martedì 16 maggio 2017

Sesta Domenica di Pasqua

Dal vangelo di Giovanni (14,15-21)
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete.
In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.
In questo tempo, mentre continuiamo a vivere il mistero della Pasqua, la santa liturgia ci raccoglie in preghiera perché ci prepariamo, come gli apostoli, a ricevere il dono dello Spirito Santo. Il brano degli Atti degli Apostoli che abbiamo ascoltato ci narra di Pietro e Giovanni che scesero in Samaria tra coloro che avevano aderito al Vangelo, per invocare su di essi lo Spirito Santo: «Non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo» (8,16-17). È la prima testimonianza di quella che noi chiamiamo la “Cresima”. Oggi, la Parola di Dio, come Pietro e Filippo, è scesa in mezzo a noi per preparare il nostro cuore a ricevere questo mirabile dono. Domenica prossima celebreremo l’Ascensione di Gesù. Da quel giorno i discepoli non vedranno più con i loro occhi quel Maestro che avevano seguito, ascoltato, toccato, per tre interi anni. Il Vangelo, continuando la lettura di domenica scorsa, ci riporta alla sera dell’ultima cena, quando Gesù parlò della sua dipartita da loro e li vide subito rattristarsi. Le sue parole subito si vestirono di consolazione e speranza; quegli uomini, che con gran fatica aveva tenuto assieme, erano suoi, gli appartenevano. Non voleva che si disperdessero; tanto meno che si perdessero. Egli stava per “partire”. E non era scontato che avrebbero continuato a stare insieme; e non era affatto pacifico che pur restando insieme avrebbero continuato ad annunciare il Vangelo sino agli estremi confini della terra. «Non vi lascerò orfani: verrò da voi», disse Gesù.
Senza dubbio nei pensieri di Gesù era dominante la preoccupazione per il futuro di quel piccolo gruppo che aveva radunato. Una preoccupazione che aveva fin dall’inizio, ma in quella sera appariva in tutta la sua chiarezza e drammaticità. Da questo sentimento, non privo di tratti drammatici, nascevano le parole che aveva detto all’inizio della cena: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi». Il desiderio di incontrare i discepoli si sostanziava nel voler consegnare loro il suo testamento, la sua eredità, che sarebbe dovuta perpetuarsi nel tempo. Quella cena era il momento alto di questa consegna. E ogni liturgia domenicale fa rivivere anche a noi tale momento. Anzi, in quella cena erano già presenti tutte le sante liturgie che sarebbero seguite in ogni parte della terra e in ogni tempo. Anche quella che stiamo celebrando oggi. Non a caso Gesù, rivolgendosi al Padre, prega non solo per quel piccolo gruppo di discepoli «ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola» (Gv 17,20).
C’è un tratto della nostra spiritualità e della nostra pastorale che va più chiaramente recuperato: la preoccupazione per il futuro delle comunità. Per essere discepoli del Signore non basta lasciarsi assorbire dal lavoro quotidiano nella sua immediatezza. Nel presente dobbiamo già coltivare il futuro che desideriamo. È quanto insegna Gesù in quella sera. Egli ha davanti ai suoi occhi un gruppo di poche e fragili persone; lo guarda con affetto e sogna l’umanità intera radunata attorno a quella mensa. Certo è davvero ingenuo confidare l’eredità in quelle mani. Ma è l’ingenuità di Dio che si fida e si affida ai piccoli e ai deboli. Gesù dice che non li lascerà soli, come degli orfani abbandonati. Il termine ha forti connotazioni veterotestamentarie, ove l’orfano è il prototipo di colui che è alla mercé dei potenti, colui nei cui confronti si commettono non poche ingiustizie. Gesù non lascerà i suoi indifesi. E