’impegno per la pace cominciano qui. Un sapiente ebreo diceva: se vuoi cambiare il mondo, comincia a cambiare il tuo cuore.
La celebrazione e la memoria di questi 50 anni, questa sera, cari fratelli e care sorelle, ci aiuta a rinascere, nel lavoro, nella preghiera e nell’amicizia con tutti.
Il Signore ci benedica, ci accompagni con il suo Spirito nei prossimi 50 anni e nel tempo che ci vorrà dare per ascendere con Lui e con tanti al cielo.

martedì 6 febbraio 2018

Quinta Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco (1,29-39)

E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: “Tutti ti cercano!”.  
Egli disse loro: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Il brano evangelico narra la prima giornata di Gesù a Cafarnao. Si presenta come una giornata tipo. E ci appare subito molto diversa dalle nostre giornate, segnate spesso dalla monotonia, dalla tristezza, dalla banalità. Altre volte invece sono la durezza e la drammaticità della vita che prendono il sopravvento nelle nostre giornate. E possiamo sentire vere anche per noi le parole scritte nel libro di Giobbe che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario?”. Se poi il nostro sguardo si allarga verso coloro che sono più direttamente toccati dalla violenza, dall’ingiustizia e dalla guerra (di quelle note e delle non poche altre magari più limitate ma di cui nessuno parla), il lamento di Giobbe assume un valore ancor più tragico: “A me sono toccati mesi di illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: quando mi alzerò? La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba… Ricordati che un soffio è la mia vita; il mio occhio non rivedrà più il bene”. La vita degli uomini è davvero dura, ci dice questo brano della Scrittura.
La “giornata di Cafarnao”, che oggi il Vangelo ci ha annunciato, entra dentro le nostre giornate per infondervi forza ed energia, quasi come il lievito che messo nella pasta la fermenta tutta. L’evangelista narra che Gesù, dopo aver scacciato uno spirito immondo da un poveretto mentre si trovava nella sinagoga, si reca nella casa di Simone e Andrea. Forse cerca un po’ di tranquillità. Ma non fa in tempo ad entrare in casa che subito gli dicono che la suocera di Simone è febbricitante. Senza frapporre tempo Gesù la guarisce; non dice nessuna parola, neppure una preghiera. La prende per mano e la fa alzare. È una narrazione semplice che contiene però la forza vittoriosa di Gesù contro il male (non è solo un caso che l’evangelista per indicare la guarigione della donna usi lo stesso verbo che usa per la resurrezione di Gesù). La risposta della donna – “ed ella li serviva” – non è un semplice gesto di grata cortesia, ma la “diaconia” (questo è il verbo usato per indicare quello che la donna si è messa a fare), ossia il servizio al Signore e ai fratelli.
In questa guarigione sono in certo modo presenti tutte le altre, sia quelle che Gesù farà nel corso della sua vita terrena sia quelle dei discepoli di allora e di ogni tempo. Subito infatti l’evangelista allarga la scena e passa dalla guarigione di una singola persona alle guarigioni di tanti. Come a dire che Gesù è venuto a lottare contro il male, contro ogni tipo di male, sia fisico che mentale o psichico. Emerge già qui – siamo alla prima pagina del Vangelo di Marco e così deve essere nella vita della Chiesa – quella “compassione” per i deboli, per i malati, per i poveri, per le folle stanche e sfinite di cui spesso sentiremo parlare nei Vangeli nelle prossime domeniche. Questa compassione riassume tutta la missione di Gesù. Era ancora lo stesso giorno – nota l’evangelista – e “venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta”. Era tramontato il sole e il mondo non dava più luce né speranza; ma tutta la città si era radunata davanti a quella porta, alla porta della casa ove stava Gesù, dove era l’unica luce non tramontata. Viene spontaneo pensare ai milioni di persone colpite dalla guerra e dalla fame che vagano cercando una porta a cui bussare. E come non pensare anche alle porte delle nostre comunità ecclesiali spesso approdo per poveri e disperati? Sanno, queste porte, aprirsi per consolare e guarire? L’evangelista dice che Gesù ne guarì molti.
Quando tutti erano andati via, guariti e rincuorati, Gesù uscì e si recò in un luogo appartato, per pregare. Questo momento è, in verità, il culmine e la fonte di tutte le sue giornate, di tutto ciò che fa. È la sua prima e fondamentale opera. Sì, la preghiera è la prima opera di Gesù. E così dev’essere per i suoi discepoli. Immaginiamo allora la preghiera notturna di Gesù dopo che, per un giorno intero, ha toccato con mano le angosce e le speranze di tanta gente. L’intimità con il Padre non è una fuga dal mondo e dalla vita per godersi finalmente un po’ di tranquillità, che pure sarebbe ben meritata. Molto più verosimilmente tali incontri sono colloqui appassionati (magari anche drammatici, basti pensare alla notte nel Getsemani!) tra il Figlio e il Padre sulla missione che ha ricevuto, sulle condizioni del mondo, sulla salvezza di tutti coloro che Gesù incontra e su quella degli altri che deve incontrare ancora. Questo può spiegare la sua reazione quando i discepoli, dopo averlo raggiunto, gli dicono che tutti lo cercano: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là”. Gesù non si ferma in una sola casa, in un solo gruppo, in una sola nazione, in una sola civiltà; e non esce da una sola porta. Egli vuole visitare tutte le case, perché ovunque c’è bisogno del Vangelo. A partire dalle periferie più lontane.

