lunedì 27 febbraio 2017

Prima Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Matteo (4,1-11)
Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: “Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane”. Ma egli rispose: “Sta scritto: 
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. 
Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: “Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: 
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede”. 
Gesù gli rispose: “Sta scritto anche: 
Non tentare il Signore Dio tuo”. 
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. Ma Gesù gli rispose: “Vattene, satana! Sta scritto: 
Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”. 
Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.
Mercoledì abbiamo iniziato la Quaresima. Sono i quaranta giorni di preparazione per la Pasqua. Per quaranta giorni Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo”. In questo tempo anche noi siamo come condotti nel deserto delle nostre città per lottare contro ogni divisione ed inimicizia. E la lotta inizia dal cuore di ciascuno di noi. È di qui infatti che parte il cambiamento del mondo: dal cuore di ciascuno di noi. Cambiare infatti significa imparare a volere bene da colui che è il maestro dell’amore. La Quaresima è un tempo opportuno per ritrovare il cuore e poter quindi amare come Gesù ha amato. Il Signore ce lo chiede perché sa bene che la felicità e la salvezza dipendono dall’amore. Egli vuole che la nostra vita sia gioiosa, bella, piena di fratelli e di sorelle, non noiosa, indurita o triste, che si esaurisce in sé, che obbedisce alla terribile legge dell’amore per sé. Dobbiamo chiederci se noi non siamo poveri di amore, se non siamo freddi, paurosi, aggressivi, infedeli, incostanti, pieni di rancori, comandati dall’orgoglio istintivo. E dobbiamo interrogarci se il nostro cuore non si riempie troppo facilmente di paure e inimicizie, di diffidenze e ostilità. Vivendo in questo modo ricadiamo immancabilmente nella tristezza di una vita solitudinaria.
L’uomo, ch’era polvere, divenne un essere vivente quando il Signore Iddio – così la Scrittura – soffiò nelle sue narici un alito di vita; e fu lo stesso Signore a collocare l’uomo nel giardino che aveva piantato. Questa era la volontà del Signore sulla vita degli uomini: che tutti abitassero in un giardino fiorito. Ma l’uomo non volle ascoltare la Parola di Dio, preferendo quella subdola ed allettante del serpente. L’uomo perse quel giardino e abitò in un deserto, come ci racconta il libro della Genesi. Il giardino della vita si trasforma in deserto quando l’uomo preferisce ascoltare altre voci rispetto a quella di Dio. Il mondo, le nostre città, i nostri cuori, sono spesso simili al deserto perché preferiamo ascoltare le suggestioni del serpente piuttosto che la Parola di Dio. La conseguenza è trovarsi nudi di affetto, nudi di amicizia, nudi di dignità, nudi di senso della vita. Ed anche gli uni contro gli altri, come fecero Eva e Adamo i quali si accusarono a vicenda perché ciascuno voleva salvare se stesso. Quando non si ascolta il Signore, anche i più intimi diventano nemici tra loro. E la vita diventa un deserto dominato dall’antico tentatore, che continua indisturbato a spingere gli uomini ad ascoltare se stessi più che il Signore, ad accusarsi a vicenda piuttosto che a volersi bene. Insomma, nel deserto di questo mondo la ricerca del proprio interesse diviene la suprema legge.
Gesù è venuto in questo deserto per non abbandonarci, per mostrarci fin dove arriva il suo amore. Qui egli, come noi, si sottomette alle tentazioni. Il Vangelo ne elenca tre, di cui la prima è quella del pane. Essa arriva al momento propizio, quando Gesù, dopo quaranta giorni di digiuno, è stremato dalla fame. Vi possiamo leggere la tentazione di soddisfare solo se stessi, di pensare solo al proprio benessere. Gesù, indebolito dal digiuno, ha motivi più che plausibili per cedere alle insinuazioni del tentatore. Ma risponde con l’unica vera forza dell’uomo, quella della Parola di Dio: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Poi il diavolo porta Gesù sul pinnacolo del tempio e lo sfida: “Buttati giù! Ci saranno certo gli angeli di Dio a proteggerti”. È la tentazione del protagonista che non vede altro che se stesso, e pretende che ogni cosa sia centrata su di lui, che tutti, anche gli angeli, girino attorno a lui. E infine c’è la tentazione del potere: “Tutto può essere tuo”, dice il diavolo a Gesù mentre da un monte gli mostra l’estensione della terra. Ma Gesù proclama la sua libertà dal potere affermando che ci si prostra solo davanti a Dio. “Sta scritto infatti: il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo rendi culto”. Quante volte si è creduto di poter usare le cose, finendone poi schiavi! Nel deserto, dominato dalle parole subdole dell’antico tentatore, Gesù riafferma ogni volta: “Sta scritto…”. È con il Vangelo, continuamente riproposto, che Gesù sconfigge le tentazioni e allontana il diavolo: “Vattene, Satana!”. E quel deserto si trasforma in un giardino di vita. Gesù non è più solo e abbandonato alla fame e all’aridità. Giungono gli angeli, si accostano a lui e lo servono.

