lunedì 24 ottobre 2016

XXXI Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (19,1-10)
Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”.
Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.
Il brano evangelico che abbiamo ascoltato ci fa entrare dentro la città di Gerico assieme a Gesù. Non si tratta di un cammino distratto e frettoloso come normalmente accadeva in questa cittadina di confine, o come accade nella convulsa vita quotidiana delle nostre città, ove ci si ferma magari solo per gli ingorghi. Anche se la meta è Gerusalemme, Gesù cammina per incontrare la gente, per aiutare chi ha bisogno, per guarire chi è malato e per dare consolazione a chi è afflitto. Egli cammina per le vie della città, ma in realtà vuole percorrere le vie del cuore, quelle più intime e talora tenute nascoste anche ai più vicini. Gerico, una delle più antiche città del mondo, era una fiorente oasi circondata dal deserto e la sua vicinanza ai guadi del Giordano ne aveva fatto un importante luogo doganale. Qui abitava un capo dei pubblicani chiamato Zaccheo. Era forse un imprenditore privato a cui le autorità pubbliche avevano dato l’incarico di controllare tutta l’attività esattoriale della regione. Questo suo lavoro gli aveva permesso di incassare delle belle somme e forse con metodi non proprio puliti. Zaccheo, un notabile della cittadina di Gerico, potremmo paragonarlo a quel giudice ricco e disonesto di cui ha parlato l’evangelista al capitolo 18, ma forse più peccatore di questo.
Zaccheo, incuriosito dall’entusiasmo della folla, vorrebbe anch’egli vedere Gesù che passa per la città. Ma, essendo piccolo di statura, a causa della folla non riusciva a vederlo. Forse non si parlava solo della statura fisica. La folla, o meglio, il clima convulso e confuso della città, non aiuta a vedere Gesù. E Zaccheo non è al di sopra di questa folla, come del resto noi tutti non siamo al di sopra o al di fuori della mentalità comune della maggioranza. Tutti siamo troppo a terra, troppo preoccupati di noi stessi, delle nostre cose, per poter scorgere Gesù che passa. Né basta alzarsi solo sulla punta dei piedi, restando dove si è. Zaccheo dovette correre avanti, uscire fuori dalla folla, e salire su un albero. E la folla non è solo quella che sta fuori di noi; molte volte il nostro cuore è affollato di pensieri e preoccupazioni che non ci lasciano uscire da noi stessi, anzi ci tengono succubi e schiavi del nostro io. Sì, c’è una folla nel cuore di ciascuno di noi da cui bisogna uscire. E l’albero su cui salire può essere rappresentato da un amico, da un sacerdote, da momenti di riflessione che dobbiamo cercare, dalla stessa comunità cristiana: tutti costoro possono essere un aiuto per uscire dall’impasse, in cui spesso ci cacciamo da soli.
Quando Gesù passò, guardò in alto e vide Zaccheo. Gli disse subito: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (v. 5). Immaginiamoci lo stupore e l’imbarazzo di questo notabile che aveva rischiato anche il ridicolo pur di vedere Gesù. Questa volta non si ripeté la scena dell’uomo ricco che se ne andò triste. Zaccheo, al contrario, “discese in fretta e lo accolse pieno di gioia” (v. 6). Il Vangelo ha fretta; ha fretta che il mondo cambi; ha fretta che ognuno di noi viva meglio; ha fretta che la felicità si allarghi; ha fretta che i deboli e i malati vengano aiutati. E se qualcuno dice: “Ma è difficile cambiare”, oppure: “È praticamente impossibile trasformare la vita attorno a noi”, Zaccheo ci offre un esempio. Dopo l’incontro con Gesù egli cambia atteggiamento e dice: “Do la metà dei miei beni ai poveri” (v. 8). È un tratto molto realistico; non “do tutto”, egli dice, ma “la metà dei miei beni”; pone cioè una misura e la rispetta. Potremmo dire che indica la strada del realismo nel valutare la propria condizione e nel decidere di partire da lì per cambiarla. Anche noi, gente ordinaria, possiamo trovare la nostra misura concreta e osservarla. In questo modo può entrare la salvezza nella nostra vita.

