venerdì 22 dicembre 2017

Natale, messa all'università Lateranense

Eccellenza, mons. Rettore, cari professori e studenti,
è un momento sempre significativo nella vita della nostra Università ritrovarsi nell’imminenza del Natale del Signore per pregare assieme e per scambiarci gli auguri, prima che ciascuno di noi parta per tornare nei propri luoghi, nelle proprie famiglie, nelle proprie Chiese. E vorrei portare in questa celebrazione – anche se per ora in maniera iniziale – il saluto del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e la Famiglia che, come sapete il Papa ha voluto ridisegnare per una più efficace missione nel mondo. Questa nostra celebrazione si iscrive nel tempo dell’Avvento che vede l’intera Chiesa prepararsi alla nascita del suo Signore, un evento che ha cambiato il corso della storia umana. Ed è bene stringersi assieme perché ciascuno di noi possa comprendere sempre più la centralità del giorno della nascita di Gesù. I nostri antichi – consapevoli di questo – contavano gli anni storia in prima e dopo la nascita di Cristo. Certo, tale consapevolezza si è attutita nelle coscienze degli uomini e delle donne di oggi, anche se in tante parti del mondo si continua questa tradizione. Il Natale, comunque, non ha perso la sua sostanza storica: divide in due la storia, al di là della nostra consapevolezza. Ritrovarci assieme per esserne consapevoli è un dono di cui ringraziamo insieme il Signore.
Il grande poeta teologo della antica Chiesa Sira, San Efrem, cantava il Natale identificandolo a Gesù stesso: “questo giorno – cantava – è simile a Te; è amico degli uomini. Esso ritorna ogni anno; invecchia con i vecchi e si rinnova come il bambino che è nato. Ogni anno ci visita e passa, quindi ritorna pieno di attrattive. Sa che la natura umana non ne potrebbe fare a meno; come Te, esso viene in aiuto degli uomini in pericolo. Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della Tua nascita … Sia dunque anche quest’anno simile a Te, e porti la pace tra cielo e terra”. Queste antiche parole, mentre contestano ogni rassegnazione e chiusura, anche dei credenti, spingono ad andare incontro al Natale, ad accoglierlo come un giorno amico. Come non rendersi conto di quanto ci sia bisogno di giorni amici per i piccoli, per i poveri, per i deboli, per i malati, per coloro che emigrano dalle loro terre, per i tanti popoli ancora segnati dalla guerra e dai conflitti? Quanto c’è bisogno di giorni che siano amici, “amici degli uomini”, amici di un tempo nuovo per questo nostro mondo.
Purtroppo i giorni passati – anche quello di ieri con l’attentato a New York, non sempre sono stati amici e favorevoli agli uomini. Talora, anzi, sono stati bui, e sono ancora bui per tanti. E come saranno i giorni che verranno? Il Natale ci viene incontro perché con la sua amicizia vuole strappare gli uomini e le donne dai giorni tristi e tutti possano sentite la tenerezza che ispira quel Bambino. Non sa parlare, non sa camminare, non sa far neppure rivendicare il diritto ad avere una casa per nascere. Forse, sa solo piangere, per chiedere attenzione, amore, accoglienza, tenerezza. Il Natale vuole commuovere il cuore perché si apra a faccia spazio a chi piange.
La pagina evangelica che abbiamo ascoltato ripete in fondo la scena del Natale: quel figlio – divenuto pastore – esce ancora una volta per farsi vicino a chi ha bisogno, è un Dio in uscita al punto da non trovarlo mai dentro luoghi sicuri e chiusi. Dal giorno della nascita Gesù è in uscita finché l’ultima pecora dell’ovile non sia stata salvata. La parabola del pastore che lascia le novantanove pecore per andare a raccogliere quella perduta non è un episodio isolato. E’ la descrizione della vita della Chiesa e quella di ogni discepolo.
Anche noi, applicandoci alla riflessione sul mistero di Dio, siamo chiamati a riflettere sul mistero del Natale, per trovare le parole più adatte a illuminare la mente e a rinsaldare il cuore nella contemplazione di un Dio che si curva teneramente sulle sue creature smarrite. E se le viene a cercare, di persona. Ed è straordinaria l’immagine del profeta che parla di Dio come di un Padre o di una madre che “porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”. Il Natale è il mistero dell’uscita di Dio che si fa uomo per riportare alla casa del Padre tutti i suoi figli e le sue figlie dispersi. In molti modi, Gesù, ha indicato in questi termini l’unum argumentum della passione di Dio per gli uomini: “Così è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda”. E’ il Vangelo, la buona notizia, della misericordia. Ricordo una delle ultime frasi che mi disse, ero giovane parroco a Santa Maria in Trastevere, un cardinale teologo, Pietro Parente, mentre era sul letto di morte: “Vedi don Vincenzo quella libreria piena dei libri da me scritti. Ho riflettuto ho insegnato e scritto molto su Dio e su Gesù, ma di tutto quello che è scritto lì, una cosa sola conta – si fermò un poco e aggiunse – ‘per fortuna nostra Dio è più misericordioso che giusto’”.
Papa Francesco ricorda ai professori e studenti di una università cattolica: “Vi incoraggio a studiare come nelle varie discipline – la dogmatica, la morale, la spiritualità, il diritto e così via – possa riflettersi la centralità della misericordia. Senza la misericordia la nostra teologia, il nostro diritto, la nostra pastorale corrono il rischio di franare nella meschinità burocratica o nell’ideologia, che di natura sua vuole addomesticare il mistero. Comprendere la teologia è comprendere Dio, che è Amore”. La teologia, con le scienze sacre e umane che formano lo spazio integrale dell’intellectus fidei, si rivolge in primo luogo alle ferite e alle debolezze della mente umana, prodigandosi per la sua guarigione. E per questo frequenta generosamente anche le forme umane del sapere, del pensare e del comprendere, per arricchirle e fecondarle con l’ispirazione che viene dalla profonda meditazione della sapienza dell’amore di Dio.  In questo modo l’intelligenza della fede concorre alla testimonianza della tenerezza di Dio, della misericordia di Dio, per la sua creatura. Dio non vuole essere subito, bensì – per quanto è possibile all’umana creatura – essere amato e compreso, essere ascoltato e ascoltare, stabilire un dialogo ed essere apprezzato. Per questo coloro che piangono, i poveri, i piccoli, sono tra i segni più evidenti della presenza di Dio sulla terra. Il passaggio del Figlio eterno ci spinge a leggere in profondità il suo mistero di amore. Il nostro studio ci aiuti a mettere in bella copia – se così posso dire – il mistero della misericordia di Dio che salva. Il Natale è ci viene incontro perché anche noi, intenerendoci di fronte a quel Bambino che piange, possiamo convertire a lui il nostro cuore e i nostri pensieri.