venerdì 24 febbraio 2017

Ottava Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo (6,24-34)
Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il
Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.
Gesù dice ai discepoli: «Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?» Sono parole molto chiare che dovrebbero farci riflettere su come la maggioranza di noi pensa alla propria vita, alle preoccupazioni che abbiamo sul nostro presente e sul nostro futuro. Non ci lasciamo prendere dall’angoscia dell’oggi e del domani? Il Vangelo ci invita a guardare gli uccelli del cielo e a stupirci di come essi sono aiutati dal Signore. Ebbene, se è così per gli uccelli del cielo, che senza dubbio contano molto meno delle persone, non varrà tanto più per noi? Eppure noi viviamo preoccupandoci proprio di ciò che nella nostra vita non mancherebbe comunque, anche se noi non ce ne curassimo: «Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Voi, sembra affermare il Vangelo, siete nati per il Signore. Egli lo sa bene; la vostra vita gli sta molto a cuore, più di quanto stia a cuore a voi stessi. Voi siete fatti per lui e per i fratelli. Eppure noi di questa fondamentale verità, che è il senso stesso della vita, ce ne occupiamo davvero poco (tanto meno ce ne preoccupiamo). E se molti restano senza cibo e vestito è perché altri non cercano il regno di Dio e la sua giustizia, bensì solo il proprio tornaconto.
Gesù, all’inizio di questo brano evangelico, chiarisce che nessuno può fare il servo contemporaneamente a due padroni, con un servizio totale, infatti «o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure s’affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». Tornano in mente le parole del Deuteronomio che definiscono il “servizio” all’unico Signore con questi termini: amarlo «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (6,5). E in nome di questa dedizione totale a Dio si contesta l’idolatria, che è appunto “servire” altri dèi, altri signori. È la pretesa di un diritto assoluto da parte di Dio. Non è difficile che questo ci sembri eccessivo. E in base ai nostri calcolati giudizi, alla nostra misurata e accorta gestione dei sentimenti, certamente lo sentiamo tale. È proprio così: Dio è eccessivo. Ma è l’eccesso di amore che rende ragione della sua pretesa. È già ben chiaro nelle parole del profeta Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (49,15). Mai una madre dimentica il proprio figlio piccolo; ebbene, anche se per assurdo una madre operasse così, il Signore non lo farebbe mai. Per questo e solo per questo il salmista dice: «Solo in Dio riposa l’anima mia» (Sal 62[61]).
Questo brano evangelico non è, ovviamente, una sorta di manifesto contro la civiltà del lavoro, o un nostalgico appello alla spensieratezza della vita in una romantica cornice naturistica. Gesù si rivolge ai discepoli per invitarli a vivere con radicalità e integrità il loro rapporto con Dio. Assoggettarsi alla ricchezza (e ognuno ha il suo idolo, “mammona”) comporta una vendita dell’anima al nuovo padrone. Il denaro, il guadagno, la ricchezza sono idoli effimeri, eppure sufficienti per spendere dietro di essi la vita. L’avvertenza di Gesù è saggia e severa: «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Occorre anzitutto cercare il regno di Dio, che è bontà, misericordia, giustizia, fraternità, amicizia. Questo è l’essenziale da cui promana con certezza tutto il resto. La ricchezza ci offre qualcosa, ma non ci dà l’essenziale, e tuttavia è un idolo esigente, che non risparmia. Se cercheremo anzitutto il regno di Dio, il resto ci sarà, per noi e per tanti altri che non hanno neppure il necessario.

