martedì 27 settembre 2016

XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (17,5-10)
Gli apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare””.
“Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese” (vv. 2-3). Sono le parole iniziali del dialogo tra il profeta Abacuc e Dio. Non sappiamo nulla di questo profeta. Si presenta lui stesso come un freddo scettico che, nel suo abituale dialogo con Dio nel Tempio, ha l’ardire di chiedergli conto di certe cose, di farsi spiegare il comportamento dell’Altissimo quando castiga un malvagio con un malvagio peggiore (il malvagio per il profeta è l’impero Assiro, il peggiore sarebbe l’impero neo-Babilonese).
La situazione che sta davanti agli occhi del profeta è segnata da disgrazie, dolori, violenze, lotte, contese; e Dio sembra non rendersene conto, come se fosse impotente o distratto. Eppure si tratta del suo popolo che sta vivendo un’amara schiavitù! Il profeta si domanda “fino a quando” durerà questa situazione. E se Dio risponde che castigherà il malvagio attraverso un altro peggiore, il profeta chiede “perché”; non si instaurerebbe in tal modo una catena cruenta che pone un popolo contro un altro popolo? Il profeta sembra sfidare Dio perché gli dia una risposta; egli starà come vedetta e sentinella al suo posto sino a che Dio non risponderà. La risposta venne. Dio parlò al profeta e, attraverso di lui, a tutti gli uomini: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine…; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà” (vv. 2-3). “Ecco, – continua il testo – soccomberà colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede” (v. 4), ossia salverà la sua vita mediante la fiducia in Dio. Negli interrogativi del profeta Abacuc si addensano i tanti interrogativi di questi tempi, in particolare quelli relativi alla situazione di paesi vicini al nostro e degli altri numerosi paesi del grande mondo dei poveri.
Il profeta dice che soccomberà chi non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede. Di fronte a quanto sta accadendo, ogni credente è chiamato a riscoprire con urgenza la radicalità della propria fede. Non siamo qui nel campo delle scelte particolari e parziali, soggette al vaglio del giudizio storico del momento. E in gioco il senso profondo della vita e delle scelte personali, sociali e anche politiche. Se si vuole, è in gioco la ragione che presiede le singole scelte concrete, strettamente legato al dono della fede. L’apostolo Paolo ricorda a Timoteo (è la seconda lettura) di “ravvivare il dono” che gli è stato dato; e aggiunge che il dono non è “uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza” (2 Tm 1,7). Paolo delinea così l’uomo di fede, la scelta di colui che vuol vivere guardando anzitutto il Signore. L’uomo di fede non è timido o vergognoso; è saldo e coraggioso nella testimonianza, come lo stesso Paolo scrive a Timoteo.
Il Vangelo di Luca (17,5-10) si apre con la preghiera degli apostoli a Gesù: “Aumenta la nostra fede!”. È forse la preghiera che tutti dovremmo fare in questi tempi. Ci sentiremo rispondere da Gesù: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: “Sii sradicato e trapiantato nel mare”, ed esso vi ascolterebbe” (v. 6). Non c’è bisogno di una grande fede, sembra dire Gesù. Basta una fede piccola, ma che sia fede, ossia fiducia in Dio più che in qualsiasi altra cosa (carriera, denaro, partito, clan, se stessi). Di questa fede ne basta “un granellino”; essa è capace di spostare anche le montagne. La verifica è indicata nella frase finale del brano evangelico: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”” (v. 10). Il discepolo è chiamato a fare il proprio dovere sino in fondo e al termine dire: “Siamo servi inutili”. Per noi, abituati a rivendicare meriti e riconoscimenti, queste parole suonano davvero strane. Eppure anche da esse può fondarsi la fiducia in un nuovo futuro.