martedì 18 ottobre 2016

Trentesima Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (18,9-14)
Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.
“La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata, non si contenta”. Queste parole del libro del Siracide (35,17) ci pongono in continuità con quanto abbiamo ascoltato domenica scorsa. La preghiera resta l’orizzonte nel quale la Parola di Dio ci immette. Ma non è più l’insistenza nel rivolgersi a Dio, come nell’episodio della povera vedova, bensì l’atteggiamento che l’uomo deve avere nella preghiera. L’evangelista Luca (18,9-14) inizia la narrazione della notissima parabola del fariseo e del pubblicano che si recano al Tempio, con una premessa che ne mostra la ragione: “Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Si tratta in verità di una situazione nella quale tutti possiamo ritrovarci. Ognuno di noi, in fondo, ha una buona considerazione di sé, accompagnata, invece, da un senso piuttosto critico verso gli altri. E credo sia opportuno sottolinearlo nei nostri tempi, perché è diventato fin troppo facile puntare il dito contro gli altri, senza guardare se stessi. Storture e deviazioni avvengono anche perché l’ambiente spesso le permette o le tollera. Non c’è dubbio che la caduta della tensione morale ci vede tutti corresponsabili, seppure in diverso grado, per cui è difficile tirarsene totalmente fuori.
La parabola di questa domenica è, perciò, davvero attuale: sono davvero molti coloro che si sentono più giusti degli altri; potremmo dire che il “Tempio” di questo mondo è stracolmo di gente che “presume di essere giusta e disprezza gli altri”. Il fariseo, che sta ritto in piedi davanti all’altare e ringrazia Dio per la vita buona che conduce, non è solo, è circondato dalla maggioranza. Il fariseo ha da vantare cose che la maggioranza difficilmente può presentare. In effetti ha qualcosa di esemplare: che vada al Tempio è cosa buona; è anche bello che non si nasconda da una parte e non si metta in fondo vicino alla porta, come accadeva e accade ancora in molte nostre chiese. Inoltre, quel che il fariseo dice è vero: non è un ladro, non è un imbroglione, non tradisce la moglie ed è diverso da quel pubblicano che si è fermato in fondo. Poi digiuna veramente due volte la settimana e paga le offerte. Non sono cose da poco; non tutti le fanno. È quindi anche giusto che ringrazi Dio. Insomma sembra davvero a posto in tutto. Quanto al pubblicano, c’è da dire la stessa cosa, sebbene in tutt’altro senso. Che si fermi in fondo al Tempio non è poi così esemplare; e se non ha il coraggio di alzare gli occhi al cielo è certo per buoni motivi. Se si batte il petto, lo fa a ragione. Si chiama peccatore e lo è veramente. Insomma, non è una persona che possiamo definire “per bene”. Ma lo sa ed è pentito. Ed è proprio qui il motivo che fa rovesciare il giudizio della parabola. Gesù dice chiaramente che davanti a Dio non contano le opere che uno può accampare, bensì l’atteggiamento del cuore.
Questa parabola è certo una lezione sulla preghiera, ma ancor più lo è circa l’atteggiamento da avere davanti a Dio. Il peccato del fariseo non è sul piano delle pratiche religiose (le osserva tutte e con scrupolo), ma su quello della presunzione, dell’autosufficienza, della grettezza e della cattiveria, che lo spinge a giudicare con disprezzo il pubblicano peccatore. Lo si vede che è un peccatore da come giudica il pubblicano: senza pietà. Il fariseo sale al Tempio non per chiedere aiuto o per invocare il perdono; anzi si sente in grado di fare lui le sue offerte a Dio. Ha un cuore pieno di sé.
Il pubblicano, pur avendo raggiunto un notevole benessere nella vita – magari è anche temuto – al contrario, si sente bisognoso. Egli sale al Tempio non a mani colme ma vuote, non per offrire ma per chiedere. Il suo atteggiamento davanti a Dio è quello di un mendicante che tende la mano (profittiamo per ricordare che i mendicanti davanti alle chiese sono il segno della nostra condizione davanti a Dio, come scrive sant’Agostino). Per l’evangelista, il pubblicano è il prototipo del vero credente: questi non confida in sé e nelle proprie opere, anche buone, ma solo in Dio. È ancora una volta il paradosso evangelico: “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (v. 14). Sta anche scritto: “Chi è povero cerca il Signore”, non chi si sente giusto. È una grande verità e una grande saggezza che il Vangelo oggi propone alla nostra riflessione.

