mercoledì 23 agosto 2017

XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo 18,21-35
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?". E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

XXI Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo 16,13-20
Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: "La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". Risposero: "Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti". Disse loro: "Ma voi, chi dite che io sia?". Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". E Gesù gli disse: "Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli". Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Il brano evangelico che abbiamo ascoltato è noto come "il testo del primato di Pietro". È un brano tuttavia che va anche oltre i dibattiti sul "primato" di Pietro e interpella la fede di ciascun credente. Gli stessi padri della Chiesa, che non avevano le preoccupazioni circa il primato del papa, hanno dato a queste parole evangeliche una interpretazione più spirituale e più legata alla vita ordinaria del cristiano. Per comprendere bene tale episodio è necessario anzitutto inserirlo nella nuova situazione in cui Gesù si è venuto a trovare (in questo ci aiuta il brano parallelo di Mc 8,27-30). Dopo la sua predicazione in Galilea, Gesù si ritrova praticamente solo. Aveva cercato di fare delle folle che lo seguivano il "nuovo popolo" di Dio, ma ha dovuto constatare una prima sconfitta: tutti lo hanno abbandonato. Si ritrova solo, con quel piccolo gruppetto di discepoli. Sembrano fedeli, è vero; ma resisteranno sino alla fine? Accetteranno un Messia crocifisso? Questi e altri analoghi interrogativi affollano la mente di Gesù. Raduna perciò quel piccolo gruppo in un luogo appartato, nella regione di Cesarea di Filippo, e chiede loro cosa pensi la gente di lui. Vi era in effetti una grande attesa tra la gente riguardo alla venuta del Messia, ma altrettanto vasta era l'incertezza sulla sua figura e sul suo compito.
In genere tuttavia si era d'accordo nel ritenere il Messia un uomo potente politicamente e militarmente. In ogni caso, l'animo della folla era surriscaldato riguardo a tale argomento, tanto da poter parlare di una sorta di febbre messianica tra la gente. C'era stato già qualcuno che si era presentato come Messia e aveva sollevato gruppi armati, che furono prontamente repressi dall'autorità romana. Le risposte dei discepoli alla domanda di Gesù riflettono l'incertezza generale: c'era chi vedeva in lui il Battista redivivo, chi pensava fosse Elia, chi Geremia o qualcuno dei profeti. Tutti comunque lo guardavano come un grande profeta, ma non come colui nel quale è Dio stesso che parla e agisce. Tuttavia, la vera intenzione di Gesù era quella di conoscere quale fosse il loro pensiero a suo riguardo: «Ma voi, chi dite che io sia?» Pietro, a nome di tutti ("corifeo" lo chiama la Chiesa d'Oriente), risponde con la professione di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli risponde: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Pietro ha ricevuto la rivelazione di Dio. Egli fa parte di quel gruppo di «piccoli» ai quali è stato rivelato il mistero nascosto sin dalla fondazione del mondo (Mt 11,25-26). Egli, come scrive Paolo, ha potuto gustare la «profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio» (Rm 11,33). E poi Gesù gli dona un nuovo nome: «Simone, ti chiamerai Kefa» (Petros in greco). Ricevere un nuovo nome significa ricevere una nuova vocazione, iniziare una nuova storia. Il nuovo nome che Gesù dà a Simone, richiama l'idea della costruzione. È vero che «la pietra» è certamente solo Gesù; e su di lui, «pietra angolare», si costruisce la casa. Ma Pietro diviene il prototipo dei discepoli, esempio per i credenti di ogni luogo e di ogni tempo: tutti cioè dobbiamo partecipare alla sua fede. Egli stesso ce lo suggerisce quando scrive: «Avvicinandovi a lui, pietra viva... quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale» (1Pt 2,4-5). Ogni credente deve partecipare al nome, alla storia, alla vocazione di Pietro per la costruzione dell'edificio spirituale. In questo impegno di costruzione, tutti, ciascuno a suo modo si potrebbe dire, riceviamo il "potere delle chiavi", ossia il potere di "sciogliere" e di "legare". Come scrive anche il profeta Isaia a proposito dell'eletto di Dio, Eliakim: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire» (22,22). Si tratta di un potere reale. Ma cosa vuol dire, sciogliere e legare? Sciogliere significa slegare le funi che ci tengono legati al nostro egoismo, che ci bloccano saldamente sulla sponda dell'amore per noi stessi, che ci costringono inesorabilmente ad essere soggetti agli egoismi personali o di gruppo, di clan, di etnia, di nazione. Sono legami che rendono schiavi e violenti. È urgente scioglierli e prendere il largo verso il regno di Dio, ove l'amicizia, la solidarietà, il servizio vicendevole sono la nuova legge. Questi sono i "legami" da realizzare. Ebbene, dice Gesù, tali legami realizzati sulla terra saranno confermati nel cielo. Non saranno cioè intaccati e resteranno saldi anche oltre la morte. È davvero una grande consolazione sapere che tutto ciò che legheremo sulla terra sarà legato anche nei cieli, ossia per sempre. È come dire che quel che conta nella vita è l'amore; quel che resta è, appunto, l'amicizia che leghiamo tra noi e con tutti. È su «questa pietra», su pietre di questa qualità, che Gesù costruisce la sua Chiesa e il mondo nuovo.