mercoledì 21 settembre 2016

Funerale di Carlo Azeglio Ciampi

ciampipaglia
Carissima Signora Franca, Signor Presidente della Repubblica, Eminenza, care sorelle e fratelli tutti,
siamo accorsi numerosi per questa santa celebrazione che apre a Carlo la porta del cielo. L’intera Italia oggi è in lutto per la perdita dell’amato presidente Ciampi, il “Presidente di tutti”, come in tanti hanno detto. E piangi anzitutto tu, carissima Franca, che per settanta anni gli sei stata accanto. Proprio il 19 settembre di settanta anni fa – era il 1946 – tu e Carlo celebravate il vostro matrimonio a S. Maria Della Vite a Bologna. E’ il settantesimo anniversario, e cade come una goccia di tenerezza che almeno un poco smorza la crudezza della morte e del distacco. Anche oggi, come allora, tu e Carlo vi trovate davanti all’altare del Signore, questa volta, a Roma nella vostra chiesa parrocchiale, circondati dai due figli, Claudio e Gabriella, e dai nipoti Margherita, Maria e Virginia, con Ginevra e Manfredo (il nonno mi mostrava orgoglioso i vostri disegni che teneva appesi nella parete della sua stanza; era fiero di voi). Assieme a voi, cari famigliari, ci siamo anche noi, amici di Carlo, in una celebrazione che raccoglie una bella Italia, quella più profonda che va oltre le divisioni, quella della patria intesa come famiglia di tutti, quell’Italia di cui Carlo è stato figlio, servitore fedele e in certo modo anche padre.
Circondato da questo unanime affetto Carlo inizia, da questo altare, il suo viaggio verso il cielo. Le parole evangeliche della chiamata di Natanaele, sembrano descrivere questa santa liturgia. Ci offrono uno spiraglio sul mistero dell’amore di Dio che ci salva dall’abisso della morte. Un abisso che ci atterra e di fronte al quale non abbiamo parole, se non quelle della nostra estrema debolezza. Non possiamo nulla. Ma Gesù stupisce i discepoli ed anche noi: “vedrete cose più grandi…vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell’uomo”. Sì, questa santa liturgia è il cielo che si apre per Carlo e gli angeli di Dio salgono e scendono per prenderlo e accompagnarlo all’altare del cielo. E Gesù, vedendolo arrivare, può dire: “Ecco davvero un uomo in cui non c’è falsità”. E Carlo, per parte sua, può finalmente recitare con pienezza – e per l’ultima volta – la “sua” preghiera, quella che l’ha accompagnato per tutti i giorni della sua vita, fino alla fine. L’abbiamo recitata assieme tante volte. Le prime parole dicono: “Eccomi, o mio amato e buon Gesù…”. Carlo pronuncia oggi il suo “eccomi” di fronte al Signore che gli apre le sue braccia.
Cari amici, Carlo si è preparato a questo incontro che per i credenti è quello decisivo. Diverse volte ne abbiamo parlato. La prima volta lo fece con Giovanni Paolo II a cui lo univa una intensa e tenera amicizia. Aveva con sé la foto che lo ritraeva, guancia a guancia con il Papa, al termine della celebrazione della giornata mondiale della gioventù a Roma con più di due milioni di giovani. Erano stanchi, ma la visione di quei giovani era di speranza per loro due ormai avanti negli anni. In uno dei successivi incontri Carlo disse a papa Wojtila: “Santo Padre abbiamo la stessa età… Se lei dovesse morire prima di me, mi promette che mi verrà incontro, che verrà a prendermi, che non mi lascerà solo quando giungerà la mia ora?”. Oggi, quella promessa si compie: Giovanni Paolo II sta qui con gli angeli che scendono dal cielo per prendere e abbracciare l’amico caro e accompagnarlo nel cielo di Dio.