giovedì 25 gennaio 2018

Quarta Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 1,21-28
Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
Gesù aveva Cafarnao come sua dimora. Cafarnao, collocata lungo una importante arteria che congiungeva due grandi centri urbani, Tolemaide e Damasco, era la città più significativa della Galilea. Ed è lì che Gesù inizia la sua missione apostolica. E la inizia dalla sinagoga. Si mette immediatamente all’opera, senza esitazioni e con il preciso intento di mostrare a quegli abitanti la sapienza e la forza di cambiamento del Padre. Del resto, era venuto per cambiare il mondo, per liberarlo dalla schiavitù del peccato e del male. Il Vangelo è infatti lievito di una vita nuova per tutti, non è riservato solo ad alcuni e neppure deve restare ai margini della vita umana, nel privato di singoli o di gruppi. Il Vangelo è per il rinnovamento dell’intera vita delle città, del mondo. Potremmo dire che il messaggio evangelico è per sua natura sociale, per tutti.
L’evangelista Marco non riporta, come fanno Matteo e Luca, l’inizio della predicazione con l’insegnamento delle beatitudini. Preferisce sottolineare l’autorità con la quale Gesù comunicava il Vangelo. E le conseguenze che ne derivavano. Nota con chiarezza che i presenti nella sinagoga “erano stupiti del suo insegnamento, egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. Cafarnao aveva un buon numero di scribi e di dottori della legge, ma nessuno parlava con l’autorità con cui parlava Gesù. Non si poteva restare indifferenti al suo insegnamento: gli ascoltatori erano come costretti ad una scelta. Al contrario, i numerosi scribi, che pure non mancavano di parole, lasciavano la gente in balia di se stessa o della moda allora emergente.
A ben vedere, anche oggi viviamo in una situazione analoga. Le nostre città sono come immerse in una profonda crisi di valori e di comportamenti. Spesso, anche nella stessa persona, convivono convinzioni diverse, spezzoni di tradizioni diverse e contraddittorie. Si potrebbe dire che una delle caratteristiche della nostra società contemporanea e delle nostre città è di avere molte culture, sino a ipotizzare l’affermazione di un modello di città politeista più che secolare. Ognuno sembra avere il suo dio, il suo tempio, il suo scriba, il suo predicatore. Il problema della città politeista consiste proprio nell’assenza di un “maestro”, di qualcuno appunto che insegni con autorità. Alla fine, resta un unico “dio”, se stesso. E su questo altare si celebrano sacrifici di ogni genere. C’è come una corsa alla “egolatria”, alla follia di adorare solo se stessi, in balia di innumerevoli “spiriti cattivi” che ci sballottolano dove loro vogliono. Illudendoci che stiamo esercitando la nostra libertà, ed è invece una schiavitù di sentimenti egocentrici.
Nell’uomo posseduto da uno spirito impuro, di cui parla Marco, non è difficile leggere anche l’uomo e la donna contemporanei. E non dobbiamo dimenticare che anche noi siamo figli di questa società. Quanti “spiriti immondi” soggiogano il cuore di tante persone! E, come in quel caso, non sopportano di essere disturbati nel loro dominio! Nell’episodio narrato da Marco, gli spiriti che posseggono quell’uomo gridano verso Gesù: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno?”. È l’opposizione radicale a chi vuole disturbare il loro incondizionato potere sul cuore dell’uomo. Non contrastano in astratto l’opera di Gesù, ma criticano il suo intervento nella loro vita personale. È l’opposizione radicale all’autorevolezza del Vangelo sulla vita. Ciò che accade ogni volta che si impedisce al Vangelo di cambiare il cuore o comunque di dire parole autorevoli sui comportamenti.
Gesù è venuto per liberare gli uomini da ogni schiavitù. Per questo, gridando forte, dice: “Taci! Esci da lui”. E lo spirito immondo è costretto ad allontanarsi. Di fronte agli innumerevoli spiriti cattivi che soggiogano gli uomini e le donne di oggi c’è bisogno che risuoni ancora il grido di Gesù contro di essi. Ogni discepolo è chiamato a raccogliere questa sfida: si tratta di riproporre l’autorità del Vangelo sulla propria vita e su quella degli altri. Potremmo dire che è il tempo di gridare il Vangelo sui tetti perché siano allontanati gli spiriti che dominano sugli uomini e cresca invece una nuova cultura: quella della misericordia. Papa Francesco non cessa di ricordarlo a tutti i discepoli. In effetti è urgente che tutta la Chiesa, ogni credente e l’intera comunità ecclesiale riscoprano il coraggio di riproporre il Vangelo sine glossa, come diceva Francesco d’Assisi. È solo questa l’autorità che “comanda agli spiriti immondi e questi gli obbediscono” (Mc 1,27).

