lunedì 26 giugno 2017

Tredicesima domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo (10,37-42)
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
«Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37). Gesù chiede ai discepoli un amore così radicale da superare anche quello per i familiari. Solo chi ha questo amore è «degno» del Signore. Per tre volte in poche righe si ripete: “Essere degni di me”; un’insistenza che contrasta con le parole del centurione che ripetiamo in ogni celebrazione eucaristica: «O Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto». In effetti, chi può dirsi degno di accogliere il Signore? Basta uno sguardo realistico alla vita di ciascuno di noi per renderci conto della nostra pochezza e del nostro peccato.
Essere discepoli di Gesù non è né facile né scontato, e non è frutto di nascita o di tradizione. Si è cristiani solo per scelta, non per nascita. E il Vangelo ci dice di quale altezza è tale scelta. I discepoli di Gesù sono coloro che condividono senza riserve la sua persona e il suo destino, sino a identificarsi con lui. In tal senso il discepolo trova se stesso trovando Gesù. È questo il senso delle parole che seguono: «Chi avrà trovato la sua vita la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà». È una delle frasi di Gesù più tramandate (ben sei volte è presente nei Vangeli). Ovviamente la prima comunità cristiana ne aveva compreso l’importanza e la vedeva realizzata anzitutto in Gesù stesso. Egli ha “ritrovato” la sua vita (nella risurrezione) “perdendola” (ossia, spendendola sino alla morte) per l’annuncio del Vangelo. È esattamente l’opposto della concezione normale della gente che crede di essere felice quando trattiene per sé la propria vita, il proprio tempo, le proprie ricchezze, i propri interessi; ma sappiamo i guasti che produce il sentimento di conservazione di se stessi e dei propri interessi a qualsiasi costo. Il discepolo, al contrario, trova la sua felicità nello spendere la propria vita per il Signore e per i poveri, nella rinuncia a conservare se stesso per darsi tutto al Signore. «Si è più beati nel dare che nel ricevere!»”, diceva Paolo ai capi della Chiesa di Efeso, citando un detto di Gesù ignoto ai Vangeli (At 20,35).
Il “manuale” dei discepoli in missione – così possiamo definire il capitolo decimo di Matteo – viene chiuso dall’evangelista con alcune note sull’accoglienza loro riservata. È naturale che l’inviato si aspetti di essere accolto da coloro ai quali è mandato. Gesù stesso se lo augura e ne sottolinea la ragione di fondo: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». In questo versetto si condensa il perché della dignità del discepolo: la totale dipendenza dal Signore, al punto che la sua presenza significa quella di Gesù stesso. È ovvio che si tratta di accogliere il discepolo come «profeta», ossia come colui che porta il Vangelo, che non annuncia la propria parola ma la Parola di Dio. E la ricezione della Parola è la ricompensa che il Signore promette a coloro che accolgono i suoi discepoli. Gesù li chiama anche «piccoli»: il discepolo, infatti, non possiede né oro né argento, non ha bisaccia e neppure due tuniche, e deve camminare senza portarsi né sandali né bastone (Mt 10,9-10). L’unica sua ricchezza è il Vangelo, di fronte al quale anche lui è piccolo e totalmente dipendente. Questa ricchezza dobbiamo accogliere; questa ricchezza dobbiamo trasmettere.