La malattia, negli ultimi anni, aveva duramente provato Carlo. E tuttavia mai è uscito dalla sua bocca un lamento. Ha vissuto questi ultimi anni di indebolimento progressivo senza mai perdere quel rigore e quella dignità che hanno caratterizzato l’intera sua vita. La fede di Carlo – una fede semplice, non gridata, e tuttavia salda e praticata con discrezione e rispetto -, è stata come un filo rosso che ha legato e ispirato tutti i suoi giorni perché li spendesse non per se stesso, per i suoi avanzamenti o suoi personali interessi, ma per servire il bene comune del paese. E mentre il suo corpo si indeboliva è cresciuto in lui il senso della preghiera e del bisogno di tenerezza e compagnia. Per me personalmente è stato un dono la sua amicizia, soprattutto in questi ultimi anni e non dimentico i suoi occhi e il suo grazie quando gli ho dato la benedizione di Papa Francesco.
Oggi, Carlo ci lascia ripetendoci le parole che l’anziano Paolo scrisse al giovane Timoteo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Davvero Carlo ha combattuto la sua buona battaglia, con umiltà, con determinazione e con limpida coscienza. Lo ha fatto fin da ragazzo, quando si è lasciato temprare dalla severa disciplina dei gesuiti, ricordava spesso padre Fusi e padre De Giudici che lo avevano introdotto negli studi classici, la sua vera passione. Di qui la sua preoccupazione per l’educazione dei giovani. A 16 anni vince il concorso per entrare alla Normale di Pisa. E appena superata la tempesta della guerra con la triste parentesi dell’invasione in Albania – un angelo lo salvò dalla morte – Carlo scelse di avviarsi al lavoro e di sposare Franca. E tu, cara Franca, lo spingesti a fare il concorso per la Banca d’Italia per avere uno stipendio piccolo ma sufficiente per sposarvi. Lo vinse con la qualifica di “avventizio provvisorio”. E restò nella Banca d’Italia per 47 anni, salendo fino al vertice.
Da allora il servizio al Paese è stata la costante della vita di Carlo. Era severo ed esigente anzitutto con se stesso. Ma la sua signorile severità faceva trapelare una calda passione civile che contagiava chi gli stava accanto. Per un destino della storia Carlo si è trovato ad assumere gravose responsabilità nei momenti più difficili per le Istituzioni, anche le più alte, che ha dovuto presiedere. Eppure – così lo ricordano i collaboratori – appariva calmo, sereno, anche durante le tempeste più gravi, e non per arroganza ma per una straordinaria sintesi di competenza, rigore, onestà e saggezza, tenendo in conto i pareri altrui ma avendo fisso come una stella polare l’interesse del Paese. Dell’Italia Carlo conosceva i limiti ma anche le potenzialità. convinto che i limiti potevano superarsi con un legame forte e duraturo con gli altri paesi europei. Un doppio patriottismo lo animava: quello che lo spinse a irrobustire una difficile unità degli italiani intorno al tricolore e quello di mettere al sicuro quest’unità in un’attiva cooperazione con gli altri paesi europei. Così, da Presidente, portò l’Italia nel nuovo millennio.
Era consapevole della necessità di un nuovo slancio spirituale e politico e negli ultimi anni non nascondeva le sue preoccupazioni. Volentieri ricordava l’incontro di Assisi del 2002 voluto da Giovanni Paolo II per scongiurare il terrorismo e invocare la pace. Al termine il Papa gli fece chiedere se voleva portare anche lui la lampada della pace. Con emozione il Presidente Ciampi si alzò e portò sul candelabro quella lampada accesa. Vengo da Assisi, dove ieri è venuto il Presidente Mattarella e dove domani verrà Papa Francesco, e vorrei consegnare a Carlo questa lampada di Assisi perché illumini i suoi passi verso il cielo e si possa dire anche di lui: “Beati i piedi di colui che porta la pace”. Amen!

lunedì 19 settembre 2016

XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (16,19-31)
C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui.
Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti””.