mercoledì 16 agosto 2017

XX Domenica del Tempo Ordinario

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

51Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. 52D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
«Deposto tutto ciò che è di peso… corriamo… tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede» (Eb 12,1). Queste parole della lettera agli Ebrei sono un invito per tutti noi a vivere la santa liturgia del giorno del Signore come un grande dono. Ogni liturgia non è altro che la grazia di alzare lo sguardo da se stessi, per rivolgerlo verso Gesù. Il volto che ogni domenica contempliamo è quello del­l’amico che ci ha voluto bene, che ha portato persino la croce perché noi potessimo continuare il nostro cammino verso la salvezza, senza stancarci, senza perderci dietro noi stessi e le nostre fantasie.
Sappiamo bene quanto è facile stancarsi e perdersi nel cammino. Il Signore ci viene incontro e continua a radunarci e a parlarci. Vuole trasmetterci l’urgenza di annunciare al mondo l’imminenza del regno di Dio. Sin dall’inizio della sua predicazione diceva: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (cfr. Mc 1,15); e lo gridava sulle strade e nelle piazze delle città ove si recava. Eppure questa urgenza di Gesù tante volte è frenata, oscurata, persino soffocata. È soffocata dalle numerose situazioni di violenza e dalle tante guerre che colpiscono la vita degli uomini, generando tristezza e morte. Ma talora sono gli stessi discepoli a soffocarla. Questo accade ogni volta che ci sottraiamo all’invito del Signore per seguire le nostre urgenze, per lasciarci trasportare dai nostri ritmi, dalle nostre abitudini, dalle nostre preoccupazioni.
Viene però il Signore per comunicarci ancora una volta l’urgenza dell’annuncio del regno: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). È il fuoco dell’amore di Dio che brucia anzitutto nel cuore stesso di Gesù e che si intravede almeno un poco nelle parole che rivolge ai discepoli: «E come vorrei che fosse già acceso!». È un desiderio struggente, quasi angosciato: «Come vorrei che fosse già acceso!». L’urgenza evangelica è lasciarsi coinvolgere da questa passione; è lasciarsi bruciare da questo ardente desiderio di Gesù. Quanto sono meschine le nostre passioni! Quanto piene di avarizia le nostre angosce!
Oggi, giorno del Signore, veniamo liberati dalle piccole ma resistenti angustie della nostra vita, per ricevere il cuore stesso del Vangelo. Un cuore dolce e sconvolgente, pieno di amore e per questo esigente. Gesù stesso ne spiega il senso: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la di­visione…» (v. 51). Sono parole che noi difficilmente avremmo posto in bocca a Gesù. Ma il Vangelo è diverso da noi e dal mondo; diverso dalla pace avara del ricco epulone che non vedeva neppure il povero Lazzaro affamato davanti alla sua porta; diverso dalla pace egoista del proprio dovere come il sacerdote e il levita, i quali, pur vedendo l’uomo mezzo morto lungo la strada, passano oltre. La pace vera è tutt’altro che tranquillità avara. Il Signore, solo dopo la risurrezione, solo dopo aver vissuto il dramma della passione che fu tutt’altro che pace e tranquillità, disse ai discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27). La pace del Signore consiste nel fare la volontà di Dio.
La pace è il Vangelo. E il vangelo divide; ha diviso, in certo modo, la stessa vita di Gesù, quando appena ragazzo lasciò la mamma e il papà: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Le 2,49) rispose ai genitori che angosciati lo stavano «giustamente» rimproverando. Il vangelo lo divise dalla periferica Nazaret per recarsi nel deserto di Giovanni Battista; lo divise dai discepoli a Cafarnao nel discorso del pane, quando rivolto ai Dodici disse: «Volete andarvene anche voi?»; lo divise da Pietro: «Vattene, lontano da me, satana»; lo divise dagli ‘scribi e farisei… Il vangelo lo divise nell’agonia al Getsemani: «Non la mia, ma la tua volontà sia fatta». Gesù insegna per primo che la pace sta nell’ascolto del vangelo e nel metterlo in pratica. Il vangelo è la nostra pace e la nostra felicità.

