martedì 29 novembre 2016

Prima Domenica di Avvento

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
La liturgia ci fa iniziare oggi il cammino verso il Natale. È l’Avvento: il Signore viene; non resta lontano, non aspetta di essere cercato, come chi si crede importante e mette alla prova per verificare i sentimenti degli altri. Il Signore viene perché vuole stare con noi e indicarci la via del cielo. Viene perché ci vuole bene. A volte può sembrare che il Signore sia distante, disinteressato a quello che accade nel mondo. Spesso di fronte all’ingiustizia, alla violenza o alla malattia ci domandiamo: perché Dio non viene? Perché mi lascia solo? Perché non sconfigge, lui che può tutto, le forze del male? Questo tempo di Avvento ci aiuta a capire la vicinanza di Dio. Egli viene perché tutti possano trovarlo. Il mondo ha bisogno di speranza, non di cinismo realista o di tristezza rassegnata. C’è bisogno di uomini e di donne forti nell’amore, che non fuggano e non smettano di sperare. Il mondo invece è spesso rassegnato. Quanti motivi per non sperare! Basta una delusione, l’amarezza di un rifiuto, una contrarietà, un bene non corrisposto, una maleducazione subita, un’incomprensione, un tradimento. Come sperare negli altri quando cerchiamo e troviamo subito la pagliuzza che ci rende incapaci di voler loro bene o quando si rivela la capacità terribile che abbiamo di fare il male? Come sperare nel mondo quando il futuro è carico di minacce reali, quando la logica della guerra sembra l’unico modo per risolvere i conflitti, quando è così difficile vivere insieme?,
Gesù viene a realizzare la profezia di Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”. Questa è la speranza, il sogno di Dio sul mondo. Noi ascoltiamo queste parole in un tempo in cui i popoli sembrano esercitarsi nell’arte della guerra piuttosto che in quella del dialogo. Non è un’ingenuità sperare? Non è più saggio pensare a se stessi, godersi il presente, alzare mura, affrontare il nemico prima che lui affronti noi anche a costo di rendere nemico chi in realtà è solo lontano o incompreso? Davanti a un mondo minaccioso ed imprevedibile facilmente siamo condizionati dalla paura, che è sempre una cattiva consigliera: indurisce il cuore, genera violenza, rende aggressivi, ispira il sospetto, avvelena le relazioni, confonde la mente, arma le mani.
La profezia di Isaia ci invita a trasformare già oggi le nostre lance in vomeri, iniziando dai nostri cuori. La speranza e la fede vincono la paura. Se cambio il mio cuore, se scelgo la mitezza invece di rispondere male, la semplicità invece delle tortuosità, il perdere invece di guadagnare, la gentilezza invece dell’aggressività; se scelgo di andare a visitare chi è solo o sta male; se scelgo di rispondere al male con il bene; se scelgo di aiutare chi è più povero; se smetto di credere importanti ed uniche solo le cose che vivo e faccio io e provo a capire gli altri ed a fare loro quello che voglio sia fatto a me; insomma, se inizio a cambiare me stesso inizia a cambiare il mondo.
“Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie”, invita l’apostolo Paolo. L’Avvento c’invita a non restare prigionieri della paura e ad essere uomini e donne di speranza che vivono già oggi la speranza di Dio: che nessuno abbia la sua vita stroncata dal male; che siano vinte le logiche dell’inimicizia e della divisione; che gli uomini trovino l’amore vero e lo vivano pienamente. È il sogno che non si muoia più per mano di un altro uomo; che le lacrime di disperazione dei piccoli siano asciugate dall’amicizia. Ma la paura ci condiziona. Quanto volte non cambiamo per paura! Quante parole non diciamo per non sbagliare, per paura di essere giudicati, di non venire capiti, di comprometterci! Quante scelte rimandiamo per essere sicuri! Quante occasioni perdiamo per aspettare che siano gli altri a fare il primo passo! Dio non ha paura e viene a riempire il nostro cuore di speranza. Il mondo può cambiare! Gli uomini possono cambiare! “Vegliate, state pronti”: è questo il primo invito dell’Avvento. “È ormai tempo di svegliarci dal sonno perché la salvezza è più vicina di quando diventammo credenti”. Sì, dobbiamo svegliarci. È facile addormentarsi. A forza di ridurre tutto a sé, si finisce poco alla volta per vivere come nel sonno. Ci si addormenta poco alla volta, quasi senza accorgersene. La proposta dell’Avvento è svegliarci ed avere speranza.

lunedì 7 novembre 2016

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (21,5-19)
Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. 
Gli domandarono: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?”. Rispose: “Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”.