giovedì 15 giugno 2017

Festa del corpo e del sangue di Cristo

Dal vangelo di Giovanni (6,51-58)
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”.
Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
La festa del Corpus Domini esprime l’antico e radicato amore per l’Eucaristia, per il corpo e il sangue del Signore. L’apostolo Paolo scrive ai Corinzi: «Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”». Il Signore stesso esorta i discepoli di ogni tempo a ripetere in sua memoria quella santa cena. E l’apostolo aggiunge: «Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga». Non è un’altra cena che si ripete, magari stancamente come tante volte noi rischiamo di fare. L’Eucaristia che celebriamo è sempre la Pasqua che Gesù ha celebrato. È questa la grazia dell’Eucaristia: essere partecipi dell’unica Pasqua del Signore.
La Chiesa custodisce la concretezza delle parole di Gesù e venera in quel pane e in quel vino il suo corpo e il suo sangue, perché ancora oggi lo si possa incontrare. Potremmo aggiungere che in quel pane e in quel vino non è presente il Signore in qualsiasi modo. Egli vi è presente come corpo «spezzato» e come sangue «versato», ossia come colui che passò tra gli uomini non conservando se stesso ma donando tutta la sua vita, sino alla morte in croce, sino a quando dal suo cuore non uscì che «sangue ed acqua». Non risparmiò nulla di se stesso. Nulla trattenne per sé, sino alla fine. Quel corpo spezzato e quel sangue versato, sono di scandalo per ognuno di noi e per il mondo, abituati come siamo a vivere per noi stessi e a trattenere il più possibile della nostra vita. Il pane e il vino, che più volte durante la santa liturgia ci vengono mostrati, contrastano con l’amore per noi stessi, con l’attenzione scrupolosa che abbiamo per il nostro corpo, con la meticolosa cura che poniamo per risparmiarci e per evitare impegni e fatica. Tuttavia, essi ci vengono donati e continuano ad essere spezzati e versati per noi, perché siamo liberati dalle nostre schiavitù, perché sia trasformata la nostra durezza, sgretolata la nostra avarizia, intaccato l’amore per noi stessi. Il pane e il vino, mentre ci strappano da un mondo ripiegato su se stesso e condannato alla solitudine, ci raccolgono assieme e ci trasformano nell’unico corpo di Cristo.
L’apostolo Paolo, riconoscendo la ricchezza di questo mistero al quale partecipiamo, con severità ammonisce di accostarci ad esso con timore e tremore perché «Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice» (1Cor 11,27-28). Ma dopo questo esame chi mai di noi può avvicinarsi? Sappiamo bene quanto siamo deboli e peccatori, come cantiamo nel Salmo: «Le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 50[51],5). Ma la liturgia ci viene incontro e mette sulle nostre labbra le parole del centurione: «O Signore non sono degno di sedere alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Di’ soltanto una parola. Sì, è la Parola del Signore che invita ad accostarsi, è questa parola che rende degni, perché è una parola che perdona e guarisce. Alla tavola del Signore si giunge dopo l’ascolto della Parola, dopo che il cuore è stato da essa purificato e riscaldato. C’è allora come una continuità tra il pane della Parola e il pane dell’Eucaristia. È come un’unica mensa in cui il nutrimento è sempre lo stesso: il Signore Gesù, fattosi cibo per tutti.

mercoledì 7 giugno 2017

Festa della Trinità

Dal vangelo di Giovanni (3,16-18)
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
La festa della Trinità, che il calendario liturgico latino celebra dopo la domenica della Pentecoste, apre l’ultimo e lungo periodo che chiude l’anno liturgico. È un tempo chiamato “ordinario”, perché non ha nessuna memoria particolare della vita di Gesù che abbiamo “visto” ascendere al cielo. Tuttavia non è un tempo meno significativo del precedente. Potremmo anzi dire che la festa della SS.ma Trinità proietta la sua luce su tutti i giorni che verranno sino all’inizio dell’Avvento; quasi a dilatare nel tempo l’abitudine che abbiamo di iniziare ogni nostra azione e ogni nostra giornata «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Se guardiamo un poco le nostre abitudini mentali, dobbiamo dire che il mistero della Trinità in genere è ritenuto poco significativo per la nostra vita, per il nostro comportamento. Sembra importare poco, sia nella consapevolezza della fede che nell’etica, che Dio sia Uno e Trino. E per lo più è ritenuto un “mistero” che non riusciamo a comprendere.
La santa liturgia, riproponendo questo grande e santo mistero alla nostra attenzione, viene incontro alla nostra pochezza e alla nostra inveterata distrazione. Ho detto “riproporre”, perché questo mistero, in realtà, è presente e accompagna tutta la vita di Gesù, fin dal Natale. Anzi accompagna tutta la storia dell’umanità, dalla creazione stessa, quando «Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,2-3), come scrive Giovanni nel prologo al suo Vangelo. Questo sta a dire che già il momento della creazione è radicalmente segnato dalla comunione tra il Padre e il Figlio. Sì da poter dire che ogni realtà umana è fatta di comunione e per la comunione. Perché, dopo aver creato l’uomo, Dio dice: «Non è bene che l’uomo sia solo»? La risposta è semplice. Perché lo aveva creato «a sua immagine e somiglianza». E Dio, il Dio cristiano (ma dobbiamo domandarci se tanti cristiani credono nel “Dio di Gesù”!), non è un essere solitudinario, che sta in alto, potente e maestoso. Il Dio di Gesù è una “famiglia” di tre persone, le quali si vogliono così bene, potremmo dire, da essere una cosa sola. Ma non basta. Queste tre Persone non hanno trattenuto per loro stesse la gioia che le unisce in maniera così straordinaria da essere una cosa sola. Esse hanno voluto riversare negli uomini e nelle donne del mondo la loro stessa vita, il loro stesso amore. Scrive Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). L’invio del Figlio non nasce da un obbligo giuridico, semmai da una sovrabbondanza d’amore. La Trinità pertanto non è altro che questo mistero sovrabbondante d’amore che dal cielo si è riversato sulla terra superando ogni frontiera, ogni confine, anche ogni fede. Ed è come un’energia irrefrenabile per chi l’accoglie. Lo Spirito Santo spinge, trascina tutto, l’intera creazione verso Dio, verso la vita di Dio, che è pienezza di amore. La Trinità, questa incredibile “famiglia”, ha scelto di entrare nella storia degli uomini per chiamare tutti a far parte di essa. Essa è anche l’orizzonte finale che oggi ci viene dischiuso. Tale orizzonte è senza dubbio la sfida più bruciante oggi lanciata alla Chiesa, anzi a tutte le Chiese cristiane; vorrei aggiungere a tutte le religioni, a tutti gli uomini. È la sfida a vivere nell’amore, proprio mentre sembrano prevalere le spinte verso l’individualismo, l’etnia, il clan, la nazione, il gruppo. La Trinità supera i confini, e in ogni caso li relativizza sino a distruggerli. È la sfida a vivere nell’amore in un tempo in cui la globalizzazione ha certamente ravvicinato i popoli ma non li ha resi fratelli. La Trinità è il fermento di amore che fa di diverse persone un’unità d’amore.