venerdì 17 febbraio 2017

Settima Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo (5,38-48)
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimoe odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Le antitesi del discorso del monte toccano anche il noto tema della vendetta e dell’amore per i nemici. Una delle antitesi più note è quella conosciuta con lo slogan “porgere l’altra guancia”. «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra». Gesù si collega all’antica legge del taglione. Questa norma biblica, al contrario di quel che normalmente si pensa, era una disposizione a suo modo benefica; tendeva infatti a mitigare e regolare la vendetta. In antico – e purtroppo talora accade anche oggi – la vendetta era illimitata, implacabile e feroce. E purché raggiungesse la soddisfazione, poteva essere esercitata indifferentemente sia sul colpevole, vero o presunto, sia su un familiare, sia su una persona del suo gruppo. Si presentava senza dubbio come una delle forme più abiette di relazioni umane: come non paragonarla – volendo fare un salto nell’oggi – allo stile della mafia o della camorra? La legge veniva a porre un limite, introducendo il principio della proporzionalità per realizzare la giustizia come reintegrazione del diritto leso. A un danno si dà la riparazione proporzionata: un dente per un dente, un occhio per un occhio, un piede per un piede, e così via. Questa legge era, insomma, un freno all’istinto selvaggio dell’uomo.
Ebbene, anche di fronte a questa legislazione, che pure aveva un suo senso, Gesù sconvolge tutto e presenta una visione totalmente diversa, nuova. Non solo non bisogna vendicarsi, ma neppure opporsi al malvagio. Cosa avviene tra noi? Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra (il manrovescio sulla guancia destra pare fosse considerato nell’ambiente giudaico particolarmente ingiurioso), tu istintivamente, di scatto cioè, reagisci per restituire l’offesa. Gesù ti ferma e ti dice: «No! Porgigli anche l’altra guancia, vedrai che desisterà; e comunque non restituire un altro male; poiché in tal modo il male si allungherebbe all’infinito». L’atteggiamento suggerito si ispira al modello del “servo sofferente” di Isaia che non sottrae la sua faccia agli insulti e agli sputi (Is 50,6). Gesù vuole sconfiggere la mentalità che c’è dietro la norma del diritto alla vendetta. Tale “diritto” risponde in verità a una convinzione tenacemente radicata nel cuore di ognuno di noi: io faccio a te quello che tu fai a me. È una logica perversa che, nella sua fredda equanimità, non ha mai tolto né mai toglierà l’ingiustizia. Infatti, se ripaghi uno con la stessa moneta con cui ti ha pagato, non estirpi la radice dell’inimicizia. Al contrario la radichi ancor più. Il male mantiene tutta la sua forza, anche se lo si distribuisce equamente. Il male – ed è qui la forza di questa pagina evangelica – lo si vince se viene sradicato sin dalla radice, che è nel cuore degli uomini.
Per questo Gesù propone una via di superamento attraverso un atteggiamento di amore sovrabbondante. Il male non lo si vince con altro male, ma con il bene. E Gesù lo mostra con alcuni esempi tratti dalla vita quotidiana. Se hai una lite con uno che vuole toglierti la tunica, cedigli tutto, anche il mantello; e se sei costretto a fare un miglio, fanne spontaneamente due, per pura concessione; e se ti chiedono un prestito, non rifiutare mai di farlo. A tutti noi questi consigli appaiono assolutamente impossibili. Sembra che