Poi diceva loro: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. 
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.
L’anno liturgico sta avviandosi verso la conclusione e la Liturgia ci esorta a riflettere sulle “cose ultime”, sul “giorno rovente come un fuoco” che sta per venire, come scrive il profeta Malachia. Anche il brano evangelico di Luca sottolinea il tema della “fine dei tempi”. Ma il linguaggio escatologico usato dall’evangelista non sta a indicare letteralmente il crollo delle costruzioni e la fine della terra. Con esso si vuole indicare la fine del nostro mondo, la fine cioè di un certo modo di concepire la vita, la fine di comportamenti che obbediscono a certi ideali, a certe priorità lontane dalla giustizia e dal Vangelo. In tale prospettiva, ogni generazione sperimenta il confronto con la dimensione escatologica della vita, nel senso che deve confrontarsi con la fine del mondo in cui vive, pensa, opera, progetta. È qui il messaggio della profezia di Malachia: “Sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia” (3,19), saranno cioè bruciati e di loro non resterà che un pugno di cenere. Per i giusti, invece, in quel giorno “sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”. Sono parole che suonano gravi anche per il nostro tempo e per l’opera di ognuno di noi: incombe un giudizio. Questa è la sostanza del discorso sulla “fine dei tempi”. Noi, già oggi, viviamo un momento nel quale il “sole di giustizia” o ci brucerà come paglia, o ci renderà operatori di un nuovo giorno. Non si tratta di lasciarsi andare a eccitazioni apocalittiche o a frenetici e inconsulti movimenti, magari sulla scia di un facile millenarismo.
È necessario comprendere la gravità del tempo presente e rinvigorire la testimonianza evangelica. Anche il brano evangelico (Lc 21,5-19) richiama la radicalità dell’impegno evangelico per l’oggi. Così fece Gesù con i discepoli. Egli prese spunto dalla maestosa bellezza del Tempio di Gerusalemme che doveva suscitare orgoglio e sicurezza nei discepoli: in quel Tempio splendente di marmi e decorazioni essi sentivano una sorta di garanzia per il loro futuro e quello del popolo d’Israele. Ma Gesù, con gravità, disse: “Di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra” (v. 6). I discepoli, sconcertati da questa affermazione che incrinava anche la loro sicurezza, chiedono quando tutto ciò accadrà, magari pensando che, se pur doveva accadere, sarebbe avvenuto in tempi lontani. Gesù non risponde alla domanda dei discepoli, ma dice loro di stare attenti, di non lasciarsi ingannare e di essere fedeli testimoni del Vangelo.
Non c’è dubbio che i nostri tempi siano gravi: basti pensare a quanto sta accadendo a grandi nazioni o al moltiplicarsi delle guerre e del terrorismo. Non somigliano questi fatti (e se ne potrebbero aggiungere tanti altri) ai “segni” di cui parla Gesù nel Vangelo? Ascoltiamo ancora: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo” (vv. 10-11). Queste parole non sono proiettate verso un lontano futuro. Esse descrivono l’oggi del mondo. Forse è più difficile trovare i luoghi ove i cristiani sono oggi perseguitati. Gesù dice: “Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno” (v. 12). È vero, non sono molti i luoghi della terra dove i cristiani sono perseguitati, ma ce ne sono, e comunque non mancano i perseguitati (anche se non sono cristiani). Potremmo leggere in questo contesto i tristi episodi di intolleranza e razzismo che continuano a imperversare nelle nostre città.
Di fronte a tutto ciò Gesù afferma: “Questo vi sarà occasione di render testimonianza” (v. 13). Cioè, in questi sconvolgimenti il Vangelo chiede ai discepoli una testimonianza coraggiosa e piena. Non è questo un tempo di accomodamenti, di aggiustamenti, di compromessi, per salvare il salvabile. C’è bisogno che il Vangelo risplenda chiaro sul volto dei cristiani. In tal senso stiamo vivendo i “tempi ultimi”, i tempi nei quali o si brucia come paglia o si risorge a un giorno nuovo.