Messa di Natale all'Istituto Giovanni Paolo II

Cari fratelli, care sorelle,
nell’avvicinarsi del Natale ci ritroviamo assieme attorno all’altare per scambiarci gli auguri. E’ una tradizione bella perché ci aiuta a comprendere ancor più la centralità di quel Bambino anche per questa nostra famiglia del Giovanni Paolo II. Quel Bambino ci unisce perché possiamo vivere sempre più intensamente la dimensione della fraternità anche nella nostra vita di professori e studenti delle questioni del matrimonio e della famiglia. E’ con questo bagaglio che anche noi, come quei pastori di allora, ci incamminiamo verso quel Bambino. Pellegrini davvero. E non semplici commemora tori di un evento lontano che non cambia nulla della vita personale e sociale. Il mistero del Natale del Signore deve trasformare la storia sia nostra che del mondo. Il mistero dell’incarnazione del Verbo riguarda personalmente ciascuno di noi e questo nostro mondo di oggi. Diceva Silesius, un mistico del Seicento: “nascesse Cristo mille volte a Betlemme, ma non nel tuo cuore, saresti perso in eterno”. E’ qui il perché ci ritroviamo, oggi.
Sì, il Natale che viene sarà Natale, solo se quel Bambino nasce nel nostro cuore. Ecco perché il Natale torna. In questi giorni ho meditato un bellissimo canto di Sant’Efrem, il poeta teologo della antica Chiesa Sira. Cantava, rivolgendosi a Gesù: “questo giorno è simile a Te; è amico degli uomini. Esso ritorna ogni anno; invecchia con i vecchi e si rinnova come il bambino che è nato. Ogni anno ci visita e passa, quindi ritorna pieno di attrattive. Sa che la natura umana non ne potrebbe fare a meno; come Te, esso viene in aiuto degli uomini in pericolo. Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della Tua nascita … Sia dunque anche quest’anno simile a Te, e porti la pace tra cielo e terra”. Il Natale chiede a ciascuno di noi di rinascere, di fare spazio alla sua venuta, alla sua parola, alla sua forza di cambiame4nto. Non è scontato tutto ciò. Conosciamo le nostre resistenze, la forza delle nostra abitudini, delle nostre tradizioni, della nostra autoreferenzialità. Non possiamo correre il rischio che egli venga e ci trovi occupati e pieni di noi stessi come quegli abitanti di Betlemme. La nostra società ha reso il Natale un’abitudine. Diceva un vecchio cardinale italiano: Ormai si a Natale si fa festa senza il festeggiato. Abbiamo bisogno di prepararlo.
La Liturgia di oggi ci presenta Giovanni Battista come l’esempio del credente che attende il Natale. Gesù, nei versetti che precedono il brano che abbiamo ascoltato,  presenta il Battista come colui che sa attendere il Signore. Un esempio per i credenti. Il Battista prepara anzitutto se stesso all’incontro con Dio. Lascia la vita molle della città e di chi si rinchiude nei propri comodi o nel proprio egocentrismo, si ritira nel deserto e diviene un uomo spirituale, un credente che si lascia guidare dallo Spirito di Dio non da se stesso. E’ ciò che ogni credente deve vivere. Si tratta di una vera e propria lotta contro se stessi, una lotta fatta di disciplina, di impegno, di perseveranza nella preghiera, di distacco dalle ricchezze, di obbedienza al Signore, di legame del proprio cuore a Dio. E’ questa “violenza” contro se stessi – come ci ricorda il Vangelo – che edifica in noi l’uomo interiore. Uno spirituale com’era il patriarca Atenagora, diceva: “La guerra la faccio a me stesso, per disarmarmi, per vincere il male che è in me. Si tratta della guerra più aspra, quella contro se stessi. Bisogna riuscire a disarmarsi”.
E’ con uno spirito disarmato – questo è il senso del vestire austero – del battista. E così poteva aprire con la sua predicazione una via nel cuore degli uomini della sua generazione. E Gesù può dire di lui che è “il più grande tra i nati di donna”, ossia che è un fratello unico inviatoci perché prepariamo il nostro cuore ad accogliere Gesù come il Salvatore. Dicendo inoltre che il più piccolo nel regno è più grande di Giovanni, Gesù vuole esortare i discepoli – ciascuno di noi – a scoprire la grandezza della vocazione ricevuta dal Signore e che tante volte calpestiamo con la nostra pigrizia e la nostra grettezza, con le nostre abitudini e la nostra avarizia, anche del pensiero e della riflessione. Ma il Signore ha riposto nei suoi discepoli una fiducia straordinaria: “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste” (Gv 14,12). Che ne facciamo di questa fiducia che il Signore ripone in ciascuno di noi per compiere opere persino più grandi di quelle che ha fatto il Signore? Il Natale non deve significare una rinascita sia personale che anche come Istituto?
Certo, dobbiamo ascoltare Isaia che ci ricorda che siamo vermi e larve. Avere consapevolezza di questo fa parte della lotta spirituale contro il proprio orgoglio, contro la presunzione che in ci fa ritenere migliori degli altri. Ma il Signore per bocca del profeta ci dice: “Non temere vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto”. E’ questo il Natale, il Signore che viene in aiuto dei vermiciattoli e delle larve. “Non temere, io ti vengo in aiuto!”, dice il Signore. L’invito si ripete più volte in questa pagina del profeta come a voler vincere la nostra paura di uscire all’aperto e di restare chiusi nella sicurezza delle abitudini egocentriche. Il Signore insiste: “Tu sei il mio servo, ti ho scelto, non ti ho rigettato”. Dobbiamo confidare più in Gesù che in noi stessi e nelle nostre opere. Il Signore è il sostegno del suo popolo, il ristoro per i poveri, il liberatore dei prigionieri. E se è vero che “i miseri e i poveri cercano acqua ma non ce n’è e la loro lingua è riarsa per la sete”, è anche vero che il Signore viene presto in loro aiuto. Il profeta parla del nuovo esodo del popolo d’Israele dall’esilio babilonese: sarà una liberazione ancor più profonda della prima. Infatti, se durante il cammino nel deserto dopo la liberazione dall’Egitto il popolo d’Israele fu dissetato con acqua che scaturì da una roccia, ora il Signore trasformerà l’intero deserto in un “lago di acqua, e la terra arida in una fontana”. Quel bambino che nasce è la nostra forza. Se lo accogliamo diventiamo come quelle trebbie con lame acuminate che tritano monti e colline sino a ridurle in polvere. Quel Bambino ci rende non solo buoni ma anche forti, come diceva Bonoheffer.