venerdì 19 gennaio 2018

Terza Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Marco 1,14-20
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Il Vangelo ci ha annunciato la chiamata di Gesù ai primi discepoli. Non è solo una vicenda passata. È per dirci che Gesù continua ancora oggi a chiamare gli uomini perché lo seguano. Sì, continua a percorrere le strade del mondo di oggi e a chiamare uomini e donne perché con lui affrettino i giorni del regno di Dio sulla terra. Egli passa, vede e chiama. Non dà ordini come un generale: ma parla come uno che ha autorità. Non spiega una lezione come un professore: ma è l’unico maestro. Non sta a sentire distrattamente o senza dire niente: è un amico che indica un cammino. Non si parla addosso come un egocentrico: chiama per edificare una fraternità nuova. Non giudica tutto e tutti come facciamo noi, che ci crediamo più intelligenti degli altri: lui ci spiega il nostro peccato e ci offre la via della salvezza. Il Vangelo, in effetti, non è un codice morale, anche se c’insegna ciò che conta davvero e ci aiuta a confrontarci con l’amore. Non è un libro che una volta letto si mette via; anzi, più lo apriamo più lo capiamo. È Vangelo, ossia una notizia bella. Quante notizie brutte ascoltiamo, che mettono a volte angoscia e paura! Il Vangelo è la più bella notizia che ci può arrivare: è l’annuncio che Dio – ossia l’amore, il mistero della vita, il senso dell’esistenza – ti parla, si rivolge a te, vuole che tu lo segua, ha piacere che tu stia con lui: ha bisogno di te. Il Vangelo è Dio stesso che ti dice: ti voglio bene, voglio che tu stia con me; voglio che la tua vita sia bella; voglio che tu sia felice. Seguimi! Altrimenti seguirai i tanti padroni di questo mondo e sarai prigioniero di te stesso.
L’evangelista Marco fa iniziare la predicazione del Vangelo dopo che Gesù ha saputo dell’arresto del Battista: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio”. La parola di giustizia, severa ed esigente, che usciva dalla bocca di questo profeta nel deserto era stata incatenata da Erode. La terra di Palestina era ripiombata come in un deserto senza più parole vere; tutti erano condizionati dall’ambiguo potere di Erode. Gesù sentì urgente il bisogno di far risuonare nuovamente alle orecchie e soprattutto al cuore degli uomini una parola di speranza nell’avvento di un mondo nuovo. Lasciò la regione del Giordano alle sue spalle e si diresse in Galilea, la regione più periferica e malfamata della Palestina. E iniziò a spargere per le strade e le piazze di questa terra l’annuncio evangelico: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. A quei poveri uomini e donne galilei Gesù annuncia che è finito il tempo del predominio dei violenti e degli usurpatori, degli arroganti e dei prevaricatori, è finito il tempo in cui gli uomini sono abbandonati al male e si abbandonano gli uni gli altri, non si amano e non sono amati. È finito, insomma, il tempo della schiavitù. Ed è iniziato il tempo della libertà del Regno di Dio: un regno di pace, di solidarietà, di amicizia, di perdono, di rinnovamento dei cuori e della vita.