giovedì 3 novembre 2016

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal vangelo di Luca (20,27-38)
Gli si avvicinarono alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: “Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”.
Gesù rispose loro: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”.
Dopo la festa dei santi e il ricordo di tutti coloro che sono morti (si tratta di due aspetti della stessa memoria), la Liturgia di questa domenica insiste ancora sul mistero della vita oltre la morte. Non c’è dubbio che la domanda sull’aldilà è una di quelle questioni che traversa nel profondo tutta la vicenda umana. I sadducei, un movimento religioso di intellettuali, avevano risolto il problema negando la realtà della risurrezione dai morti. Del resto, su questo tema, l’Antico Testamento aveva raggiunto solo molto tardi una certezza (apparirà chiara nel libro dei Maccabei, come leggiamo nella prima lettura). L’episodio evangelico (Lc 20,27-38) riferisce la discussione nella quale i sadducei tentano di dimostrare a Gesù che la fede nella risurrezione dei morti, condivisa anche dai farisei, è inaccettabile perché porta a conseguenze ridicole. E riportano l’ipotetico caso di una donna, la quale, in base alla legge del levirato stabilita da Mosè, ha dovuto sposare successivamente sette fratelli, morti l’uno dopo l’altro, senza che nessuno le abbia dato un figlio. Alla fine muore anche la donna. “Dopo la morte, – chiedono i sadducei a Gesù – nella risurrezione questa donna di chi sarà moglie?” (cfr. v. 33). È ovvio il senso del ridicolo dell’eventuale risposta di Gesù.
Oggi noi non facciamo questo tipo di domande; siamo un po’ più scaltri. Nel migliore dei casi suggeriamo di tacere su ciò che non vediamo e non conosciamo. Il filosofo Wittgenstein quasi a raccogliere tutte queste perplessità suggerisce un saggio principio: “Di ciò di cui non si può parlare e si deve tacere”; in altri termini: della vita oltre la morte -ci sia o non ci sia, come sia e come non sia – sarà bene che gli uomini ne parlino il meno possibile. Nessuno infatti ne ha esperienza diretta. Credo che noi cristiani, pur non essendo d’accordo con questo filosofo, siamo però diffidenti verso quelle facili visioni che qui o là vengono rivendicate. Se parliamo della vita oltre la morte, non lo facciamo attingendo dalla nostra esperienza, più o meno fantasiosa, ma solamente dalla Parola di Dio. Questa parola, “che era in principio presso Dio” (Gv 1,1) e che è venuta a porre la sua tenda in mezzo a noi, apre agli occhi della nostra mente e del nostro cuore il velo che ci separa dall’eternità. È ovvio che nella misura in cui la “parola” si avvicina agli uomini assume una veste comprensibile, perché possiamo almeno un poco intravedere il mistero che essa nasconde.
L’apostolo Paolo scrive: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia” (1 Cor 13,12). Se dovessi trovare un esempio per cercare di esprimere il rapporto tra il nostro mondo e quello eterno, prenderei la vita del bambino dentro il seno della madre e la sua vita quando esce dal seno materno. Cosa può comprendere il bambino, mentre è nel seno materno della vita fuori? Quasi nulla. Analogamente, cosa possiamo dire noi della vita oltre la morte? Nulla, se la Parola di Dio non ci venisse incontro. Ebbene, nella risposta ai sadducei Gesù viene a scostare un poco il velo: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli ed, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio” (vv. 34-36).
Le caratteristiche del mondo dei risorti sono opposte a quelle del mondo attuale, perché con la risurrezione la vita è continua, non ha né inizio né fine, non ha più bisogno del matrimonio in vista della generazione, come non è più possibile la morte. È una vita piena di comunione affettuosa con Dio e tra noi, senza lacrime, amarezze e affanni. Ma l’opposizione tra “i figli di questo mondo” e “i figli della risurrezione” non è relegata solo al momento dopo la morte; se noi siamo figli della risurrezione fin da ora, l’opposizione si realizza già nel nostro tempo; essa non è altro che la diversità tra il mondo e il Vangelo, tra la vita secondo la Parola di Dio e la vita secondo le nostre grette tradizioni. In termini semplici potremmo dire che il paradiso inizia già su questa terra, quando cerchiamo di vivere secondo il Vangelo. La “Parola di Dio” è il lievito buono che fermenta la pasta della nostra vita, è il seme di immortalità e di incorruttibilità deposto nella piccola terra del nostro cuore. Spetta a noi, già da ora, accogliere il lievito e lasciarlo fermentare, accogliere il seme e lasciarlo crescere. Così inizia il paradiso già da ora. Al contrario, nell’assenza o peggio nel rifiuto del Vangelo, costruiremo con le nostre mani l’inferno per noi e per gli altri. Là dove attecchisce il Vangelo e spunta un segno di amore, anche piccolo, sboccia la vita che non finisce. Per questo, nella professione di fede, noi diciamo “credo la vita eterna”, ossia la vita che non finisce, e non “credo nell’aldilà”. Il paradiso possiamo viverlo sin da oggi.