mercoledì 12 ottobre 2016

XIX Settimana del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (18,1-8)
Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: “In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi””. E il Signore soggiunse: “Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.
Ci avviamo verso la conclusione dell’anno liturgico. È stato un tempo nel quale, di domenica in domenica, siamo stati portati alla contemplazione del mistero di Gesù. Le nostre settimane, i nostri giorni sono stati come lievitati dal fermento della Parola di Dio. Anche in questa domenica, riceviamo questo dono che si innerva nella vita dei nostri giorni. È la breve parabola della vedova insistente: una situazione tipica, non solo negli usi giuridici dell’Antico Testamento. Anche oggi, non di rado, accade che un prepotente si avvalga di cavilli giuridici per strappare a poveri indifesi quel poco che hanno. Il giudice – riprendendo la parabola evangelica – dovrebbe, con imparzialità e tempestività, difendere quella povera donna. Ma il magistrato si comporta esattamente al rovescio: non teme né Dio né gli uomini: “C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno” (Lc 18,2). In un certo modo viene rappresentata l’arroganza del potere, che spesso troviamo nella storia degli uomini. Già il profeta Isaia l’aveva denunciata: “Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per spogliare gli orfani, dice il Signore” (Is 10,1-2).
A questo punto inizia la storia raccontata dalla parabola: cosa farà la povera vedova in questa situazione di palese ingiustizia? Oltre tutto, nel mondo ebraico, donne come lei erano il simbolo della debolezza, oltre che le più esposte al sopruso. Dio stesso si fa loro difensore; viene infatti invocato con il titolo di “difensore delle vedove”, ormai prive della tutela del marito (Sal 67/68,6). Questa donna, comunque, non si rassegnò all’ingiustizia, come in genere solevano fare tutte. Era certamente una vittima, ma tutt’altro che rassegnata. Con insistenza, infatti, si recava dal giudice pretendendo la giusta soddisfazione. Non lo fece solo una volta, ma più volte; con tenacia non si stancava di pretendere il giusto, finché quel giudice non si decise a prendere in esame il suo caso. “Disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi”” (vv. 4-5). Così termina la parabola. Importanti sono le brevi conclusioni poste da Gesù. Inizialmente sembrano alquanto sconcertanti, perché pongono in parallelo il giudice della parabola con Dio stesso. Si tratta di un paradosso, usato altre volte nei vangeli, per togliere dalla nostra mente ogni dubbio: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente” (vv. 7-8). Sì, Dio non ci farà aspettare a lungo, farà giustizia prontamente (qualcuno traduce “all’improvviso”, “quando meno te lo aspetti”), se con insistenza rivolgiamo a lui la nostra preghiera. In effetti, i credenti hanno una forza incredibile nella preghiera, un’energia che riesce a cambiare il mondo. Siamo tutti, forse, come quella povera vedova, deboli, senza particolari poteri; eppure questa debolezza, nella preghiera insistente, diviene una forza poderosa; appunto, come per quella vedova che riuscì a intaccare la durezza del giudice.
Purtroppo è facile per noi cadere nella sfiducia e nell’incredulità, lasciarsi travolgere dalle cose di questo mondo, dalle nostre ansie, dalle nostre sicurezze, e dimenticare la preghiera. La prima lettura della Liturgia, tratta dal libro dell’Esodo (17,8-13), è un esempio incredibile della “forza debole” della preghiera. La Scrittura ci presenta la figura di Mosè con le mani alzate verso il cielo, mentre Israele affronta in battaglia Amalek, nella piana di Refidim. Mosè impersona tutto il popolo in preghiera. Quando lui prega, il popolo di Israele vince, non appena abbassa le mani, subito prevale il nemico. Aronne e Cur intervengono, uno da una parte e l’altro dall’altra, per sorreggergli le mani, fino al momento della vittoria finale. Nella preghiera costante, noi credenti possiamo trovare il fondamento per costruire la nostra vita e per edificare la stessa città degli uomini, certi di quanto afferma il salmo 126/127: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (v. l).

