giovedì 30 marzo 2017

Quinta Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Giovanni (11,1-45)
Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: “Signore, ecco, il tuo amico è malato”.
All’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. Poi, disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!”. I discepoli gli dissero: “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”.
Gesù rispose: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce”.
Così parlò e poi soggiunse loro: “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Gli dissero allora i discepoli: “Signore, se s’è addormentato, guarirà”. Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!”. Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui!”.
Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era gia da quattro giorni nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà”. Gesù le disse: “Tuo fratello risusciterà”. Gli rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno”. Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”.
Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: “Il Maestro è qui e ti chiama”. Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: “Va al sepolcro per piangere là”. Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: “Dove l’avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Vedi come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?”.
Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, gia manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. E, detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”.
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.
La pagina evangelica che abbiamo ascoltato è tra quelle che mostrano la forza e la grandezza dell’amore di Gesù. Egli si trova lontano dal villaggio dei suoi amici, Marta, Maria e Lazzaro quando gli giunge la notizia della morte dell’amico. Per lui è pericoloso tornare in Giudea a causa delle minacce ricevute, ma decide di andare comunque dall’amico: non può restare lontano dalla sofferenza e dal dramma della vita. Per Gesù, l’amicizia è davvero profonda. C’è sempre. Quante volte invece gli uomini scappano di fronte alla sofferenza degli altri, aggiungendo così al dramma del male l’amarezza della solitudine! Non possiamo non pensare ai tanti uomini e alle tante donne sui quali ancora oggi è posta sopra una pietra pesante. Talora sono popoli interi ad essere oppressi da una fredda e pesante lastra, quella della guerra, della fame, della solitudine, della tristezza, della disgrazia, del pregiudizio, dell’indifferenza. Sono tutte pietre fredde e pesanti che gravano non per caso o per un amaro destino, ma per la volontà cattiva degli uomini; e spesso c’è come una gara crudele a scavarsi la fossa vicendevolmente e a rincorrersi per chiuderla con una lastra pesante.
E i discepoli di Gesù, anche oggi, molto spesso vogliono tenersi lontano, stare a distanza dai tanti Lazzaro sepolti e oppressi. Magari anch’essi come Marta rivolgono a Gesù una sorta di rimprovero: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. È come dire: “Se tu Signore fossi stato vicino, non sarebbero accadute quelle disgrazie”, oppure: “Se tu fossi stato accanto a quel popolo, non sarebbero successi tali stermini”, e così via. Il Vangelo, in verità, ci dice che non è Gesù a stare lontano, ma gli uomini. Anzi, talora si impedisce persino a Gesù di avvicinarsi. Chiediamoci piuttosto: dove siamo noi, mentre milioni di persone muoiono di fame? Dove siamo noi mentre migliaia di persone sono sole e abbandonate negli ospedali? Dove siamo noi mentre vicino e lontano da noi c’è gente che muore senza nessuno, che soffre senza che alcuno se ne accorga? E si potrebbe continuare. Ebbene, vicino a costoro troviamo Gesù.