venerdì 1 dicembre 2017

Prima Domenica di Avvento

Dal vangelo di Marco (13,33-37)
Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”.
Oggi inizia l’anno liturgico. Non è una replica di una storia già conosciuta. Siamo peraltro tutti analfabeti della vita e di Dio.
Ogni anno è comunque diverso dall’altro. Anche noi non siamo gli stessi. Stare con il Signore non è una ripetizione sempre uguale: lo diventa quando teniamo la nostra vita lontana da Lui o siamo superficiali. Le domeniche ci aiuteranno a capire nell’oggi il mistero della sua presenza tra gli uomini. Come ogni storia di amore, anche quella di Dio con noi ha vari momenti, tutti importanti.
Cercheremo di riviverli assieme, per non invecchiare, per riscoprire, per capire come dei bambini. Il suo amore dona senso e futuro ai nostri giorni. La prima cosa che viene chiesta, a tutti, è di aspettarlo. Dice Gesù: “Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà”. Tutta la nostra vita è un’attesa. Quando non aspettiamo più nessuno, quando il domani sembra non esserci più, ecco che iniziamo un po’ a morire. Quando lasciamo solo qualcuno lo aiutiamo a morire. Qualche volta pensiamo che in fondo gli altri non aspettino niente, che non serva loro nulla, che stiano bene così. Non è vero. Chi aiuta gli uomini a sperare? Chi cerca di capire e rispondere all’attesa dell’altro o di interi popoli segnati dalla guerra e dalla violenza? Chi incoraggia e risponde all’attesa dei giovani? Anche per questo dobbiamo essere “vigilanti”. Il tempo liturgico viene scandito dal tempo di Dio; o meglio, è il tempo di Dio che entra in quello degli uomini. Ed è misurato dal mistero stesso di Gesù: inizia dalla sua nascita, alla predicazione in Galilea e in Giudea sino alla morte, resurrezione e ascensione al cielo. Ogni domenica, da questa prima di Avvento sino alla festa di Cristo Re, la Parola di Dio ci prende per mano, ci sottrae in certo modo alla schiavitù dei nostri ritmi, e ci introduce dentro il mistero di Cristo, per renderci partecipi della sua stessa vita. Con il tempo liturgico riceviamo il grande dono di divenire contemporanei di Gesù. È questa la “forza” delle domeniche, che faceva dire ai primi cristiani: “Per noi è impossibile vivere senza la domenica”.
“Avvento”, lo sappiamo bene, significa “venuta”, ossia la nascita di Gesù in mezzo a noi. E fin dai tempi antichi la Chiesa ha sentito il bisogno di preparare il cuore dei fedeli ad accogliere il Signore. La Liturgia di oggi mette sulle nostre labbra le parole di Isaia: “Perché Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna, per amore dei tuoi servi… Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,17.19). Sì, chiediamo al Signore: “ritorna, Signore, per amore dei tuoi servi”. Ne abbiamo bisogno. Ne ha bisogno il mondo intero. Ne hanno bisogno i paesi più poveri ove milioni e milioni di uomini e di donne muoiono di fame ogni giorno. Ne hanno bisogno le grandi città dei paesi ricchi che emarginano schiere innumerevoli di deboli, di anziani, di malati. Ne hanno bisogno i cuori di tanti perché si allontanino dalla durezza e dalla violenza, si commuovano sui poveri e sui deboli e si adoperino per edificare un nuovo futuro di pace per tutti.
Con il profeta gridiamo ancora: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”. È la nostra preghiera dell’Avvento; è la preghiera universale di questo tempo. L’Avvento irrompe nelle nostre giornate per ricordarci questa invocazione del profeta e per fare nostre le grida dei tanti che aspettano qualcuno che li salvi dalla tristezza della vita. Queste grida, spesso lontane dalle nostre orecchie, sono in realtà la vera nostra coscienza. Esse ci aiutano a comprendere il senso concreto dell’Avvento e ci spingono a non restare addormentati nella nostra ricchezza e nella nostra avara tranquillità. Noi, pur così smaliziati, abbiamo forse smarrito il senso dell’attesa; siamo convinti che non verrà nessuno a salvarci; tanto vale rassegnarci e ciascuno pensi a se stesso. Che triste una società senza Avvento, senza un po’ d’inquietudine! Dio non lascia “avvizzire la nostra vita”; non vuole che vaghiamo come chi cammina senza sapere verso dove; non lascia senza forma l’argilla, la creta della nostra vita. Squarcia i cieli e diventa lui la via per il cielo. Ci fa scoprire il desiderio di cielo, di speranza, che c’è in ognuno di noi e in ogni uomo. E quando aspettiamo qualcuno c’è in noi la speranza, anzi la gioia dell’attesa. E a gioirne per primo è il Signore che ci viene incontro per stare con noi. Egli viene come uno che ci ama. La richiesta dell’Avvento è fare spazio nel nostro cuore al Signore che viene.
Egli si avvicina alla porta del nostro cuore. Dobbiamo vigilare in questo tempo come quando aspettiamo qualcuno che deve tornare a casa e stiamo attenti a sentire il suo rumore, i suoi passi, per potergli aprire subito la porta della casa. “Ecco – dice il Signore, nell’Apocalisse – sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”. L’Avvento ci invita a stare svegli, a non lasciarci sorprendere dal sonno. Svegliamoci dal tepore dolce di chi pensa di stare a posto, perché ha già fatto molto; dal sonno triste del pessimismo, per cui non vale la pena fare nulla; dal sonno agitato e sempre insoddisfatto degli affanni e dell’affermazione di sé. Svegliamoci dal sonno distratto di chi non ascolta più, dal sonno dell’impaziente che vuole tutto e subito, che non sa attendere, che resta deluso e anche addormentato. Diciamo invece al Signore: “Vieni Signore Gesù, vieni presto, dona consolazione e pace. Squarcia i cieli e apri un futuro per chi è schiacciato dal male. Liberaci dall’amore per noi stessi che addormenta il cuore. Insegnaci a stare attenti per riconoscerti e aprirti la porta del cuore, dolce ospite, amico di sempre, speranza nostra”.

martedì 19 settembre 2017

XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo 18,21-35
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.
Pietro chiede al Signore quante volte dovrà perdonare al fratello che pecca contro di lui. Indica una misura generosa, sette volte. Noi non sappiamo perdonare nemmeno una volta. Pietro sceglie di farlo, ma fino ad un certo punto. Vuole un limite per potere accettare più facilmente il sacrificio del perdono. Sì: il perdono è incomprensibile per la nostra giustizia. È ingiusto. Chi mai può meritare il perdono? Gesù non lo condiziona a niente: si perdona e basta. Perché condonare i debiti? Se io perdono oggi l’altro peccherà ancora contro di me o contro gli altri! Che garanzie ho? Facilmente l’avere subito un torto ci fa sentire immediatamente in diritto di essere maestri e giudici degli altri, implacabili difensori della giustizia. Perdonare appare un’evidente debolezza, come se non fossimo capaci di reagire o di ricordare. Pensiamo ci renda vulnerabili, tanto che l’altro se ne può approfittare. Qualche volta perdonare può sembrare complicità con il male o, peggio, indifferenza verso le vittime della colpa, può sembrare tradire il loro stesso dolore. Finiamo per sacrificare amicizie e legami, anche profondissimi, pur di non perdere le nostre ragioni. “Pecca lui ed io debbo perdonare? Perché?”. Nel perdono c’è sempre qualcosa di ingiusto. Come l’amore. Ma cosa cambia il cuore degli uomini e lo libera dal male? L’amore – sapiente, intelligente, forte, appassionato, personale, non superficiale, povero di vita e di cuore – oppure la giustizia? Il perdono non cancella il passato, non è fare finta di nulla. Gesù non chiude gli occhi sul nostro peccato, come un uomo distratto o tanto accondiscendente da non accorgersi di niente. Gesù riconosce il male, lo rifiuta e ci insegna a non accettarlo per la nostra vita, anche nelle cose piccole. Per questo perdona, anche dalla croce. Perdono è non farsi irretire dalla logica del male, con i suoi risentimenti, le sue catene interminabili di una giustizia mai sazia. Perdono è condonare il debito, solo per pietà, non per calcolo. Perdono è camminare un altro miglio con chi ti costringe a farne uno, per scoprire il motivo della sua richiesta, per rispondere alla sua domanda di amore, per cercare la chiave del suo cuore e piegare con la dolcezza la sua ostinazione o il suo malanimo. “Amate i vostri nemici”. Il perdono ridona il futuro, a chi lo riceve e a chi lo da. Un futuro diverso dall’inimicizia, dalla colpa, dal peccato.
Gesù per spiegare la sua risposta a un Pietro probabilmente interdetto, parla di un re che ha dei servi, con cui deve fare i conti. Ne arriva uno con un debito catastrofico: diecimila talenti. La cifra è simbolica (100 miliardi di euro circa). Essa indica l’illimitata fiducia del re che affida tanti beni ai suoi servi. Ma evidenzia anche il rischio grave e irresponsabile che quell’amministratore si è assunto, sapendo bene che si tratta di un debito mai più solvibile. Ed è anche del tutto irreale la richiesta del servo di una proroga di tempo per saldare “tutto” il debito. Il servo descritto da Gesù non è una eccezione, è la norma. Siamo tutti infatti dei dissipatori di beni non nostri. La maggior parte di quello che abbiamo, è frutto di grazia, dei talenti affidatici, non dei nostri meriti o delle nostre capacità. Siamo tutti debitori, come quel servo, ed abbiamo accumulato verso il padrone un debito enorme. Come? Anzitutto credendoci padroni di quello che ci è stato solo affidato. Eppoi con l’attrazione adolescenziale e sconsiderata per il rischio, che finisce per non dare valore a niente. Oppure con l’ubriacatura dell’abbondanza, che porta solo a consumare le cose come una droga, divenendo così succubi del presente e della logica della soddisfazione di sé. E si potrebbe continuare, pensando alle furbizie meschine di ciascuno, ai mille aggiustamenti, al rimandare sempre, al correre dietro a se stessi. Gesù viene a ricordarci che siamo tutti debitori, che ognuno ha accumulato un debito enorme, non misurabile, tanto che solo la grazia, la magnanimità, la compassione del padrone lo può sanare. Se questa coscienza diventa personale e profonda, come accadde a un altro “debitore” del Vangelo qual era il figliol prodigo che “rientrò in se stesso”, ecco che si può trasmettere ad altri la misericordia che viene usata, in un contagio opposto a quello della violenza e del male. Ma se, come per questo servo descritto da Gesù, si ritorna rapidamente prigionieri della stessa mentalità che permette di accumulare un debito enorme, ecco che si guarda con durezza, con atteggiamenti ed esigenze implacabili gli altri che domandano qualcosa. Noi che siamo rapidi a difendere noi stessi, sappiamo però quanto è facile essere esigenti, pignoli, inflessibili, davanti alle richieste degli altri. Quel servo dimentica subito. Non è riconoscente. Pensa che tutto gli è dovuto e vive orgoglioso. Proprio lui, imbroglione, se la prende con gli altri. Non perdona. Non fa agli altri quello che ha voluto fosse fatto a sé. È esigente, inflessibile con quell’altro servo che gli doveva una sciocchezza. Affida tutto alla giustizia, che si rivela spietata. Come facciamo noi, che non diamo mai fiducia all’altro. La vogliamo per noi, ci sentiamo in grado di potere fare una cosa impossibile, ma pensiamo che per gli altri sia diverso e diventiamo giudici severi e intransigenti. “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, insegna Gesù. Quel servo che ha scelto la giustizia senza amore per gli altri viene giudicato anche lui così.
Perdoniamo di cuore! Liberiamoci dalla catena del risentimento! Come Gesù. “Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie; salva dalla fossa la tua vita. Ricorda che siamo polvere. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. Come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe” (Sal 103). Perché la giustizia di Dio è l’amore. Lasciamoci amare e impariamo ad essere misericordiosi. Così troviamo la nostra beatitudine e liberiamo il mondo dal male.