Oggi è la domenica del povero Lazzaro, di colui che giace alla porta del ricco, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cade dalla mensa. Nell’ultimo saluto durante i funerali preghiamo augurando al defunto di poter “con Lazzaro, povero in terra godere il riposo eterno del cielo”. Il Vangelo vuole che incontriamo oggi i tanti poveri Lazzaro, ci insegna a commuoverci delle loro piaghe, a scandalizzarci per la fame. Accorgiamoci di lui, perché Lazzaro ci accoglierà nel cielo, intercederà per noi. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere”. Gesù vuole che gli uomini non vivano “spensierati”, da buontemponi, come dice il profeta Amos, che sciupano la vita e pensano che tutti siano come loro. Da “spensierati” si accetta un mondo di sofferenza e si costruisce un abisso d’amore che non si può più colmare. Il contrario di un cuore spensierato e superficiale non è una vita da eroi o agitata: è un cuore umano e buono.
“C’era un uomo ricco che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente”. Quest’uomo, senza nome, non è descritto come uno sprecone, e neppure come uno sfruttatore dei suoi servi. È uno come tutti e si comporta nello stesso modo di quelli della sua condizione: vive spensieratamente la sua ricchezza. Il problema sta nel prosieguo della narrazione: “un mendicante di nome Lazzaro giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco”. L’evangelista in questo caso, riporta il nome, Lazzaro, e marca la differenza tra la sua situazione e quella del ricco. Questo quadro, che contrappone senza mezzi termini la vita consumista da una parte e la miseria più nera dall’altra, non era affatto considerato un’ingiustizia dalla teologia degli scribi. E non ritenendola tale, con facilità si tranquillizzava la coscienza con la dottrina dell’elemosina. Insomma, allora come oggi, si trovano le ragioni per far restare le cose come sono, per non cambiare neppure una palese ingiustizia come quella descritta dal Vangelo. Dopo la morte dei due protagonisti, si apre una scena completamente diversa. Ma questa volta appare chiaro quale sia il pensiero di Dio e il suo giudizio. Il ricco e Lazzaro sono ambedue “figli di Abramo”. Ma Lazzaro siede con questi alla mensa celeste; il ricco, non accolto nei tabernacoli eterni, è caduto nel luogo dei tormenti.
Se il ricco avesse aiutato Lazzaro, costui l’avrebbe accolto nel cielo. Ma solo ora comprende la verità della vita; ed è troppo tardi. Implicitamente, il ricco ammette l’inevitabilità della sua attuale triste condizione, come prima accettava tranquillamente la sua spensieratezza e le sue vesti di porpora e bisso; non chiede infatti di cambiare luogo ma solo di poter essere sollevato un poco; gli basterebbe toccare con la lingua un dito bagnato nell’acqua. Ma anche questo è impossibile; neppure Dio può superare l’abisso che l’uomo si costruisce attorno. Eppure, in questo mondo si continua la creazione di abissi tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, tra etnia ed etnia e, infine, sul piano planetario, tra paesi ricchi e paesi poveri. Lazzaro è il barbone accanto a noi, è lo straniero, è una etnia oppressa, è un popolo violentato e sfruttato. Dalla parabola, tuttavia, appare con estrema evidenza la predilezione di Dio per Lazzaro e per chi è, in ogni tempo della storia e in ogni parte del mondo, nelle sue stesse condizioni.