Questo Vangelo è annunciato oggi anche a noi, ed è un’occasione opportuna da cogliere. Non solo perché i nostri giorni non sono poi così diversi da quelli del Battista, ma anche perché è urgente cogliere la decisione del rinnovamento della vita personale e della società. C’è, di tempo in tempo, un momento opportuno che deve essere colto; un momento nel quale la parola “rinascere” acquista un nuovo sapore di concretezza. È un momento di decisione. Le stesse condizioni politiche spingono in questo senso, anche se ben più ampio è il campo della decisione, e tocca le radici stesse della nostra esistenza. La nostra è una situazione analoga a quella descritta nell’odierno Vangelo per Simone e Andrea, suo fratello, presi dal loro lavoro di sempre; Gesù li incontrò mentre stavano riassettando le reti e li chiamò: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. La stessa cosa accadde poco più oltre per altri due fratelli, Giacomo e Giovanni, anch’essi indaffarati nella loro pesca. Tutti e quattro lasciarono le reti di pescatori di pesci per prendere quelle di pescatori di uomini. Non avrebbero più dovuto pescare per se stessi; la chiamata spostava la loro attenzione, la loro preoccupazione, la loro stessa vita: avrebbero dovuto pescare per altri, per l’edificazione di un Regno che comprendesse un destino comune per gli uomini. Da quella decisione nacquero i primi discepoli; e nessuno può trovare altra strada che questa indicataci da Marco.
Perché seguire quel giovane maestro? Perché lasciare le preoccupazioni di sempre? Il Vangelo non mostra Gesù che spiega il suo programma e chiede un’adesione. Insomma, Gesù non si ferma a convincere. Dice solo: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. Chiede loro di non pescare più per se stessi, ma per gli altri; di non perdere più il loro cuore e la loro unica vita per cercare per se stessi, ma per aiutare lui ad incontrare con amore altri uomini; di aiutarlo a tirare fuori dal mare confuso del mondo, della solitudine, che spesso mette paura, tanti altri uomini e donne raggiungendoli con le reti dell’amicizia. Tutti gli uomini hanno bisogno di essere amati. Il Vangelo non ci fa sacrificare nulla della nostra vita. Anzi. Ci aiuta a perdere quello che non serve, ossia l’orgoglio, l’egocentrismo e il miope amore per noi stessi. E ci dona cento volte tanto in fratelli, sorelle, madri, padri. Quei primi quattro chiamati intuirono la forza e la bellezza di quella chiamata. E, subito, lasciarono le reti. C’era fretta. Il tempo si era fatto breve. È così anche per noi. Non siamo eterni! L’amore vuole arrivare subito, non vuole sciupare le occasioni. Quegli uomini non avevano certo capito tutto. Neanche noi abbiamo capito tutto! Ma essi scelsero di prendere sul serio quella parola di amicizia. Dicevano i Padri della Chiesa: “Comprendi che sei un universo in piccolo. Vuoi ascoltare un’altra voce per non stimarti cosa piccola e vile?”. Quella voce è il Vangelo di Gesù che entra nell’universo piccolo del nostro cuore per aprirlo con dolce insistenza e fino alla fine, anche quando vediamo solo il buio davanti a noi, continua a proporci: “Seguimi”.