giovedì 7 settembre 2017

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo 18,15-20
Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro".

venerdì 1 settembre 2017

XXII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo 16,21-27
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: "Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai". Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: "Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.

mercoledì 23 agosto 2017

XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo 18,21-35
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?". E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

XXI Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo 16,13-20
Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: "La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". Risposero: "Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti". Disse loro: "Ma voi, chi dite che io sia?". Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". E Gesù gli disse: "Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli". Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Il brano evangelico che abbiamo ascoltato è noto come "il testo del primato di Pietro". È un brano tuttavia che va anche oltre i dibattiti sul "primato" di Pietro e interpella la fede di ciascun credente. Gli stessi padri della Chiesa, che non avevano le preoccupazioni circa il primato del papa, hanno dato a queste parole evangeliche una interpretazione più spirituale e più legata alla vita ordinaria del cristiano. Per comprendere bene tale episodio è necessario anzitutto inserirlo nella nuova situazione in cui Gesù si è venuto a trovare (in questo ci aiuta il brano parallelo di Mc 8,27-30). Dopo la sua predicazione in Galilea, Gesù si ritrova praticamente solo. Aveva cercato di fare delle folle che lo seguivano il "nuovo popolo" di Dio, ma ha dovuto constatare una prima sconfitta: tutti lo hanno abbandonato. Si ritrova solo, con quel piccolo gruppetto di discepoli. Sembrano fedeli, è vero; ma resisteranno sino alla fine? Accetteranno un Messia crocifisso? Questi e altri analoghi interrogativi affollano la mente di Gesù. Raduna perciò quel piccolo gruppo in un luogo appartato, nella regione di Cesarea di Filippo, e chiede loro cosa pensi la gente di lui. Vi era in effetti una grande attesa tra la gente riguardo alla venuta del Messia, ma altrettanto vasta era l'incertezza sulla sua figura e sul suo compito.
In genere tuttavia si era d'accordo nel ritenere il Messia un uomo potente politicamente e militarmente. In ogni caso, l'animo della folla era surriscaldato riguardo a tale argomento, tanto da poter parlare di una sorta di febbre messianica tra la gente. C'era stato già qualcuno che si era presentato come Messia e aveva sollevato gruppi armati, che furono prontamente repressi dall'autorità romana. Le risposte dei discepoli alla domanda di Gesù riflettono l'incertezza generale: c'era chi vedeva in lui il Battista redivivo, chi pensava fosse Elia, chi Geremia o qualcuno dei profeti. Tutti comunque lo guardavano come un grande profeta, ma non come colui nel quale è Dio stesso che parla e agisce. Tuttavia, la vera intenzione di Gesù era quella di conoscere quale fosse il loro pensiero a suo riguardo: «Ma voi, chi dite che io sia?» Pietro, a nome di tutti ("corifeo" lo chiama la Chiesa d'Oriente), risponde con la professione di fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli risponde: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Pietro ha ricevuto la rivelazione di Dio. Egli fa parte di quel gruppo di «piccoli» ai quali è stato rivelato il mistero nascosto sin dalla fondazione del mondo (Mt 11,25-26). Egli, come scrive Paolo, ha potuto gustare la «profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio» (Rm 11,33). E poi Gesù gli dona un nuovo nome: «Simone, ti chiamerai Kefa» (Petros in greco). Ricevere un nuovo nome significa ricevere una nuova vocazione, iniziare una nuova storia. Il nuovo nome che Gesù dà a Simone, richiama l'idea della costruzione. È vero che «la pietra» è certamente solo Gesù; e su di lui, «pietra angolare», si costruisce la casa. Ma Pietro diviene il prototipo dei discepoli, esempio per i credenti di ogni luogo e di ogni tempo: tutti cioè dobbiamo partecipare alla sua fede. Egli stesso ce lo suggerisce quando scrive: «Avvicinandovi a lui, pietra viva... quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale» (1Pt 2,4-5). Ogni credente deve partecipare al nome, alla storia, alla vocazione di Pietro per la costruzione dell'edificio spirituale. In questo impegno di costruzione, tutti, ciascuno a suo modo si potrebbe dire, riceviamo il "potere delle chiavi", ossia il potere di "sciogliere" e di "legare". Come scrive anche il profeta Isaia a proposito dell'eletto di Dio, Eliakim: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire» (22,22). Si tratta di un potere reale. Ma cosa vuol dire, sciogliere e legare? Sciogliere significa slegare le funi che ci tengono legati al nostro egoismo, che ci bloccano saldamente sulla sponda dell'amore per noi stessi, che ci costringono inesorabilmente ad essere soggetti agli egoismi personali o di gruppo, di clan, di etnia, di nazione. Sono legami che rendono schiavi e violenti. È urgente scioglierli e prendere il largo verso il regno di Dio, ove l'amicizia, la solidarietà, il servizio vicendevole sono la nuova legge. Questi sono i "legami" da realizzare. Ebbene, dice Gesù, tali legami realizzati sulla terra saranno confermati nel cielo. Non saranno cioè intaccati e resteranno saldi anche oltre la morte. È davvero una grande consolazione sapere che tutto ciò che legheremo sulla terra sarà legato anche nei cieli, ossia per sempre. È come dire che quel che conta nella vita è l'amore; quel che resta è, appunto, l'amicizia che leghiamo tra noi e con tutti. È su «questa pietra», su pietre di questa qualità, che Gesù costruisce la sua Chiesa e il mondo nuovo.