giovedì 1 giugno 2017

Domenica di Pentecoste

Dal vangelo di Giovanni (20,19-23)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.
«Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo» (At 2,1). Erano passati cinquanta giorni dalla Pasqua e centoventi seguaci di Gesù (i Dodici con il gruppo dei discepoli assieme a Maria e alle altre donne) stavano radunati, come ormai abitualmente facevano, nel cenacolo. Dalla Pasqua in poi, infatti, i discepoli di Gesù non avevano smesso di ritrovarsi assieme per pregare, ascoltare le Scritture e vivere in fraternità. Questa tradizione apostolica non si è mai più interrotta, sino a oggi. Non solo a Gerusalemme ma in tante altre città del mondo i cristiani continuano a radunarsi «tutti assieme nello stesso luogo» per ascoltare la Parola di Dio, per nutrirsi del pane della vita e per continuare a vivere assieme nella memoria del Signore.
Quel giorno di Pentecoste fu decisivo per quei discepoli a motivo degli eventi che accaddero sia dentro il cenacolo che fuori. Narrano gli Atti degli Apostoli che, nel pomeriggio, «venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso», sulla casa dove si trovavano i discepoli; fu una sorta di terremoto che si udì in tutta Gerusalemme, tanto da richiamare molta gente davanti a quella porta per vedere cosa stesse accadendo. Apparve subito che non si trattava di un normale terremoto. C’era stata una grande scossa, ma non era crollato nulla. Da fuori non si vedevano i “crolli” che stavano avvenendo dentro. All’interno del cenacolo, infatti, i discepoli sperimentarono un vero e proprio terremoto, che pur essendo fondamentalmente interiore, coinvolse visibilmente tutti loro e lo stesso ambiente. Videro delle «lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue». Fu per tutti loro – dagli apostoli, ai discepoli, alle donne – un’esperienza che li cambiò profondamente.
Ma quel terremoto interiore che cambiò il cuore dei discepoli ebbe riflessi anche fuori. Quella porta chiusa si aprì e i discepoli iniziarono a parlare alla folla sopraggiunta. La lunga e dettagliata elencazione di popoli sta a significare la presenza del mondo intero: sono rappresentati tutti i popoli. E mentre i discepoli di Gesù parlano, tutti costoro li intendono nella propria lingua: «Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio», dicono stupiti. Da quel giorno lo Spirito del Signore ha iniziato a superare limiti che sembravano invalicabili. La Pentecoste poneva termine a Babele. Lo Spirito Santo inaugurava un tempo nuovo, il tempo della comunione e della fraternità. È a Gerusalemme – tra il cenacolo e la piazza – che inizia la Chiesa: i discepoli, pieni di Spirito Santo, vincono la loro paura e iniziano a predicare. Gesù aveva detto loro: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13).
Lo Spirito è venuto, e da quel giorno continua a guidare i discepoli per le vie del mondo. La solitudine, la confusione, l’incomprensione, l’orfanezza e la lotta fratricida non sono più ineluttabili nella vita degli uomini, perché lo Spirito è venuto a rinnovare «la faccia della terra» (Sal 104,30). L’apostolo Paolo, nella Lettera ai Galati, esorta i credenti a camminare secondo lo Spirito per non essere portati a soddisfare i desideri della carne: «Sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere» (5,19-21). E aggiunge: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (v. 22). Di questi frutti ha bisogno il mondo intero. La Pentecoste è l’inizio della Chiesa. Lo Spirito Santo è effuso anche su di noi perché usciamo dalle nostre grettezze e dalle nostre chiusure per testimoniare l’amore del Signore e annunciare il suo Vangelo a tutte le creature sino ai confini della terra.