martedì 16 gennaio 2018

Seconda Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Giovanni (1,35-42)
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro.
Il Vangelo ci porta sulle rive del Giordano, dove Giovanni sta ancora battezzando. Ma cosa vuol dire per noi stare ancora sulle rive del Giordano? Significa non ridurre il Natale a un evento ormai lontano, a un sentimento vago che lascia scorrere la vita come sempre. Il credente resta ove il Signore lo ha posto per attendere il regno di Dio, il mondo nuovo che il Signore è venuto a inaugurare. Il discepolo non va via, non scappa lontano, perché sa che il regno inizia a manifestarsi là dove egli vive. Così Giovanni continua ad attendere il regno di Dio cercando di cambiare il suo cuore rendendolo attento ai segni di Dio. Ed è proprio mentre sta ancora sulle rive del Giordano che vede Gesù che passa. Fissa lo sguardo su di lui. Lo riconosce e lo indica agli altri: «Ecco l’agnello di Dio».
Il profeta indica il mite, che con la sua umanità rende concreto il volto di Dio; indica l’agnello che si lascia condurre al macello per sconfiggere il male. Per Andrea e Giovanni è il Battista che indica il Signore, colui del quale hanno davvero bisogno e che può dare senso alla loro vita. Si mettono a seguirlo, sebbene a distanza. E Gesù si volta indietro e chiede loro: «Che cercate?». Anche qui l’iniziativa parte da Dio. È Gesù che si volta e “guarda” i due discepoli. Nello stile dell’evangelista Giovanni l’uso del verbo “vedere” sta a significare che i rapporti tra i vari personaggi si realizzano in un contatto diretto, immediato: “vedere” vuol dire scendere nel cuore dell’altro e nello stesso tempo lasciarsi scrutare nel proprio; “vedere” è capire ed essere capiti.
E i due discepoli avevano nel cuore il desiderio di una vita nuova per loro e per gli altri. Ed essi rispondono: «Rabbì, dove dimori?». Il bisogno di avere un “maestro” da seguire e di una “casa” ove vivere è il cuore della loro ricerca. Ma è anche una domanda che sale dagli uomini e dalle donne di oggi in modo del tutto particolare: è raro infatti incontrare “maestri” di vita, è difficile trovare chi ti vuol bene davvero, è sempre più frequente invece sentirsi sradicati e senza una comunità vera che accoglie e accompagna. Le nostre stesse città sembrano ormai costruite per rendere molto difficile, se non impossibile, una vita solidale e comunitaria.
Da soli non ci si salva. Ciascuno di noi ha bisogno di aiuto: Samuele fu aiutato dal sacerdote Eli, Andrea dal Battista e Pietro dal fratello Andrea. Anche noi abbiamo bisogno di un sacerdote, di un fratello, di una sorella, di qualcuno che ci aiuti e ci accompagni nel nostro itinerario religioso e umano. Alla richiesta dei due discepoli Gesù risponde: «Venite e vedrete», non si attarda a spiegare; non ha infatti una dottrina da trasmettere ma una vita da comunicare. Per questo Gesù propone un’esperienza concreta, potremmo dire un’amicizia che si può toccare e vedere. L’incontro con Gesù creò una nuova fraternità tra Andrea e Pietro. «Abbiamo trovato il Messia», disse con gioia Andrea. Iniziò anche lui a parlare come Giovanni, indicando la presenza di Gesù. La parola deve essere comunicata, altrimenti si perde. La luce non si accende per metterla sotto il moggio. Una volta trovata fa dire: ecco il futuro, il senso, la speranza, quello che cercavo, molto più di quello che desideravo! Chiediamo al Signore di insegnarci a comunicare con passione la sua speranza a chi cerca futuro e salvezza; ringraziamolo perché continua a donarci la sua compagnia.