Solo lui sta lì accanto, e piange su questi suoi amici abbandonati, come pianse su Lazzaro. Accadrà anche a lui tra qualche giorno, quando resterà solo nell’orto del Getsemani e, per l’angoscia, suderà sangue. Gesù sta da solo davanti a Lazzaro, a sperare contro tutto e tutti. Persino le sorelle cercano di dissuaderlo mentre egli vuol far aprire la tomba. “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”, gli dice Marta. Sì, già puzza. Come puzzano i poveri; come puzzano i campi profughi con centinaia di migliaia, talora milioni, di persone; come puzzano tutti coloro sui quali si abbatte la cattiveria degli uomini. Ma Gesù non si ferma. Il suo affetto per Lazzaro è molto più forte della rassegnazione delle sorelle; è molto più saggio della stessa ragionevolezza, della stessa evidenza delle cose. L’amore del Signore non conosce confini, neppure quelli della morte; vuole l’impossibile. Quella tomba, perciò, non è l’abitazione definitiva degli amici di Gesù. Per questo grida: “Lazzaro, vieni fuori!”. L’amico sente la voce di Gesù, appunto, come sta scritto: “Le pecore conoscono la sua voce”, e ancora: il buon pastore “chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori” (Gv 10,3). E già il profeta Ezechiele: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio” (37,1). Lazzaro ascolta, ed esce. Gesù non parla ad un morto, ma ad un vivo, semmai ad uno che dorme, per questo forse grida. E invita gli altri a sciogliere le bende all’amico. Ma sciogliendo Lazzaro “morto”, Gesù in verità scioglie ognuno di noi dal proprio egoismo, dalla propria freddezza, dalla propria indifferenza, dalla morte dei sentimenti. Racconta un’antica tradizione orientale che Lazzaro, una volta risuscitato, non mangiasse altro che dolci. Questo per sottolineare che la vita donata dal Signore è dolce, bella; che i sentimenti che il Signore deposita nel cuore sono forti e teneri, robusti e amorevoli, e sconfiggono ogni amarezza e asprezza. “Io sono la resurrezione e la vita”, disse il Signore. Nel suo Vangelo, nel suo corpo, la vita risorge. “Togliete la pietra”. Gesù apre il luogo della morte, non ha paura della nostra debolezza, del nostro peccato, che fa allontanare uomini tiepidi pronti a scansare le difficoltà e le sofferenze della vita. “Lazzaro, vieni fuori!”. Gesù chiama ogni uomo per nome. Il nome vuol dire tutta la vita di un uomo. Lui la difende dal male. Il suo amore è personale. Oggi l’amicizia di Dio, che vediamo riflessa nell’amicizia che lui genera tra gli uomini, richiama alla gioia i cuori ed un mondo ridotti a sepolcri. Lazzaro anticipa la Pasqua, quando Gesù, amico della sofferenza di ogni uomo, sarà lui travolto dal male. Sapremo noi essere amici suoi e commuoverci per lui? Questa è la scelta della Quaresima.

mercoledì 22 marzo 2017

Quarta Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Giovanni (9,1-41)
Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo”. Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Và a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: “Non è egli quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?”. Alcuni dicevano: “E’ lui”; altri dicevano: “No, ma gli assomiglia”. Ed egli diceva: “Sono io!”. Allora gli chiesero: “Come dunque ti furono aperti gli occhi?”. Egli rispose: “Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista”. Gli dissero: “Dov’è questo tale?”. Rispose: “Non lo so”.
Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: “Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo”. Allora alcuni dei farisei dicevano: “Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. Altri dicevano: “Come può un peccatore compiere tali prodigi?”. E c’era dissenso tra di loro. Allora dissero di nuovo al cieco: “Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?”. Egli rispose: “E’ un profeta!”. Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: “E’ questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?”. I genitori risposero: “Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso”. Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano gia stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: “Ha l’età, chiedetelo a lui!”.
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: “Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”. Quegli rispose: “Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo”. Allora gli dissero di nuovo: “Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?”. Rispose loro: “Ve l’ho gia detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. Allora lo insultarono e gli dissero: “Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia”. Rispose loro quell’uomo: “Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?”. E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”. Egli rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gli disse Gesù: “Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui”. Ed egli disse: “Io credo, Signore!”. E gli si prostrò innanzi. Gesù allora disse: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”. Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”.
“Rallegratevi! Esultate e gioite voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione!”. Così abbiamo recitato all’inizio di questa Santa Liturgia che proprio per questo è chiamata Laetare. Si può essere contenti in Quaresima? A noi, che poniamo la gioia nell’avere tutto, sembra impossibile rallegrarci. Eppure la Liturgia insiste: “Rallegratevi!”. Il Signore infatti non chiede sacrifici, ma misericordia. “Rallegratevi!”, perché il Signore libera dai semi d’inimicizia che ci allontanano dagli altri e rendono triste la vita. È quel che accade a quel cieco di cui ci ha parlato il Vangelo.