annuncia la vicinanza di un «consolatore» (alla lettera un “soccorritore”), che è lo «Spirito di verità». Il termine “soccorritore”, applicato allo Spirito Santo, sta a significare colui che aiuta in qualunque circostanza, soprattutto in quelle più difficili. Finché è stato con i suoi, Gesù stesso li ha aiutati, istruiti e difesi. «Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione» (Gv 17,12), dice Gesù nella preghiera al Padre. D’ora in poi sarà lo Spirito il loro soccorritore permanente. Egli – dice Gesù – rimarrà con voi per sempre. C’è bisogno dello Spirito di Gesù, perché nel mondo non si trova; è uno Spirito che il mondo né vede né conosce; è estraneo alle logiche di questo mondo, alle ideologie di menzogna, a quei sistemi perversi che opprimono gli uomini e perpetuano la violenza. Ma lo Spirito di Gesù è estraneo anche ai tanti spiriti che posseggono i nostri cuori e i nostri pensieri. Mi riferisco allo spirito di indifferenza, allo spirito dell’amore solo per se stessi, allo spirito di orgoglio, di inimicizia, di invidia, di menzogna, di arroganza. E quanti altri ancora! Non c’è bisogno di ricorrere ad una vetero-demonologia, che poi viene facilmente rimossa dalla nostra razionalità, per parlare di spiriti, e neppure c’è bisogno di credere a possessioni diaboliche.
Si tratta piuttosto di riconoscere, con maggiore realismo, che di spiriti cattivi ne circolano davvero molti. Ma tali spiriti non sono strani. Essi si vestono di normalità. Le esagerazioni sono un furbesco espediente, per poter vivere tranquilli. In realtà ognuno di noi dovrebbe riconoscere di essere posseduto, senza troppo contrastarli, da questi spiriti cattivi. Sono essi che fanno danno, che moltiplicano le violenze, le solitudini, le ostilità, le guerre. Tutte queste cose nascono da cuori intristiti e incattiviti. Non andiamo ad esaminare i casi eccezionali. Certo fanno preoccupare, ma sono solo la punta di una realtà ben più vasta. Quel che davvero rende infernale la nostra vita sono questi spiriti di egoismo ordinario che soggiogano i nostri cuori e guidano i nostri comportamenti in maniera distorta. Ecco perché c’è bisogno ancora oggi della Pentecoste. Abbiamo bisogno che lo Spirito del Signore scenda e faccia tremare, in uno spirituale terremoto, le pareti rigide e chiuse del nostro cuore; c’è bisogno che una nuova fiamma si posi sul capo di ciascuno e scuota dalla pigrizia e dalla paura. Mentre siamo all’inizio del terzo millennio ci è chiesto di rivivere, per noi e per il mondo, il miracolo di quella prima Pentecoste che trasformò il cuore e la vita dei discepoli.
Ma da dove inizia il miracolo della Pentecoste? Non è particolarmente complesso. Il miracolo inizia dall’amore per Gesù, dall’amore per il Vangelo. È questo amore la prima fiammella che si posa sul capo dei discepoli e scalda il loro cuore. L’amore per Gesù è perciò l’avvio di ogni esperienza religiosa cristiana. Gesù, nell’Ultima Cena, rivolto ai discepoli disse loro: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». È la prima volta nel Vangelo che Gesù chiede ai discepoli di amarlo. Sino ad allora aveva chiesto che amassero il Padre, i poveri, i piccoli, che si amassero a vicenda tra loro. Ora, poco prima di morire, chiede che amino lui. Certo vi è una domanda di affetto; ma l’amore per Gesù non termina a lui, si riversa con abbondanza su di noi. Dice Gesù: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Questa fiammella d’amore che lo Spirito depone nel cuore di ognuno di noi è la forza interiore che ci sostiene nel cammino della vita e ci fa crescere a immagine del Signore Gesù. È l’energia che rigenera il mondo.