mercoledì 16 agosto 2017

XX Domenica del Tempo Ordinario

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

51Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. 52D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
«Deposto tutto ciò che è di peso… corriamo… tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede» (Eb 12,1). Queste parole della lettera agli Ebrei sono un invito per tutti noi a vivere la santa liturgia del giorno del Signore come un grande dono. Ogni liturgia non è altro che la grazia di alzare lo sguardo da se stessi, per rivolgerlo verso Gesù. Il volto che ogni domenica contempliamo è quello del­l’amico che ci ha voluto bene, che ha portato persino la croce perché noi potessimo continuare il nostro cammino verso la salvezza, senza stancarci, senza perderci dietro noi stessi e le nostre fantasie.
Sappiamo bene quanto è facile stancarsi e perdersi nel cammino. Il Signore ci viene incontro e continua a radunarci e a parlarci. Vuole trasmetterci l’urgenza di annunciare al mondo l’imminenza del regno di Dio. Sin dall’inizio della sua predicazione diceva: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (cfr. Mc 1,15); e lo gridava sulle strade e nelle piazze delle città ove si recava. Eppure questa urgenza di Gesù tante volte è frenata, oscurata, persino soffocata. È soffocata dalle numerose situazioni di violenza e dalle tante guerre che colpiscono la vita degli uomini, generando tristezza e morte. Ma talora sono gli stessi discepoli a soffocarla. Questo accade ogni volta che ci sottraiamo all’invito del Signore per seguire le nostre urgenze, per lasciarci trasportare dai nostri ritmi, dalle nostre abitudini, dalle nostre preoccupazioni.
Viene però il Signore per comunicarci ancora una volta l’urgenza dell’annuncio del regno: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). È il fuoco dell’amore di Dio che brucia anzitutto nel cuore stesso di Gesù e che si intravede almeno un poco nelle parole che rivolge ai discepoli: «E come vorrei che fosse già acceso!». È un desiderio struggente, quasi angosciato: «Come vorrei che fosse già acceso!». L’urgenza evangelica è lasciarsi coinvolgere da questa passione; è lasciarsi bruciare da questo ardente desiderio di Gesù. Quanto sono meschine le nostre passioni! Quanto piene di avarizia le nostre angosce!
Oggi, giorno del Signore, veniamo liberati dalle piccole ma resistenti angustie della nostra vita, per ricevere il cuore stesso del Vangelo. Un cuore dolce e sconvolgente, pieno di amore e per questo esigente. Gesù stesso ne spiega il senso: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la di­visione…» (v. 51). Sono parole che noi difficilmente avremmo posto in bocca a Gesù. Ma il Vangelo è diverso da noi e dal mondo; diverso dalla pace avara del ricco epulone che non vedeva neppure il povero Lazzaro affamato davanti alla sua porta; diverso dalla pace egoista del proprio dovere come il sacerdote e il levita, i quali, pur vedendo l’uomo mezzo morto lungo la strada, passano oltre. La pace vera è tutt’altro che tranquillità avara. Il Signore, solo dopo la risurrezione, solo dopo aver vissuto il dramma della passione che fu tutt’altro che pace e tranquillità, disse ai discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27). La pace del Signore consiste nel fare la volontà di Dio.
La pace è il Vangelo. E il vangelo divide; ha diviso, in certo modo, la stessa vita di Gesù, quando appena ragazzo lasciò la mamma e il papà: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Le 2,49) rispose ai genitori che angosciati lo stavano «giustamente» rimproverando. Il vangelo lo divise dalla periferica Nazaret per recarsi nel deserto di Giovanni Battista; lo divise dai discepoli a Cafarnao nel discorso del pane, quando rivolto ai Dodici disse: «Volete andarvene anche voi?»; lo divise da Pietro: «Vattene, lontano da me, satana»; lo divise dagli ‘scribi e farisei… Il vangelo lo divise nell’agonia al Getsemani: «Non la mia, ma la tua volontà sia fatta». Gesù insegna per primo che la pace sta nell’ascolto del vangelo e nel metterlo in pratica. Il vangelo è la nostra pace e la nostra felicità.

CELEBRATION FOR 100 YEARS OF OSCAR ROMERO

Your Excellency,
Dear sisters. Dear brothers,
We are gathered today around the altar of the Lord to commemorate the centenary of the birth of Blessed Oscar Arnulfo Romero.  Today, all of us here, together with others in El Salvador and in other parts of the world, remember this shepherd for his Gospel witness that brings light to believers and non-believers alike.  On that long ago August 15, 1917, God chose the child born that day for a great mission:  to prepare the hearts of his fellow countrymen to welcome the Gospel of his Son.  As often happens with prophets, Romero paid with life.  His birth, his life, and especially his death were all focused on Jesus.  He made his own the words that Paul wrote to the Romans: “What will separate us from the love of Christ?  Will anguish, or distress, or persecution, or famine, or nakedness, or peril, or the sword?…For I am convinced that neither neither death, nor life … nor other creature will be able to separate us from the love of God…. ” (Rm 8:35, 39). The last years of his pastoral life were guided by those exact words.  Pope Francis has made it clear that Romero was persecuted even after his death with the opposition to his beatification that many persons mounted.  But when May 25 last year finally came, more than sixty thousand people gathered around the altar to thank the Lord for sending this shepherd.  And I’ll never forget the emotion of that day.  At his tomb, many, just as when he was alive, spoke to him because they felt he was still with them!
Today, on the centenary of his birth, we remember him yet.  And we do so beginning with the day he entered Heaven.  It was on March 24, 1980, that he was assassinated at the altar just after his homily nd while he was preparing the gifts at the Offertory.  They silenced him with a single shot to the heart, but now he speaks to us even more clearly.  His death is written in the heart of the Twentieth Century Church.  In ages past, only two other bishops met the same fate:  St. Stanislaus, Bishop of Kraków, and St. Thomas à Becket, Archbishop of Canterbury.
I myself remember the emotion of St. John Paul II when he heard that Romero had been assassinated.  And when, at the Celebration for New Martyrs during the Great Jubilee of the Year Two Thousand, he saw that Romero’s name had been left out—that’s how strong Curia opposition was—the Pope added it, writing that Romero was an example of the Shepherd who lays down his life for his flock.  And today, Romero’s death continues to speak to us in the martyrdoms of the many priests in the Middle East who have been assassinated while celebrating Sunday Mass.  Romero was the first in this long line heros who died for Christ in the Twentieth Century, in the New Millennium.  And with him, let us remember all the Christians who continue to bear witness to the Gospel even unto the shedding of their blood.
Keeping alive the memory of Romero is a noble task, and my great hope is that Pope Francis will soon canonize him—a Saint!  Over the years, we insisted on Romero being recognized as a martyr.  The essence of his holiness was his following the Lord by giving himself completely for his people.  But let’s be realistic, Romero was not a Superman. He was afraid of dying, and he confessed that to his friends on a number of occasions.  But he loved Jesus and his flock more than he loved life.  This is the meaning of martyrdom.  Love for Jesus and the poor is greater than love for oneself.  This is the power of Romero’s message.  A simple believer, if overwhelmed by love, becomes strong, unbeatable.  Several times, to shut him up, he was threatened with death, but Romero, following the Good Shepherd who gave His life for His sheep, would not shut up; and when he was advised, even by Rome, to leave the country because the threats had become more direct, he replied: “The shepherd never leaves his sheep, especially not when then they are in danger.”
And today Romero repeats in Heaven the prayer of Jesus at the Last Supper: “When I was with them, I protected them in your name … and guarded them…” (Jn 17:12)  Romero died to save his people, to save them from the violence of injustice.  I believe that the verse I just quoted was one that Romero often meditated on, just as he meditated on other passages that speak of giving one’s life to protect the flock, and before he preached this message to others, he preached it to himself, and he chose to be like Jesus, giving his life for his flock.  For this reason, he could not, just to save himself, keep silent in the face of the injustices suffered by the powerless.   He began to denounce them publicly.  He did not shirk before the forces of power, and he found his power in the love that Christ has for the poor.  It was the Gospel that led him, it was the Magisterium of Vatican II and of the Latin American Church with its preferential option for the poor.  Those who were oppressing the poor did not like the Church that Romero exemplified.  Indeed, they believed it to be a politicized Church.  Romero chose to be faithful to the Church presented by the Council.  He became a forceful witness of its love for the poor, and he gave his life at the altar in union with Christ Himself—victim and priest at the same time.  A nun who was at that Mass and who saw Romero die before he raised the bread and wine to Heaven, told me, “that day I thought Romero was, like Jesus, both victim and priest.”
The Martyr’s death that Romero suffered is his most precious gift to us.  That gift is especially precious in our days, and the people know it.  That’s why his testimony continues to be welcomed all over the world.  Yes, dear sisters and dear brothers, in a world where self-love and self preservation are supreme values, where we protect ourselves from others by raising building walls and barriers both in our hearts and in our relationships, Romero’s example is a shining beacon, a light that delivers individuals and peoples from the darkness of egoism.  Romero is speaking to us, and I can hear the echo of his last Sunday homily: “In the name of God, and in the name of this suffering people, I beg you, I beseech you; I order you in the name of God—stop the repression.”  There is too much violence in the world, there is so much violence in El Salvador, where gangs continue to bloody the country.  There is violence in too many countries in the world; too many wars; Hunger is too widespread and there is too much injustice to number.  Ours is a world of indifference that lets evil reap its harvest of innocent souls, young and old..  There is too much terrorist violence that sows death and fear.  Today, Romero asks the whole world to stop the violence, stop the killing.
Dear sisters and dear brothers, we need a real conversion away from fear, indifference, superficiality, just as Archbishop Romero was converted when he lived through the death of Father Rutilio Grande with his two peasant friends.  Romero became a defender of the poor, and we too are asked to leave behind a Christianity that is just habit and self-reference. Today, in our own world, we need a Gospel Christianity that knows how to witness love for everyone, especially for the poor, a Christianity that inspires us to give our life for others.  Romero did not think of himself, did not defend himself, did not spare himself.  Romero followed Jesus who gave his life for others. This was his witness.  He witnessed a Gospel and a Church that “goes out” to save everyone, no one excluded.  It is the Church of the Second Vatican Council that Blessed Paul VI compared to the Good Samaritan who bends down before the hurts of today’s humanity.  Romero is a martyr who exemplifies the Church that Vatican II wanted—a martyr of the Church of Vatican II.  And Pope Francis is not just a defender of that Church.  With Romero in the Heaven and with Francis on the Throne of Peter, the Church goes out of itself and becomes a Good Samaritan in the world.  We needed a Latin American Pope before Romero could be raised to the honors of the altar.  I remember the  words that Pope Francis said to me when we met on the first day of his Papal Ministry, March 19, 2013. He asked: “How is the cause of beatification of Archbishop Romero doing? ”
Romero believed in the missionary power of the Council.  In a homily at the funeral of a priest killed by death squads, he said that Vatican Council II calls on all Christians today to be martyrs, that is, to give their lives to Jesus and the poor. “Some, he said, the Lord asks to shed their blood, as He did to this priest, but he asks all to give their life for others, to be martyrs.” He gave another example, that of a mother who conceives a child, carries it in her womb, gives it birth, nourishes it, cares for it.  Romero said, “This mother is a martyr because she is giving her life for her child..”  Dear sisters and dear brothers, martyrdom—giving one’s life—is the only way to follow the Gospel in our time.  We can not be disciples who act only out of habit and are thinking only of ourselves.  That is not Gospel joy.  Romero reminds us of the teaching of Jesus that was quoted by the Apostle Paul: “There is more joy in giving than in receiving” (Acts 20:35).  Indeed, martyrdom, giving one’s life for others, is the only way to follow Jesus and the only way to be truly blessed.