Il ricco ed il povero muoiono. Ed il mondo si rovescia. Come nella beatitudini: beato diventa il povero, mentre il ricco rimane solo con la sua ricchezza che non scalda, non soddisfa, anzi tormenta. Il mondo alla rovescia è Lazzaro con Abramo, nel seno d’Abramo; mentre il ricco rimane senza qualcuno che lo accolga, senza consolazione; era sazio ed ora ha fame; rideva ed ora piange. I tormenti del ricco di cui parla il Vangelo non sono una minaccia. Gesù non spaventa, anzi rassicura gli uomini. Ma il Signore cerca di spiegare la vita così com’è davvero. Svela al ricco che non è nella ricchezza che trova la gioia ed il futuro. E che senza l’altro rimane solo e si costruisce un inferno. Che fare? C’è speranza per il ricco? Può cambiare il ricco? Questa domanda angustia non poco Gesù. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei cieli, dirà. Amò quell’uomo ricco ma non fu amato. Che fare? Dobbiamo colmare tanti abissi d’ignoranza, di distanza, di assenza di parole, di mani che non si tendono, di consolazione che viene negata. Colmiamo questi abissi, come l’amministratore disonesto, investendo in misericordia; come il Samaritano, che con la compassione vuole bene ad uno sconosciuto e lo fa diventare il suo prossimo. Gesù sembra insistere, descrivendo la risposta d’Abramo al ricco, che non abbiamo bisogno di fatti miracolosi per convertire il cuore, per colmare questi abissi. Basta il Vangelo, che apre il cuore degli uomini e lo rende umano e vicino agli altri.

venerdì 16 settembre 2016

XXV Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (16,1-13)
Diceva anche ai discepoli: “Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”.
Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.
Il Vangelo parla di un amministratore e dei suoi traffici più o meno leciti. È un brano che a prima vista appare molto strano. Sembra, infatti, che Gesù porti ad esempio per i discepoli un uomo che si mostra leggero e truffaldino nell’amministrazione dei beni altrui. Ma, per comprendere correttamente il testo evangelico, è necessario inserirlo nel contesto. L’evangelista Luca nel capitolo 16 pone l’insegnamento di Gesù sull’uso della ricchezza (vi è una certa consequenzialità con il capitolo precedente ove, con la vicenda del “figliol prodigo”, si mostrano i guasti che provoca il voler usare le ricchezze solo per sé). Il testo evangelico vuol dire, in sintesi, che il problema non sta nei beni in se stessi, ma nel cuore di chi li usa, come è scritto nel Vangelo di Matteo: “La dov’ è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (M t 6,21). La questione centrale sta nel vedere dove abbiamo il nostro cuore, dove sono dirette le nostre vere preoccupazioni.
In questo contesto Gesù parla dell’amministratore di una grande proprietà. Costui viene accusato presso il padrone di svolgere in modo illecito il suo ufficio. E le accuse debbono essere talmente evidenti che il padrone decide di licenziarlo immediatamente; gli concede solo il tempo di preparare e consegnare i registri. Ma la vicenda ha una svolta inattesa. L’amministratore vede davanti a sé un’alternativa impossibile: mettersi a fare il mendicante, oppure zappare la terra; due sbocchi per lui insopportabili. Per sfuggirvi escogita un’altra truffa ai danni del padrone. Fa un giro presso i debitori del padrone, riesce a corromperli e defalca le somme dei loro debiti. In compenso essi si impegnano ad accoglierlo e mantenerlo appena licenziato. Ne emerge un uomo con pochi scrupoli; e meraviglia leggere la conclusione dell’evangelista: “Il padrone (Dio) lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza” (v. 8).
È ovvio che il padrone non approva il furto perpetrato ai suoi danni per ben due volte. Resta, invece, sorpreso dall’abilità dell’amministratore nel cavarsi dal guaio in cui si era cacciato con la sua condotta disonesta. Insomma, Gesù non loda l’inganno. E ancor meno raccomanda ai suoi discepoli di rubare con abilità per farsi così degli amici. Tant’è vero che quest’uomo viene messo non tra i “figli della luce”, ma tra i “figli di questo mondo”. Quel che viene portato ad esempio è l’abilità di quest’uomo nel cercare la sua salvezza. Tale abilità, che in tanti pongono nelle cose della vita ordinaria, Gesù vuole trasferirla sul piano della salvezza. In altri termini, Gesù sembra dire agli ascoltatori: “Quell’amministratore come conquista la salvezza? Come evita di zappare la terra o di mendicare? Come assicura il suo futuro?”. La risposta è: “Essendo generoso verso i debitori”. In effetti, il suo futuro e la sua stessa vita dipesero dalla sua generosità. Con essa legò a sé i debitori. E Gesù aggiunge: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (v. 9).