Quell’uomo da anni stava seduto a chiedere l’elemosina, da tanti era stato visto e solo qualcuno di tanto in tanto si fermava per gettargli qualche spicciolo per poi continuare oltre sulla propria strada. Gesù invece lo vede e si ferma; non passa oltre. Anche i discepoli si fermano e lo guardano. Ma è uno sguardo diverso da quello di Gesù. Per i discepoli diviene un caso su cui intavolare una disputa, interessati come sono più alle teorie che a quel povero disgraziato. Si potrebbe dire che si tratta di una questione piuttosto importante: “Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Secondo il giudaismo corrente, la disgrazia era effetto del peccato: Dio castigava l’uomo in proporzione alla sua colpa. Questa concezione ha in verità attraversato i secoli ed è entrata a far parte anche della mentalità di molti cristiani sino ai nostri giorni. Non è raro sentir dire da molti cristiani che Dio sta all’origine di questo o quel malanno. E quanta gente, in occasioni di disgrazie, esclama: “Ma che male ho fatto perché il Signore mi punisca in questo modo?”. È una concezione totalmente errata, triste e assolutamente offensiva del Signore; quasi che Egli stia spiando le nostre debolezze per colpirci ancor più.
Gesù, in questa pagina, si scaglia contro tale concezione: “Né lui ha peccato, né i suoi genitori”. Non vuole rispondere alla questione teorica (e certamente drammatica) della presenza del dolore e della malattia in questo mondo. Gesù però vuole mostrare chiaramente qual è l’atteggiamento di Dio di fronte al male. Il Signore non solo non è uno che infligge il male ai suoi figli; su questo è categorico. Ma neppure è indifferente ai drammi e alle malattie che si abbattono su di loro. Egli viene in nostro soccorso per salvarci, e per farci guarire dal male se siamo colpiti. È la vicenda di quel cieco. Mentre i discepoli discutono se quell’uomo sia colpevole o meno, Gesù lo ama, gli si avvicina e lo tocca con tenerezza. La vicinanza affettuosa di Gesù guarisce quell’uomo dalla sua malattia. In quella mano che tocca si compie il mistero dell’amore di Dio. Sì, il mistero non è una realtà incomprensibile. È piuttosto incomprensibile la durezza e la cattiveria degli uomini. Il mistero non è una realtà che non si tocca. È purtroppo vero che spesso gli uomini sono distanti a tal punto da non riuscire né a parlarsi né ad amarsi. Ma quando quella mano si stende e tocca quell’uomo, ecco che si svela il mistero e possiamo comprendere quant’è grande l’amore di Dio per noi.
Gesù non risponde alla domanda astratta su chi è colpevole (“Né lui ha peccato, né i suoi genitori”) ma guarisce quell’uomo, gli ridona la vista perché si manifesti l’opera di Dio, cioè una vita libera dal male. Il Signore non condanna; non si nasconde dietro la fredda giustizia come i farisei; non scarica ad altri ogni responsabilità. Al contrario, si fa carico della debolezza e guarisce: si ferma, parla, stende la sua mano ed invita quel cieco a lavarsi nella piscina di Siloe. Il cieco vi “andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. È una indicazione anche per noi che tanto spesso siamo ciechi anche con gli occhi aperti. Quante volte infatti non vediamo altro che noi stessi? C’è bisogno anche per noi di riacquistare la vista. Come possiamo riacquistarla? Come fece quel cieco: ascoltando la parola di Gesù (il Vangelo) e prendendola sul serio.