farsi percuotere l’altra guancia sia una vocazione per masochisti o per spiriti angelici, che guance non hanno. E chi si fa spogliare? Chi accetta di perdere ancora più tempo con chi ti chiede già di perderne un po’? Ancora una volta torna alla mente la solita obiezione: la via del Vangelo non fa per me. Semmai – e questo lo possiamo concedere perché non ci riguarda – è una cosa per persone speciali. No, non è così. Chi prova ad applicare questa pagina evangelica si accorge della ricchezza di umanità racchiusa in tali parole del Signore. Le affermazioni sulla nuova e sovrabbondante giustizia proposteci da Gesù appaiono ancor più confermate se continuiamo la lettura del capitolo quinto del Vangelo di Matteo.
Gesù dice: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici». Con una frase, il profeta di Nazareth cancella dal suo vocabolario, e vorrebbe che fosse cancellata anche da quello dei suoi discepoli, la parola nemico, per far restare solo l’altra, il prossimo. Come dire che per il cristiano non esistono nemici, tutti sono il prossimo. Non c’è dubbio che un Vangelo che chiede di perdonare ogni offesa è un Vangelo strano, diverso dal normale sentire di tutti. Ma se poi pretende che si amino anche i propri nemici, allora sembra diventare davvero troppo strano e impraticabile. Non solo: Gesù aggiunge che bisogna anche pregare per quelli che ci perseguitano. Ce ne darà l’esempio nella confessione: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Nell’Antico Testamento in verità non c’è scritto che bisogna odiare il proprio nemico, anche se il fondamentale dovere dell’amore per il prossimo era ristretto soltanto a chi apparteneva al popolo d’Israele e a coloro che abitavano in Palestina, anche se stranieri. C’è da prendere esempio anche da questa norma veterotestamentaria, vista la durezza e l’inaccoglienza di casa nostra verso gli stranieri. Se bisogna amare persino il nemico, quanto più si deve voler bene a chi è costretto dalla fame o dalla guerra a lasciare la propria casa, la propria famiglia, la propria terra.
Gesù vuole allargare il cuore degli uomini sino agli estremi confini e superare anche quelli che ci rendono nemici l’uno dell’altro. Questo tipo di amore diviene in certo modo il criterio per comprendere il nuovo insegnamento di Gesù. Esso tocca il mistero stesso di Dio, il modo di essere e di agire di Dio. E infatti Gesù parte proprio dall’agire di Dio per spiegare questo suo insegnamento. Iddio – dice Gesù – fa sorgere il sole sopra malvagi e buoni e manda la pioggia su giusti e ingiusti, indipendentemente dai meriti o dai demeriti dei singoli. A tutti egli distribuisce i suoi doni; non fa mancare nulla a nessuno, a qualsiasi nazione, popolo e fede appartenga. Dio, sta scritto, «non fa preferenza di persone» (Rm 2,11). Le distinzioni le facciamo noi. Il Signore non ripaga con il bene i buoni e con il male i malvagi. Su tutti fa sorgere il suo sole. In tal modo rompe la logica dell’amore corporativo e interessato, in favore di un amore gratuito e universale che sa aprirsi agli estranei e ai diversi. Continua Gesù: «Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?» L’invito di Gesù si fa alto: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». La perfezione è legata da Gesù alla carità, all’amore senza confini; e Gesù stesso ce ne ha dato l’esempio. Per questo l’imitazione di Cristo, uomo nuovo, modello di vera umanità, diviene la via semplice che il Vangelo mette alla portata di ognuno di noi.