Procurarsi amici. Ma si badi bene. L’amicizia non si compra, si costruisce con la generosità. Con un cuore pronto e disponibile. Qui sta il centro della parabola odierna: la generosità verso i debitori (ossia verso i poveri e i deboli) salva la nostra vita e il nostro futuro. Siate amici dei poveri e sarete salvi. Questa è la scaltrezza che chiede oggi il Vangelo. Lo chiede a noi suoi discepoli. E lo chiede ai paesi ricchi perché comprendano che la loro salvezza, anche terrena, dipende da una rinnovata attenzione ai paesi poveri; dal non lasciarli soli in balia dei loro problemi. E, perché no! A condonare a essi quel debito che mai riusciranno a pagare e che li spinge sempre di più verso l’abisso.
Il commento più efficace a questa parabola è forse la frase di Gesù riportata da Paolo mentre sta dando il suo addio ai responsabili della comunità di Efeso: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Paolo lasciava loro questa frase quasi a compendio della vita. È una indicazione semplice circa la via della felicità e della gioia. Perché siamo tristi? Perché le nostre giornate scorrono spesso senza gioia? Non abbiamo capito che la gioia non sta nel ricevere, ma nel dare. Noi, abituati come siamo a cercare per noi stessi, ad accumulare per noi, talora anche in modo forsennato, non riusciamo a gustare la bellezza della generosità e della gratuità, la gioia del dono della propria vita per gli altri. Non si parla qui di eroismo. A volte basta dare un’ora di tempo ma con generosità e volentieri, a chi ha bisogno ed è solo. È sufficiente dare un filo di amicizia, un aiuto materiale, una visita in ospedale, una semplice parola di conforto. Ritornano le altre parole di Gesù: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35). È questa la via della gioia. L’altra, quella della difesa e del cercare anzitutto per sé, porta alla tristezza.

venerdì 9 settembre 2016

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (15,1-32)
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Ed egli disse loro questa parabola:
“Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.
Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato””.
Nel Vangelo di questa domenica appare prima un pastore che chiama i suoi amici e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta” (v. 6); poi una donna di casa che va dalle sue amiche e le invita: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta” (v. 9). E, infine, un padre che chiama i servi e dice loro: “Portate qui il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita” (vv. 23-24). Sono tre modi per esprimere lo stesso stato d’animo: la gioia di Dio quando ritrova i suoi figli che si erano smarriti. Vorrei immaginare la gioia di Dio che esplode in ogni santa Liturgia della domenica. Sì! Ogni domenica Dio ci ritrova e fa festa. E possiamo paragonare il Signore a quel padre della parabola che dall’alto della casa guarda verso le nostre strade e appena ci vede arrivare, come fece quel figlio che tornava, scende di corsa verso la porta per venirci incontro e abbracciarci. E in effetti la santa Liturgia si apre con l’abbraccio di Dio: è il momento del perdono. Subito siamo rivestiti della misericordia: “Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi” (v. 22). E possiamo intonare l’inno di lode, il Gloria. Eppoi si apre il lungo colloquio con la Parola di Dio, interrotto dalla nostra lontananza. Viene quindi il banchetto eucaristico che, nutrendoci con il pane santo e il calice della salvezza, ci trasforma sino a renderci simili al Figlio prediletto.