CELEBRATION FOR 100 YEARS OF OSCAR ROMERO

Your Excellency,
Dear sisters. Dear brothers,
We are gathered today around the altar of the Lord to commemorate the centenary of the birth of Blessed Oscar Arnulfo Romero.  Today, all of us here, together with others in El Salvador and in other parts of the world, remember this shepherd for his Gospel witness that brings light to believers and non-believers alike.  On that long ago August 15, 1917, God chose the child born that day for a great mission:  to prepare the hearts of his fellow countrymen to welcome the Gospel of his Son.  As often happens with prophets, Romero paid with life.  His birth, his life, and especially his death were all focused on Jesus.  He made his own the words that Paul wrote to the Romans: “What will separate us from the love of Christ?  Will anguish, or distress, or persecution, or famine, or nakedness, or peril, or the sword?…For I am convinced that neither neither death, nor life … nor other creature will be able to separate us from the love of God…. ” (Rm 8:35, 39). The last years of his pastoral life were guided by those exact words.  Pope Francis has made it clear that Romero was persecuted even after his death with the opposition to his beatification that many persons mounted.  But when May 25 last year finally came, more than sixty thousand people gathered around the altar to thank the Lord for sending this shepherd.  And I’ll never forget the emotion of that day.  At his tomb, many, just as when he was alive, spoke to him because they felt he was still with them!
Today, on the centenary of his birth, we remember him yet.  And we do so beginning with the day he entered Heaven.  It was on March 24, 1980, that he was assassinated at the altar just after his homily nd while he was preparing the gifts at the Offertory.  They silenced him with a single shot to the heart, but now he speaks to us even more clearly.  His death is written in the heart of the Twentieth Century Church.  In ages past, only two other bishops met the same fate:  St. Stanislaus, Bishop of Kraków, and St. Thomas à Becket, Archbishop of Canterbury.
I myself remember the emotion of St. John Paul II when he heard that Romero had been assassinated.  And when, at the Celebration for New Martyrs during the Great Jubilee of the Year Two Thousand, he saw that Romero’s name had been left out—that’s how strong Curia opposition was—the Pope added it, writing that Romero was an example of the Shepherd who lays down his life for his flock.  And today, Romero’s death continues to speak to us in the martyrdoms of the many priests in the Middle East who have been assassinated while celebrating Sunday Mass.  Romero was the first in this long line heros who died for Christ in the Twentieth Century, in the New Millennium.  And with him, let us remember all the Christians who continue to bear witness to the Gospel even unto the shedding of their blood.
Keeping alive the memory of Romero is a noble task, and my great hope is that Pope Francis will soon canonize him—a Saint!  Over the years, we insisted on Romero being recognized as a martyr.  The essence of his holiness was his following the Lord by giving himself completely for his people.  But let’s be realistic, Romero was not a Superman. He was afraid of dying, and he confessed that to his friends on a number of occasions.  But he loved Jesus and his flock more than he loved life.  This is the meaning of martyrdom.  Love for Jesus and the poor is greater than love for oneself.  This is the power of Romero’s message.  A simple believer, if overwhelmed by love, becomes strong, unbeatable.  Several times, to shut him up, he was threatened with death, but Romero, following the Good Shepherd who gave His life for His sheep, would not shut up; and when he was advised, even by Rome, to leave the country because the threats had become more direct, he replied: “The shepherd never leaves his sheep, especially not when then they are in danger.”
And today Romero repeats in Heaven the prayer of Jesus at the Last Supper: “When I was with them, I protected them in your name … and guarded them…” (Jn 17:12)  Romero died to save his people, to save them from the violence of injustice.  I believe that the verse I just quoted was one that Romero often meditated on, just as he meditated on other passages that speak of giving one’s life to protect the flock, and before he preached this message to others, he preached it to himself, and he chose to be like Jesus, giving his life for his flock.  For this reason, he could not, just to save himself, keep silent in the face of the injustices suffered by the powerless.   He began to denounce them publicly.  He did not shirk before the forces of power, and he found his power in the love that Christ has for the poor.  It was the Gospel that led him, it was the Magisterium of Vatican II and of the Latin American Church with its preferential option for the poor.  Those who were oppressing the poor did not like the Church that Romero exemplified.  Indeed, they believed it to be a politicized Church.  Romero chose to be faithful to the Church presented by the Council.  He became a forceful witness of its love for the poor, and he gave his life at the altar in union with Christ Himself—victim and priest at the same time.  A nun who was at that Mass and who saw Romero die before he raised the bread and wine to Heaven, told me, “that day I thought Romero was, like Jesus, both victim and priest.”