mercoledì 9 agosto 2017

XIX Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca 12,32-48
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno.
Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”.
Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno.
Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”.
Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

lunedì 31 luglio 2017

XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (12,13-21)
Uno della folla gli disse: “Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. E disse loro: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni”.
Disse poi una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”.
In queste domeniche, che man mano hanno visto non pochi di noi uscire dalle città per le vacanze, il Vangelo di Luca, settimanalmente, ci ha come coinvolti dentro un altro viaggio, quello di Gesù. Con lui abbiamo attraversato città e villaggi, abbiamo visto l’elogio del centurione pagano che con passione prega per la guarigione del suo servo (non si tratta del figlio o di un familiare, ma – è qui la consolante stranezza – di un servo!); subito dopo ci è apparsa la compassione di Gesù per la vedova che portava al cimitero il suo unico figlio e glielo restituisce vivo. Eppoi la lode dell’amore di quella nota prostituta che non cessa di baciare e profumare i piedi di Gesù, con grande scandalo di tutti.
Viene quindi il momento nel quale Gesù confida ai suoi amici che sarà messo a morte, ma risorgerà. È l’orizzonte finale presente già all’inizio del suo cammino verso Gerusalemme. Un orizzonte segnato dal dramma: ma Gesù non fugge. Sentiamo anzi l’evangelista dire che “si diresse decisamente” verso la città santa. È il cammino indicato ad ogni discepolo: un cammino di pace, ma anche di lotta; una strada ove sconfiggere la solitudine, ove soccorrere chi è lasciato mezzo morto lungo la strada, ove fermarsi come Maria, la sorella di Marta e di Lazzaro, ai piedi di Gesù. Ma egli ci rende partecipi della sua figliolanza al punto da sconvolgere la tradizione di pietà ebraica e ci fa chiamare Dio con il nome di Padre. È bene ripercorrere, seppure con brevissimi cenni, i brani evangelici proposti in queste ultime domeniche: fare memoria significa voler bene e comprendere la saggezza che c’è nel seguire Gesù. Il Vangelo di questa diciottesima domenica ci fa piombare dentro uno dei nodi della vita quotidiana. Si apre con la domanda di due fratelli che chiedono a Gesù di intervenire per una questione di eredità. In effetti quanti parenti, di fronte ai testamenti, si guardano con ostilità, pronti a prevaricare l’uno sull’altro per accaparrarsi la parte migliore! Gesù rifiuta di intervenire a questo livello. Egli non è maestro di spartizioni. Egli interviene sui cuori non sull’eredità. Per quei due fratelli il vero problema non è nelle cose, ma nei loro cuori pieni di cupidigia. Gesù, rivolgendosi a tutti, dice: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”. Come dire che la tranquillità non dipende dai beni, anche se consistenti. Gesù non vuole disprezzare i beni della terra; sa bene quanto sono utili.
Ma chi poggia la ricerca della felicità solo su di essi, sbaglia di grosso; investe falsamente. La parabola che segue ne è l’illustrazione. Il protagonista è un ricco proprietario al quale gli affari sono andati benissimo. Deve persino costruire altri fabbricati per mettervi l’ingente raccolto. Il problema non è nella produzione della ricchezza, ovviamente, ma nel comportamento del proprietario. Per lui l’accumulo dei beni per sé – e al massimo per la sua famiglia equivale alla tranquillità e alla felicità. Ma c’è una stoltezza nei suoi calcoli; ha fatto tutti i conti, ma ha omesso quello più importante, l’ora della morte. Ha pensato ai suoi giorni, ma non all’ultimo. E tutti sappiamo bene che con la morte non ci porteremo nulla dietro, se non l’amore e il bene che abbiamo fatto. Dice l’apostolo Paolo, nella Lettera ai Colossesi: “Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (3,2). Le cose di lassù non sono quelle astratte, sono l’amore e le opere buone che facciamo sulla terra. Queste sono le vere ricchezze che non saranno né consumate né toccate. I beni della terra possono essere utili per il cielo se sono sottomessi all’amore e alla compassione. Se i nostri beni sono a disposizione dei poveri e dei deboli, essi diventeranno ricchezza vera per il cielo. Si potrebbe dire che dare i beni ai poveri significa metterli in banca al massimo d’interesse. Chi accumula, non per sé ma per gli altri, arricchisce davanti a Dio, assicura Gesù. Nel nostro mondo, ove accumulare per sé sembra divenuta l’unica vera regola di vita, questo Vangelo suona di scandalo. In verità è la via più saggia per superare divisioni e scontri, e per costruire una vita più solidale e più felice.