Si potrebbe dire che la domenica è tutta qui: la festa dell’abbraccio di Dio, la festa della grande misericordia. Una misericordia che è raro trovare nel mondo, dove tanto spesso si incontra l’assenza del perdono e, ancor più, dell’amore. Tra di noi è normale l’affermazione di se stessi, la rivendicazione dei propri diritti e l’insensibilità al perdono. I due figli della parabola, il minore e il maggiore, sono ambedue gretti ed egoisti. Verrebbe da dire: “Povero padre con quei due figli!”. Avevano tutto: il padre ricco e una casa grande; servi che li accudivano e possedimenti di cui godere. Avevano tutto, ma in comune. Preferirono la loro grettezza. “Padre – disse il figlio più giovane – dammi la parte del patrimonio che mi spetta” (v. 12). Davvero sciocco! Preferisce una parte al tutto. In quel giovane, come spesso in ognuno di noi, c’è il fastidio per quanto è comune; il fastidio di non essere padroni assoluti di se stessi e delle proprie cose. “Dammi quel che mi spetta!”. È un triste ritornello quotidiano. Il giovane si allontanò da casa e visse da dissoluto. Nel contesto evangelico il termine “dissoluto”, più che un comportamento immorale, significa un vita sciolta (dissoluta) da ogni dipendenza, da quella del padre e della casa. Insomma vivere da dissoluto significa voler far da sé, senza ascoltare nessuno e senza dipendere da nessuno. Insomma, vivere da solo, lontano dal padre. Ma, comportandosi così, quel giovane si ritrovò a fare il guardiano di porci.
Ugualmente egoista fu il fratello maggiore. Non appena i servi gli riferirono il motivo della festa, si adirò contro il padre e non volle entrare. Rifiuta la festa e la misericordia; preferisce un capretto per lui e qualche amico al vitello grasso e alla tavola imbandita con il fratello e tutti gli altri. Sembra strano che non si lasci prendere da quella festa; ma così accade ogni volta che si vuole la festa solo per sé. Il Padre gli dice: “Tutto ciò che è mio è tuo” (v. 31). Ma quel figlio preferisce rimanere fuori, nervoso e triste; sembra incredibile, eppure è triste perché il padre ha organizzato una grande festa.
Questi due figli non sono lontani da noi; convivono nel cuore di ciascuno di noi, accomunati dalla stessa voglia di avere tutto per sé. Esattamente il contrario di quello che desidera il Padre. Ma la voglia di possedere, di avere solo per sé, come il Vangelo ci mostra, conduce alla tristezza, e spesso anche alla rovina. Quel che però alla fine conta è la capacità di rientrare in se stessi, di accorgersi della tristezza della propria condizione, di rialzarsi e ritornare alla casa del Padre. È sufficiente solo ricordare queste parole evangeliche sulla misericordia di Dio che ci appare infinitamente più grande del nostro peccato. È proprio questo ricordo che ci dà la forza di rialzarci e riprendere il cammino verso il Signore. Troveremo non un giudice, ma un padre che ci viene incontro per abbracciarci.
La domenica è il giorno benedetto per tornare. La santa Liturgia ci viene incontro e sconfigge ogni nostra tristezza, ogni nostro peccato, ogni nostra chiusura. Lasciamoci prendere da questa festa e gustiamola. La domenica allarga il cuore, fa cadere i muri, fa aprire le porte della mente, fa vedere lontano verso il mondo, verso i poveri. La domenica è larga, come larga è la misericordia di Dio. La domenica è ricca, non gretta; è piena di sentimenti, più bella dei nostri istinti banali e scontati. La domenica è il giorno santo in cui Dio ci rende uomini e donne più felici. Un antico inno, composto dal santo vescovo Giovanni Crisostomo, cantava: “Se uno è amico di Dio, goda di questa festa bella e luminosa. Chi ha lavorato e chi non l’ha fatto, chi è nella pace e chi è nel dolore, chi si è smarrito e chi è stato a casa, chi è appesantito e chi è sollevato, tutti vengano e saranno accolti. La santa Liturgia è festa, è perdono, è abbraccio di Dio per ognuno”. Così sia per noi oggi.