Una volta guarito, la gente non credeva che fosse lo stesso mendicante conosciuto da tutti. Sì, per il mondo è impossibile cambiare, essere diversi da come si è. I farisei, addirittura, s’infastidiscono per quel cambiamento. Avrebbero dovuto gioire per un uomo che iniziava a vedere, per qualcuno che ritrovava speranza, sorriso, gioia. Ma erano uomini lontani dalla vita e privi di passione per gli altri. A loro interessava l’apparenza o meglio la conservazione del loro potere. Così lo cacciarono via, indifferenti per la sua gioia, che anzi volevano umiliare. Gli ricordano pesantemente che era nato nel peccato! Per loro il castigo veniva da Dio ed era una condanna. Un cuore freddo, una giustizia senza amore, parole dette senza bontà non cambiano nulla della vita. Occorre volere bene, tendere la mano a chi ha bisogno, fermarsi, parlare. Solo così, incontrando gli altri come Gesù faceva, possiamo aiutare chi non vede a ritrovare la vista. Gesù incontra di nuovo quel cieco. Guarda il suo cuore e cerca in lui un amico, un discepolo. “Credo, Signore!”, disse quell’uomo che era stato cieco. È la professione di fede di un uomo che, amato, riconosce nell’amore il volto di Dio. È la luce di Gesù, luce che vince il male, luce che illumina la vita e la rende eterna.

venerdì 10 marzo 2017

Seconda Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Matteo (17,1-9)
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”.
Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.
Il tempo quaresimale è un tempo opportuno per riconsiderare il nostro rapporto con Dio. È il tempo del ritorno a Dio. La Chiesa ci invita ad alzare gli occhi da noi stessi per dirigerli verso il Signore. È il senso del digiuno, quello del corpo e quello del cuore. Siamo invitati a digiunare dalla nostra sazietà, dalla nostra autoreferenzialità, dal nostro modo rassegnato di vivere. Il digiuno si accompagna a un più robusto e continuato ascolto della Parola di Dio che in questo tempo ci viene offerta con larghezza. Sappiamo bene infatti che ogni volta che dimentichiamo il Vangelo i nostri occhi si appannano, il nostro cuore si indurisce e i nostri passi rallentano. La Quaresima ci ridona gli occhi per vedere il Signore e il cuore per crescere nell’amore. È il Signore stesso che ci viene incontro e ci prende per mano per condurci più in alto, più vicino al cielo. Fece così con Abramo, come abbiamo ascoltato dal libro della Genesi, quando gli indicò un nuovo cammino da intraprendere: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò». Abramo obbedì e si incamminò verso la terra che gli veniva indicata. Non fu per lui un partire senza senso, senza meta. Il Signore gli indicò una meta alta, grande, inimmaginabile per lui. Gli disse: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome… e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Il Signore chiamava Abramo a partecipare al suo grande sogno sul mondo: radunare un popolo grande per testimoniare a tutte le famiglie della terra il suo amore. Era la chiamata a partecipare al disegno stesso di Dio.
È quanto accadde anche quel giorno quando Gesù «prese con sé» Pietro, Giacomo e Giovanni e «li condusse in disparte su un alto monte». Fece questo con quei tre; continua a farlo anche con noi. La santa liturgia, alla quale siamo stati chiamati a partecipare, è quel monte alto a cui il Signore stesso ci conduce. L’evangelista scrive che questo avvenne «sei giorni dopo», come a significare anche questo momento liturgico che accade alla fine della settimana. I «sei giorni», quelli della creazione, sono passati ed è giunto il giorno del riposo. Per sei giorni il Signore ha camminato con i discepoli. Non ha scelto di camminare da solo per le vie del mondo; non ha voluto essere un eroe solitario compiaciuto delle cose che faceva o pieno di sé per i successi che otteneva. Gesù ha scelto di camminare con quel gruppetto di uomini. Sapeva bene che erano deboli, fragili, limitati e limitanti, ma forse proprio per questo quel giorno li prese con sé e li portò su un alto monte. La tradizione spirituale vuole che in questa seconda domenica di Quaresima contempliamo la Trasfigurazione per vedere sin da ora il termine del cammino, la Pasqua, e non rallentare così il cammino di conversione.