mercoledì 26 luglio 2017

XVII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo (13,44-52)
Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”. Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.
Con il Vangelo di questa domenica si chiude la raccolta delle parabole riportate da Matteo nel capitolo 13. L’evangelista, si potrebbe dire, vuol fare il punto della situazione dopo il durissimo confronto di Gesù con il giudaismo (11 e 12) e prima che venga consumata la rottura con il rifiuto nella “sua patria”, che chiude appunto il capitolo 13. Le tre parabole del brano odierno (13,44-52) si pongono come un pressante invito agli ascoltatori perché scelgano di aderire al mistero del regno dei cieli, realtà molto preziosa. Gesù lo paragona a un vero e proprio tesoro, a una perla rarissima. Le immagini delle parabole sono prese dalla tradizione veterotestamentaria. Il libro della Sapienza scrive: la sapienza «è infatti un tesoro inesauribile per gli uomini; chi lo possiede ottiene l’amicizia con Dio» (7,14). E nel libro dei Proverbi si legge: «Se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, se la ricercherai come l’argento, e per averla scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore» (2,3-5). Le prime due parabole, pur richiamando la tradizione sapienziale, sottolineano non la scoperta del tesoro e la ricerca della perla preziosa quanto la decisione del contadino e del mercante di vendere ogni cosa per puntare tutto su quello che hanno scoperto. Nel primo caso si tratta di un contadino che casualmente si imbatte in un tesoro nascosto nel campo dov’egli sta lavorando. Non essendo il campo di sua proprietà, deve acquistarlo se vuole entrare in possesso del tesoro. Di qui la decisione di rischiare tutti i suoi averi per non perdere quella occasione davvero eccezionale. Il protagonista della seconda parabola è un ricco trafficante di preziosi che da esperto conoscitore ha individuato nel bazar una perla di raro valore. Anche lui decide di puntare tutto su quella perla, al punto da vendere tutte le altre. Di fronte a queste scoperte, per ambedue inaspettate, la scelta è chiara e decisa. Certamente si tratta di vendere tutto quello che si possiede, ma l’acquisto è impareggiabile. Si chiede un “sacrificio”, come ad esempio suggerisce il Vangelo nell’episodio del giovane ricco, ma il guadagno è enormemente superiore. Il «regno dei cieli» vale questo sacrificio. Del resto quante altre volte siamo pronti a vendere tutto, anche l’anima, pur di possedere quello che ci interessa! Il problema è se davvero ci interessa il Signore e la sua amicizia, e se riusciamo a comprendere la gioia e la pienezza di vita che ci viene “inaspettatamente” presentata, come inaspettatamente si presentarono il tesoro a quel contadino e la perla a quel mercante. È splendido il commento di Giovanni Crisostomo a questo brano evangelico: «Con queste due parabole noi apprendiamo non solo che è necessario spogliarci di tutte le altre cose per abbracciare il Vangelo, ma che dobbiamo fare questo con gioia. Chi rinunzia a quanto possiede, deve essere persuaso che questo è un affare, non una perdita… Coloro infatti che possiedono il Vangelo sanno di essere ricchi». La ricchezza per il discepolo non consiste nel possesso delle cose ma nell’essere amico di Dio. È quanto ci suggerisce la scelta del giovane Salomone, riportata nella prima lettura (1Re 3,5.7-12). Al momento di assumere la massima responsabilità di fronte al popolo, egli chiede a Dio non una lunga vita‚ le ricchezze di questo mondo, ma un cuore docile alla sua volontà, «perché sappia rendere giustizia al popolo e sappia distinguere il bene dal male». L’ultima parabola prende lo spunto dalla pesca: la cattura dei pesci e la loro cernita sulle rive del lago. Riecheggia la parabola della zizzania: il bene e il male sono mescolati finché dura il corso di questo mondo; solo alla fine Dio separerà il male dal bene. Sarà una divisione che riguarderà ciascuno di noi, perché nessuno può dirsi esente dal peccato. Quel che conta non è vantarsi della propria giustizia, ma dell’amicizia di Dio che si avvicina non ai sani ma ai malati, che va in cerca non dei giusti ma dei peccatori. Far crescere dentro e attorno a noi l’amicizia di Dio è la grande scelta che ci chiede la pagina evangelica: è il tesoro per cui vale la pena vendere tutto.

lunedì 17 luglio 2017

XVI Domenica del Tempo Ordinario

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Anche in questa domenica il Signore ci ha raccolti per condurci con lui verso Gerusalemme. È un viaggio diverso dainostri.

mercoledì 12 luglio 2017

XV Domenica del Tempo Ordinario

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre.

martedì 4 luglio 2017

XIV Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo (11,25-30)
In quel tempo Gesù disse: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.
Il Vangelo di questa domenica ci richiama alla discepolanza che ogni credente deve vivere. È chiaramente espressa nella preghiera di Gesù al Padre: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (v. 25). Con queste parole Gesù benedice e ringrazia il Padre perché ha fatto conoscere il Vangelo del regno ai «piccoli». Che questa sia la volontà di Dio, Gesù se ne rende conto guardando quel gruppetto di uomini e di donne che lo seguono. Tra di loro non ci sono molti potenti e intelligenti; sono per lo più pescatori, impiegati di basso livello o comunque persone di ceto non elevato. Se qualche personaggio di rilievo si è avvicinato a Gesù (pensiamo al saggio Nicodemo), si è sentito dire che doveva “rinascere di nuovo”, tornare ad essere “piccolo”, altrimenti non sarebbe potuto entrare nel regno dei cieli. Solo ai «piccoli», infatti, appartiene il regno.
“Piccolo” è chi riconosce il proprio limite e la propria fragilità, chi sente il bisogno di Dio, lo cerca e si affida a lui. Il testo evangelico, pertanto, quando parla con tono dispregiativo dei «sapienti e dotti» non si riferisce a coloro che con fatica ricercano la verità e il miglioramento della vita personale e collettiva. Tutt’altro. Intende piuttosto quell’atteggiamento che trova il suo prototipo negli scribi e nei farisei. Costoro si sentono a posto davanti a Dio, ricchi delle proprie buone opere; si ritengono a tal punto conoscitori delle cose di Dio da non avere il minimo di inquietudine; sono così sazi di se stessi che non sentono il bisogno di stendere la mano per chiedere aiuto a Dio. Questa autosufficienza, inoltre, non è affatto neutra, si accompagna al disprezzo per gli altri, come Gesù stesso ci mostra nella parabola del fariseo e del pubblicano: il primo prega in piedi davanti all’altare mentre il secondo, prostrato, in fondo, si batte il petto, pentito. Eppure, aggiunge Gesù, è proprio quest’ultimo ad essere giustificato. È a uomini come questi che Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro».
Il Signore, come un amico buono, chiama a sé tutti coloro che sono affaticati e appesantiti dalla vita: da quel pubblicano al piccolo gruppo di uomini e donne che lo seguono, sino alle folle prive di speranza, oppresse dallo strapotere dei ricchi, colpite dalla violenza della guerra, della fame, dell’ingiustizia. Su tutte queste folle dovrebbero, oggi, risuonare le parole del Signore: «Venite a me, vi darò ristoro». Il ristoro non è altro che Gesù stesso: riposarsi sul suo petto e nutrirsi della sua Parola. Gesù, e solo lui, può aggiungere: «Prendete il mio giogo su di voi». Non parla del “giogo della legge”, il duro giogo imposto dai farisei. Il giogo di cui parla Gesù è il Vangelo, esigente e assieme dolce, appunto come lui. Per questo aggiunge: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». Imparate da me: ossia divenite miei discepoli. Ne abbiamo bisogno noi; e soprattutto ne hanno bisogno le numerose folle di questo mondo che aspettano di ascoltare ancora l’invito di Gesù: «Venite e troverete ristoro».

lunedì 26 giugno 2017

Tredicesima domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Matteo (10,37-42)
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
«Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37). Gesù chiede ai discepoli un amore così radicale da superare anche quello per i familiari. Solo chi ha questo amore è «degno» del Signore. Per tre volte in poche righe si ripete: “Essere degni di me”; un’insistenza che contrasta con le parole del centurione che ripetiamo in ogni celebrazione eucaristica: «O Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto». In effetti, chi può dirsi degno di accogliere il Signore? Basta uno sguardo realistico alla vita di ciascuno di noi per renderci conto della nostra pochezza e del nostro peccato.
Essere discepoli di Gesù non è né facile né scontato, e non è frutto di nascita o di tradizione. Si è cristiani solo per scelta, non per nascita. E il Vangelo ci dice di quale altezza è tale scelta. I discepoli di Gesù sono coloro che condividono senza riserve la sua persona e il suo destino, sino a identificarsi con lui. In tal senso il discepolo trova se stesso trovando Gesù. È questo il senso delle parole che seguono: «Chi avrà trovato la sua vita la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà». È una delle frasi di Gesù più tramandate (ben sei volte è presente nei Vangeli). Ovviamente la prima comunità cristiana ne aveva compreso l’importanza e la vedeva realizzata anzitutto in Gesù stesso. Egli ha “ritrovato” la sua vita (nella risurrezione) “perdendola” (ossia, spendendola sino alla morte) per l’annuncio del Vangelo. È esattamente l’opposto della concezione normale della gente che crede di essere felice quando trattiene per sé la propria vita, il proprio tempo, le proprie ricchezze, i propri interessi; ma sappiamo i guasti che produce il sentimento di conservazione di se stessi e dei propri interessi a qualsiasi costo. Il discepolo, al contrario, trova la sua felicità nello spendere la propria vita per il Signore e per i poveri, nella rinuncia a conservare se stesso per darsi tutto al Signore. «Si è più beati nel dare che nel ricevere!»”, diceva Paolo ai capi della Chiesa di Efeso, citando un detto di Gesù ignoto ai Vangeli (At 20,35).
Il “manuale” dei discepoli in missione – così possiamo definire il capitolo decimo di Matteo – viene chiuso dall’evangelista con alcune note sull’accoglienza loro riservata. È naturale che l’inviato si aspetti di essere accolto da coloro ai quali è mandato. Gesù stesso se lo augura e ne sottolinea la ragione di fondo: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». In questo versetto si condensa il perché della dignità del discepolo: la totale dipendenza dal Signore, al punto che la sua presenza significa quella di Gesù stesso. È ovvio che si tratta di accogliere il discepolo come «profeta», ossia come colui che porta il Vangelo, che non annuncia la propria parola ma la Parola di Dio. E la ricezione della Parola è la ricompensa che il Signore promette a coloro che accolgono i suoi discepoli. Gesù li chiama anche «piccoli»: il discepolo, infatti, non possiede né oro né argento, non ha bisaccia e neppure due tuniche, e deve camminare senza portarsi né sandali né bastone (Mt 10,9-10). L’unica sua ricchezza è il Vangelo, di fronte al quale anche lui è piccolo e totalmente dipendente. Questa ricchezza dobbiamo accogliere; questa ricchezza dobbiamo trasmettere.