venerdì 7 ottobre 2016

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (17,11-19)
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.
“La Parola di Dio non è incatenata!”. Lo dice Paolo dettando la Lettera a Timoteo mentre porta le catene della prigionia (2 Tm 2,9). E aggiunge: “Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza”, Queste sofferte parole dell’apostolo ci dicono la libertà e la forza della santa Scrittura che ogni domenica ci viene annunciata; in tal senso la Parola di Dio è davvero un dono prezioso del Signore. Le vicende tristi o meno tristi che accadono a noi personalmente o al mondo che ci circonda non riescono a soffocare il Vangelo, come neppure le catene riuscirono a fermare l’apostolo Paolo nel suo ministero di predicazione. Ogni domenica, sia che partecipiamo alla Liturgia, sia che la disertiamo, il Vangelo torna a parlare alla vita degli uomini. Si potrebbe dire che, a differenza di Paolo, costretto a “portare le catene come un malfattore” a causa del Vangelo, noi incateniamo noi stessi per escluderci dall’ascolto di quell’unica parola che può salvarci. Lo stesso Vangelo di questa domenica (Luca 17,11-19) ci mostra la potenza della parola.
Gesù si trova nel territorio di Jezreel, tra la Galilea e la Samaria. Mentre sta entrando in un villaggio, gli vengono incontro dieci lebbrosi (era facile incontrarli vicino ai luoghi abitati). Essi, fermatisi a distanza, com’è previsto dalle leggi, gridano verso di lui: “Gesù Maestro, abbi pietà di noi!” (v. 13). Gesù non li evita, come in genere fanno tutti, ma si mette persino a parlare con loro. Alla fine li congeda: “Andate a presentarvi ai sacerdoti” (v. 14). Non li guarisce subito come ha fatto in altri casi (Lc 5,12-16); né li tocca con le sue mani, ma li invia ai sacerdoti, chiedendo così un atto di fede. I dieci lebbrosi obbediscono immediatamente e si incamminano verso i sacerdoti. L’evangelista nota che durante il cammino sono “sanati”; potremmo dire, si accorgono di guarire. Tutto questo non è senza significato: la guarigione, il miracolo, non è un fatto prodigioso che capita in modo improvviso quasi fosse frutto di una magia. Possiamo paragonare la prima parte della scena evangelica ai primi passi di ogni conversione e della stessa vita del discepolo. La conversione, infatti, nasce sempre da un grido, da una preghiera, come quella di questi dieci lebbrosi. La stessa Liturgia, ogni domenica, proprio mentre inizia, ci fa ripetere: “Signore, pietà!”. La guarigione si radica nel riconoscere la propria malattia, il proprio bisogno di aiuto, di protezione, di sostegno.
Il Signore, a differenza degli uomini spesso distratti di fronte al grido di aiuto, ascolta e si ferma. Non solo. Subito risponde. Come abbiamo ascoltato dall’apostolo, la Parola di Dio non è mai incatenata: parla con libertà e con potenza, sempre. Il problema semmai si pone sul nostro versante; siamo noi che non prestiamo ascolto, o perché sfiduciati, o perché colmi delle nostre parole. In questa domenica ci è chiesto di ascoltare la parola evangelica e di porre la nostra fiducia in essa, come fecero i dieci lebbrosi. Sulla parola di Gesù, essi intrapresero il cammino verso i sacerdoti e, proprio mentre stavano per via, tutti furono guariti. Questo sta a dire che la guarigione inizia quando si comincia a obbedire al Vangelo, e non più a se stessi o alle proprie abitudini mondane. In tal senso il nostro cammino spirituale ci porterà la guarigione, nel cuore e nel corpo, nella misura in cui è scandito dall’ascolto del Vangelo. Una cosa analoga accade ai due discepoli di Emmaus: essi guarirono dalla loro malattia (la profonda tristezza del cuore) mentre erano in cammino e ascoltavano Gesù che parlava.
Il testo evangelico di questa domenica, dopo aver notato che tutti e dieci i lebbrosi sono stati guariti, aggiunge che uno solo torna indietro “lodando Dio a gran voce”; e appena arriva vicino a Gesù gli si getta “ai piedi per ringraziarlo” (v. 16). L’evangelista intende sottolineare con questo gesto l’ulteriore passo della conversione: ossia la riconoscenza e l’affidamento della propria vita a Gesù. La piena guarigione infatti prende anche il cuore. Potremmo dire che il decimo lebbroso non è solo “guarito”, ma anche “salvato”. Gli altri nove, tutti ebrei, forse ritenevano la guarigione una cosa dovuta, perché figli di Abramo. Il decimo, un samaritano, uno straniero, sentì la guarigione come una grazia, come un dono immeritato, che esigeva un ritorno di amore. Egli è esempio per ognuno di noi, perché accogliamo la commozione gratuita di Dio sulla nostra vita e lo ringraziamo per essersi chinato su di noi.