giovedì 4 maggio 2017

Quarta Domenica di Pasqua

Dal vangelo di Giovanni 10,1-10
 
“In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro. 

Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
“Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!” (At 2,14). Queste parole risuonano decise anche oggi, alle nostre orecchie. Pietro non scarica le accuse su qualcuno o su qualche gruppo in particolare; non accusa solo i giudei (talora queste parole sono state usate in modo distorto a sostegno dell’avversione verso gli ebrei); l’apostolo accusa tutti, cominciando da sé, e poi gli altri, anche i romani e coloro che erano presenti a Gerusalemme. Nessuno si è opposto all’ingiustizia che si stava perpetrando contro quel giusto. Tutti sono stati corresponsabili, chi per paura, chi per indifferenza, chi per tradimento, chi per distrazione. E, alla fine, per lo stesso motivo: salvare se stessi e restare nella propria tranquillità. L’unico che non ha salvato se stesso è stato Gesù, per questo Dio è intervenuto e lo ha strappato dalla morte. La resurrezione è tutta di Dio. Nostra è invece la responsabilità per la morte di quel giusto; nostra è anche la responsabilità per la morte di tanti giusti ancora nei nostri giorni. Ecco perché – notano gli Atti – gli ascoltatori di Pietro al sentire il Vangelo della resurrezione “si sentirono trafiggere il cuore”. Anche ai loro occhi apparve infatti l’enorme distanza tra l’indifferenza del loro comportamento e l’intervento appassionato di Dio che libera dalla morte Gesù. Prima di quegli ascoltatori, Pietro stesso si era sentito trafiggere il cuore nel petto quando udì il canto del gallo che gli ricordò il tradimento. Ugualmente i due tristi discepoli di Emmaus si sentirono “ardere il cuore nel petto” mentre quello straniero, aggiuntosi nel cammino, spiegava loro le Scritture. Il Vangelo tocca il cuore e lo “riscalda”, ma non quando ci sentiamo buoni, sensibili, religiosi, bensì quando avvertiamo la nostra distanza da Dio, l’unico buono, quando sentiamo il bisogno di aiuto per non soccombere nella nostra debolezza.
In un mondo in cui si è fatto più raro il senso della grandezza di Dio e più frequente invece il senso della buona considerazione di se stessi, l’ascolto del Vangelo ci fa scoprire il nostro vero volto. Ed è proprio la coscienza della debolezza e della cattiveria che ci spinge a chiedere: “Cosa dobbiamo fare?”. Non è una domanda formale; è la disponibilità a cambiare il cuore. Quegli ascoltatori non dicono: “Cosa debbono fare gli altri”, bensì cosa ciascuno di loro deve fare. La risposta è nel Vangelo: seguire Gesù, il pastore buono. Il Vangelo parla di un recinto per le pecore. C’è chi vi entra per vie traverse: costui si insinua come un ladro e un brigante nella notte della paura e della debolezza, per portarsi via il cuore dei discepoli, per fiaccare la loro vita. Può trattarsi di un discorso, di una persona, di un’abitudine o di una qualsiasi altra cosa che però rapina il cuore dei discepoli. C’è invece chi entra nel recinto per la porta: è il pastore delle pecore, il “guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce”.
Nelle prime apparizioni Gesù ha trovato le porte del cuore dei discepoli chiuse per la paura e l’incredulità. Ora la porta si apre, il pastore entra e chiama le sue pecore una per una: è la parola del Risorto che chiama per nome Maria mentre sta piangendo davanti al sepolcro; è la parola che chiama Tommaso perché non sia più incredulo ma credente; è la parola che chiede a Pietro, “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”, per tre volte. È una voce diretta che chiede una risposta altrettanto diretta. Non è una voce estranea. È la voce dell’amico. Essa non conduce in un altro recinto, magari più bello e confortevole; toglie invece ogni recinzione, ogni barriera per porre davanti ai nostri occhi l’orizzonte illimitato dell’amore. Dice Paolo: voi siete liberi da tutto per essere schiavi di una cosa sola, dell’amore. Verso tale amore Gesù ci conduce. Egli cammina innanzi a noi e ci porta verso questo pascolo verde: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Chi lo segue sarà salvo, troverà pascolo e “non soffrirà mai la fame… non soffrirà mai la sete” (Gv 6,35).