giovedì 15 giugno 2017

Festa del corpo e del sangue di Cristo

Dal vangelo di Giovanni (6,51-58)
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”.
Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
La festa del Corpus Domini esprime l’antico e radicato amore per l’Eucaristia, per il corpo e il sangue del Signore. L’apostolo Paolo scrive ai Corinzi: «Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”». Il Signore stesso esorta i discepoli di ogni tempo a ripetere in sua memoria quella santa cena. E l’apostolo aggiunge: «Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga». Non è un’altra cena che si ripete, magari stancamente come tante volte noi rischiamo di fare. L’Eucaristia che celebriamo è sempre la Pasqua che Gesù ha celebrato. È questa la grazia dell’Eucaristia: essere partecipi dell’unica Pasqua del Signore.
La Chiesa custodisce la concretezza delle parole di Gesù e venera in quel pane e in quel vino il suo corpo e il suo sangue, perché ancora oggi lo si possa incontrare. Potremmo aggiungere che in quel pane e in quel vino non è presente il Signore in qualsiasi modo. Egli vi è presente come corpo «spezzato» e come sangue «versato», ossia come colui che passò tra gli uomini non conservando se stesso ma donando tutta la sua vita, sino alla morte in croce, sino a quando dal suo cuore non uscì che «sangue ed acqua». Non risparmiò nulla di se stesso. Nulla trattenne per sé, sino alla fine. Quel corpo spezzato e quel sangue versato, sono di scandalo per ognuno di noi e per il mondo, abituati come siamo a vivere per noi stessi e a trattenere il più possibile della nostra vita. Il pane e il vino, che più volte durante la santa liturgia ci vengono mostrati, contrastano con l’amore per noi stessi, con l’attenzione scrupolosa che abbiamo per il nostro corpo, con la meticolosa cura che poniamo per risparmiarci e per evitare impegni e fatica. Tuttavia, essi ci vengono donati e continuano ad essere spezzati e versati per noi, perché siamo liberati dalle nostre schiavitù, perché sia trasformata la nostra durezza, sgretolata la nostra avarizia, intaccato l’amore per noi stessi. Il pane e il vino, mentre ci strappano da un mondo ripiegato su se stesso e condannato alla solitudine, ci raccolgono assieme e ci trasformano nell’unico corpo di Cristo.
L’apostolo Paolo, riconoscendo la ricchezza di questo mistero al quale partecipiamo, con severità ammonisce di accostarci ad esso con timore e tremore perché «Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice» (1Cor 11,27-28). Ma dopo questo esame chi mai di noi può avvicinarsi? Sappiamo bene quanto siamo deboli e peccatori, come cantiamo nel Salmo: «Le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 50[51],5). Ma la liturgia ci viene incontro e mette sulle nostre labbra le parole del centurione: «O Signore non sono degno di sedere alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Di’ soltanto una parola. Sì, è la Parola del Signore che invita ad accostarsi, è questa parola che rende degni, perché è una parola che perdona e guarisce. Alla tavola del Signore si giunge dopo l’ascolto della Parola, dopo che il cuore è stato da essa purificato e riscaldato. C’è allora come una continuità tra il pane della Parola e il pane dell’Eucaristia. È come un’unica mensa in cui il nutrimento è sempre lo stesso: il Signore Gesù, fattosi cibo per tutti.

mercoledì 7 giugno 2017

Festa della Trinità

Dal vangelo di Giovanni (3,16-18)
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
La festa della Trinità, che il calendario liturgico latino celebra dopo la domenica della Pentecoste, apre l’ultimo e lungo periodo che chiude l’anno liturgico. È un tempo chiamato “ordinario”, perché non ha nessuna memoria particolare della vita di Gesù che abbiamo “visto” ascendere al cielo. Tuttavia non è un tempo meno significativo del precedente. Potremmo anzi dire che la festa della SS.ma Trinità proietta la sua luce su tutti i giorni che verranno sino all’inizio dell’Avvento; quasi a dilatare nel tempo l’abitudine che abbiamo di iniziare ogni nostra azione e ogni nostra giornata «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Se guardiamo un poco le nostre abitudini mentali, dobbiamo dire che il mistero della Trinità in genere è ritenuto poco significativo per la nostra vita, per il nostro comportamento. Sembra importare poco, sia nella consapevolezza della fede che nell’etica, che Dio sia Uno e Trino. E per lo più è ritenuto un “mistero” che non riusciamo a comprendere.
La santa liturgia, riproponendo questo grande e santo mistero alla nostra attenzione, viene incontro alla nostra pochezza e alla nostra inveterata distrazione. Ho detto “riproporre”, perché questo mistero, in realtà, è presente e accompagna tutta la vita di Gesù, fin dal Natale. Anzi accompagna tutta la storia dell’umanità, dalla creazione stessa, quando «Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,2-3), come scrive Giovanni nel prologo al suo Vangelo. Questo sta a dire che già il momento della creazione è radicalmente segnato dalla comunione tra il Padre e il Figlio. Sì da poter dire che ogni realtà umana è fatta di comunione e per la comunione. Perché, dopo aver creato l’uomo, Dio dice: «Non è bene che l’uomo sia solo»? La risposta è semplice. Perché lo aveva creato «a sua immagine e somiglianza». E Dio, il Dio cristiano (ma dobbiamo domandarci se tanti cristiani credono nel “Dio di Gesù”!), non è un essere solitudinario, che sta in alto, potente e maestoso. Il Dio di Gesù è una “famiglia” di tre persone, le quali si vogliono così bene, potremmo dire, da essere una cosa sola. Ma non basta. Queste tre Persone non hanno trattenuto per loro stesse la gioia che le unisce in maniera così straordinaria da essere una cosa sola. Esse hanno voluto riversare negli uomini e nelle donne del mondo la loro stessa vita, il loro stesso amore. Scrive Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). L’invio del Figlio non nasce da un obbligo giuridico, semmai da una sovrabbondanza d’amore. La Trinità pertanto non è altro che questo mistero sovrabbondante d’amore che dal cielo si è riversato sulla terra superando ogni frontiera, ogni confine, anche ogni fede. Ed è come un’energia irrefrenabile per chi l’accoglie. Lo Spirito Santo spinge, trascina tutto, l’intera creazione verso Dio, verso la vita di Dio, che è pienezza di amore. La Trinità, questa incredibile “famiglia”, ha scelto di entrare nella storia degli uomini per chiamare tutti a far parte di essa. Essa è anche l’orizzonte finale che oggi ci viene dischiuso. Tale orizzonte è senza dubbio la sfida più bruciante oggi lanciata alla Chiesa, anzi a tutte le Chiese cristiane; vorrei aggiungere a tutte le religioni, a tutti gli uomini. È la sfida a vivere nell’amore, proprio mentre sembrano prevalere le spinte verso l’individualismo, l’etnia, il clan, la nazione, il gruppo. La Trinità supera i confini, e in ogni caso li relativizza sino a distruggerli. È la sfida a vivere nell’amore in un tempo in cui la globalizzazione ha certamente ravvicinato i popoli ma non li ha resi fratelli. La Trinità è il fermento di amore che fa di diverse persone un’unità d’amore.