lunedì 6 febbraio 2017

Sesta Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo (5,17-37)

Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai;chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: "Stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: "Pazzo", sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: "Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio". Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: "Non giurerai il falso, ma adempirai verso ilSignore i tuoi giuramenti". Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no"; il di più viene dal Maligno.

Il brano del Vangelo di Matteo, che ci viene annunciato in questa domenica, continua la lettura del sermone della montagna con la sezione che viene chiamata "Discorso delle antitesi", ove si solleva il decisivo problema del rapporto tra Gesù e la legge, tra il Vangelo e le norme etiche. Con una frase che a guisa di ritornello scandisce i versetti 17-37, sembra che Gesù prenda una drastica posizione contro la Legge: «Avete inteso che fu detto... ma io vi dico...» In verità subito aggiunge: «Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento». Ed è proprio il "compimento" della Legge il cuore di questo brano evangelico. Per Gesù compiere la Legge vuol dire diventare «perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (v. 48). Avendo presente questo esigente obiettivo non fa meraviglia ascoltare l'ammonizione che apre l'odierna pericope: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli». È a dire che essere buoni alla pari dei farisei vale non esserlo per nulla. La giustizia dei farisei viene giudicata da Gesù così poco grande, che nemmeno basta per entrare nella salvezza. È un giudizio durissimo, che non può non stupire se si tiene conto che il fariseismo del tempo agli occhi dei più era cosa assolutamente rispettabile e rispettata.
Eppure la giustizia dei discepoli del Vangelo deve essere superiore, e di molto, a quella dei farisei. Gesù non intende parlare qui di una maggiore quantità di precetti da osservare. In altra parte del Vangelo rimprovera i farisei: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili» (Lc 11,46). Egli parla di una giustizia diversa, una giustizia che non va neppure confusa con quella di cui si tratta sul piano legislativo. La giustizia di cui parla Gesù va collegata all'agire di Dio, il quale non si comporta come un freddo calcolatore che bilancia il dare e l'avere, le colpe e i meriti. Dio agisce con un cuore grande e misericordioso. La giustizia di Dio, potremmo dire, è andare oltre ogni limite, anche quello della legge. Il problema non è nel rapporto tra precetto e osservanza, bensì tra amore e indifferenza, o se si vuole, tra calore e freddezza. Non è in gioco, infatti, la semplice osservanza delle leggi, che è semplicemente una sorta di primo gradino nella scala della convivenza, bensì la vita stessa della comunità.
Il primo tema che Gesù tocca è tratto dal quinto comandamento: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio». Come appare chiaro non si tratta di una nuova casistica (con le altre due scansioni: chi dice stupido e pazzo al proprio fratello) o di una nuova prassi giuridica, magari più severa della precedente, bensì di un nuovo modo di intendere e di praticare il comandamento del "non uccidere". Sono in gioco i rapporti tra di noi e il rapporto con Dio. Essi, vuol dire Gesù, sono a tal punto importanti da decidere del proprio destino definitivo. È un modo diverso per dire che l'amore, tra noi e con Dio, è il compimento della Legge. In tal senso si tratta di passare, anche verbalmente, da un precetto in negativo all'affermazione del primato dell'amore. Suona perciò molto lontano dal Vangelo quel detto popolare che tante volte sentiamo ripetere: «Non ho fatto male a nessuno; mi sento la coscienza a posto». Non è questione di non fare il male, quanto piuttosto di fare il bene. L'amore è la giustizia chiesta ai discepoli del Vangelo.
Gesù giunge a dire: «Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». Non dice "se tu hai qualcosa contro tuo fratello", ma "se lui ha qualcosa contro di te", per indicare che la riconciliazione va fatta anche se la colpa è dell'altro e non nostra. Ebbene, Gesù chiede di interrompere persino l'atto supremo del culto per ristabilire l'armonia del perdono e dell'amicizia. La "misericordia" vale più del "sacrificio". Il culto, inteso come segno della relazione con Dio, non può prescindere da un rapporto umanamente serio e amichevole tra gli uomini. È in questo contesto che va intesa anche l'affermazione seguente: «Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio... chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore».
Viene poi la questione del giuramento: «Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non giurerai il falso... ma io vi dico: non giurate affatto». La proposta evangelica esclude qualsiasi forma di giuramento nella sua duplice valenza, religiosa e sociale. Il giuramento viene visto come un abuso dell'autorità di Dio, chiamato a coprire la deficienza di veracità delle parole e degli impegni umani. Il Signore ha creato l'uomo con la dignità della parola (purtroppo, anche se motivi storici lo hanno sollecitato, la pratica cristiana ha persino istituito canonicamente il giuramento). Gesù dice: «Sia invece il vostro parlare: sì sì, no no; il di più viene dal Maligno». Gesù crede davvero alla parola degli uomini. Così si conclude il brano evangelico di questa domenica. Esso ci riporta al principio della parola evangelica, nella sua novità e nella sua forza. Chi ha mai osato pronunciare parole come queste? L'apostolo Paolo afferma che si tratta di una «sapienza che non è di questo mondo» e aggiunge: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito» (1Cor 2,9-10). È la consegna ai credenti di una nuova "legge", non fatta di norme o di disposizioni giuridiche, ma di un cuore nuovo, di uno spirito nuovo.