The Martyr’s death that Romero suffered is his most precious gift to us.  That gift is especially precious in our days, and the people know it.  That’s why his testimony continues to be welcomed all over the world.  Yes, dear sisters and dear brothers, in a world where self-love and self preservation are supreme values, where we protect ourselves from others by raising building walls and barriers both in our hearts and in our relationships, Romero’s example is a shining beacon, a light that delivers individuals and peoples from the darkness of egoism.  Romero is speaking to us, and I can hear the echo of his last Sunday homily: “In the name of God, and in the name of this suffering people, I beg you, I beseech you; I order you in the name of God—stop the repression.”  There is too much violence in the world, there is so much violence in El Salvador, where gangs continue to bloody the country.  There is violence in too many countries in the world; too many wars; Hunger is too widespread and there is too much injustice to number.  Ours is a world of indifference that lets evil reap its harvest of innocent souls, young and old..  There is too much terrorist violence that sows death and fear.  Today, Romero asks the whole world to stop the violence, stop the killing.
Dear sisters and dear brothers, we need a real conversion away from fear, indifference, superficiality, just as Archbishop Romero was converted when he lived through the death of Father Rutilio Grande with his two peasant friends.  Romero became a defender of the poor, and we too are asked to leave behind a Christianity that is just habit and self-reference. Today, in our own world, we need a Gospel Christianity that knows how to witness love for everyone, especially for the poor, a Christianity that inspires us to give our life for others.  Romero did not think of himself, did not defend himself, did not spare himself.  Romero followed Jesus who gave his life for others. This was his witness.  He witnessed a Gospel and a Church that “goes out” to save everyone, no one excluded.  It is the Church of the Second Vatican Council that Blessed Paul VI compared to the Good Samaritan who bends down before the hurts of today’s humanity.  Romero is a martyr who exemplifies the Church that Vatican II wanted—a martyr of the Church of Vatican II.  And Pope Francis is not just a defender of that Church.  With Romero in the Heaven and with Francis on the Throne of Peter, the Church goes out of itself and becomes a Good Samaritan in the world.  We needed a Latin American Pope before Romero could be raised to the honors of the altar.  I remember the  words that Pope Francis said to me when we met on the first day of his Papal Ministry, March 19, 2013. He asked: “How is the cause of beatification of Archbishop Romero doing? ”
Romero believed in the missionary power of the Council.  In a homily at the funeral of a priest killed by death squads, he said that Vatican Council II calls on all Christians today to be martyrs, that is, to give their lives to Jesus and the poor. “Some, he said, the Lord asks to shed their blood, as He did to this priest, but he asks all to give their life for others, to be martyrs.” He gave another example, that of a mother who conceives a child, carries it in her womb, gives it birth, nourishes it, cares for it.  Romero said, “This mother is a martyr because she is giving her life for her child..”  Dear sisters and dear brothers, martyrdom—giving one’s life—is the only way to follow the Gospel in our time.  We can not be disciples who act only out of habit and are thinking only of ourselves.  That is not Gospel joy.  Romero reminds us of the teaching of Jesus that was quoted by the Apostle Paul: “There is more joy in giving than in receiving” (Acts 20:35).  Indeed, martyrdom, giving one’s life for others, is the only way to follow Jesus and the only way to be truly blessed.

mercoledì 9 agosto 2017

XIX Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca 12,32-48
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno.
Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”.
Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno.
Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”.
Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.