Il Signore sa bene che siamo deboli e fragili, e che abbiamo bisogno del suo aiuto, per questo ci svela il suo volto luminoso e trasfigurato. Quante volte dimentichiamo quel volto, quante volte non ascoltiamo quanto esce dalla sua bocca! Gesù, pastore buono, ci fa salire più in alto, per essere più vicini al cielo e vedere meglio il suo volto, il suo sogno, quello di trasfigurare il mondo intero. Ed ecco la santa liturgia divenire, assieme alla preghiera comune, il nostro Tabor, il luogo e il momento della trasfigurazione. Luca, nel brano parallelo, sottolinea che la trasfigurazione avvenne mentre Gesù pregava. Matteo non rileva questa circostanza, ma nei Vangeli è normale notare che Gesù si recava sul monte per pregare, e scrive immediatamente che Gesù, giunto sul monte, «fu trasfigurato davanti a loro»: il suo volto divenne luminoso come la luce del sole e anche le vesti promanavano esse stesse una luce splendente. Non è azzardato pensare che Gesù, ogni volta che si poneva in preghiera, in certo modo si trasfigurava, cambiasse cioè d’aspetto mentre incontrava in maniera così diretta il Padre. Una volta gli apostoli se ne resero conto e fu allora che chiesero a Gesù: «Insegnaci a pregare».
Ogni volta che i discepoli sono alla presenza di Dio e ascoltano la Parola del Figlio, l’amato, avviene la trasfigurazione. Care sorelle e cari fratelli, ogni volta che partecipiamo alla santa liturgia e ascoltiamo la voce del Figlio, l’amato, veniamo trasfigurati anche noi. Il nostro cuore viene modellato su quello del Signore, il nostro volto diviene più simile a quello del Maestro; sono volti più distesi, più gioiosi, più illuminati di festa, più trasparenti di speranza e di fiducia. Anche le vesti mandano una luce nuova; sì, la nostra vita manifesta più chiaramente il Vangelo, rende più evidente la misericordia e l’amore del Signore. Sì, sul monte della preghiera vediamo il volto di Gesù trasfigurato che diviene per noi fonte per la nostra trasfigurazione. Noi dovremmo rifletterlo, senza distorcerlo o annebbiarlo, sul mondo. Quel volto mostra il Signore che non è rassegnato al realismo triste; mostra anzi l’impegno del Padre per trasfigurare la vita nostra e quella dei poveri; manifesta l’impegno per trasfigurare la condizione drammatica dei Paesi schiacciati dalla guerra e dalla fame; mostra la passione per trasfigurare il corpo straziato dalla malattia e per ridare un volto lieto a coloro che seguono Gesù sulla via dell’amore.
Nella liturgia possiamo unirci a Pietro nell’esclamare: «Signore, è bello per noi essere qui!» Sì, è bello essere qui, avvolti dalla luce del Signore, circondati dai canti di festa, ammaestrati dalla sua Parola, nutriti della Santa Eucaristia per essere trasformati in un solo corpo. E anche noi, al termine, ci sentiremo toccati dal Signore: «Alzatevi e non temete». I tre – nota l’evangelista – «non videro nessuno, se non Gesù solo». E compresero meglio che bastava solo Gesù. Poi ripresero il loro cammino scendendo verso la pianura dalle folle stanche e sfinite. Anche noi, al termine, riprendiamo il cammino per comunicare il Vangelo, avendo accanto Gesù consapevoli che solo lui ci basta, solo lui ci trasfigura. Non stacchiamo i nostri occhi da quel volto, per conoscerlo ancor più e amarlo più intensamente. Seguendolo giorno per giorno vedremo il nostro cuore trasfigurarsi e il suo sogno allargarsi sino ai confini del mondo.