martedì 30 agosto 2016

XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (14,25-33)
Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
Tutti i pellegrini in Terra Santa sanno bene che leggere il Vangelo in quei luoghi facilita la comprensione di molte sue pagine a motivo dei contorni più precisi che esse assumono. Il Vangelo di questa domenica rientra tra queste. L’evangelista Luca ci presenta il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, e possiamo immaginare le strade polverose e assolate, talora in mezzo a un deserto sassoso come quello di Giuda, che salgono verso il monte Sion, agognata meta per ogni pio ebreo. Gesù era appena uscito dalla casa di uno dei capi dei farisei, ove aveva partecipato a un banchetto, durante il quale non erano mancate parole decise e taglienti. Riprendeva il cammino seguito da molta folla. Accorgendosi che tanti lo seguivano, Gesù “si voltò” per guardarli. Non è una semplice notazione di cronaca. In quel “voltarsi” c’è tutta la passione di Gesù per la gente. Quante volte ha ripetuto a coloro che lo seguivano che non era venuto per se stesso, ma per loro! Da allora Gesù non cessa di “voltarsi” verso le folle stanche e sfinite di questo mondo. Le folle di ieri e quelle di oggi. E tra esse, anche noi.
Ogni volta, infatti, che ci viene annunciato il Vangelo, particolarmente nella Liturgia eucaristica domenicale, si attua nuovamente questo “voltarsi” di Gesù. La sua parola è detta per noi; è proclamata per raggiungere e commuovere il nostro cuore. Il “voltarsi” di Gesù è un voltarsi serio, come serio è il suo amore. Egli si è assunto a tal punto la nostra causa da dare la sua stessa vita per noi. Ma pretende da noi altrettanta serietà nel seguirlo: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la propria vita, non può essere mio discepolo” (v. 26). Sono le condizioni per seguire Gesù. In nessun altro punto del Vangelo si parla con tanta serietà della sequela. A differenza del brano analogo di Matteo (10,37), Luca enumera dettagliatamente i vari rapporti di parentela, sembra non volerne escludere nessuno; e tutti sottostanno all’urtante verbo “odiare”. Per essere miei discepoli, dice Gesù, non basta venire dietro a me fisicamente e affrontare anche qualche sacrificio; è necessario troncare con un taglio netto tutti i legami col passato, sino ad “odiare” padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e persino se stessi! Non c’è dubbio che si tratta di parole a prima vista durissime, tanto da sembrare impossibile che siano uscite dalla bocca di Gesù. Eppure sono lì, chiare e inequivocabili.
È certamente vero che si tratta di espressioni da collocare nel contesto linguistico semitico che manca del comparativo relativo, per cui l’essenza della frase “amare meno” diventa, quasi automaticamente, “odiare”. Questa è l’interpretazione comune di questo brano. Tuttavia, l’espressione “odiare” non va neutralizzata con troppa facilità. La pretesa di Gesù è e resta estremamente dura in se stessa. Una interpretazione semplicemente etica della parola (rifiuto del comandamento dell’amore, oppure critica nei confronti del quarto comandamento del decalogo) non coglie l’essenza della richiesta evangelica. Gesù e il Regno di Dio esigono l’annullamento di tutti gli ordinamenti di vita valevoli fino a quel momento, per crearne di nuovi. È a partire dalla scelta radicale per Gesù che debbono rinascere i rapporti, anche quelli familiari. Chi volesse amare Gesù alla pari di altri affetti, non amerà in modo serio nessuno dei due. La radicalità della scelta per il Signore è quindi la sostanza di questo brano evangelico. Il versetto seguente lo chiarisce: “Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (v. 27). Gesù pronuncia questa frase mentre cammina verso Gerusalemme, ove lo attende, appunto, la croce.
Ebbene, “andare dietro a Gesù” vuol dire partecipare al suo destino, essere una cosa sola con lui. Non è cosa facile e a poco prezzo. Nell’intraprendere questa strada è necessario riflettere con cura e valutare le proprie scelte. Gesù chiarisce questo concetto con due esempi tratti dalla vita quotidiana. L’uomo che vuole costruire un fabbricato calcola con cura se le sue disponibilità finanziarie sono sufficienti per realizzare l’impresa; così pure un re, prima di fare una guerra, valuta se con le sue forze potrà sconfiggere il nemico, altrimenti negozia le condizioni di pace prima che sia troppo tardi. Non si tratta qui di calcoli da fare quasi ci fosse un’alternativa nel seguire il Signore. Tutt’altro. Gesù chiude affermando: “Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (v. 33). Sembra che l’unico calcolo da fare sia, appunto, rinunciare a tutto per scegliere Gesù ed essere suoi discepoli. E questo non è un fatto banale; è la cosa più tremendamente seria della nostra vita.

martedì 23 agosto 2016

XXII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (14,1.7-14)
Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.

Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.
“Una mente saggia medita le parabole”, nota il Siracide (3,28). È quanto facciamo anche oggi, dopo aver ascoltato appunto le due parabole pronunciate da Gesù. È sempre saggio meditare le parabole, soprattutto mentre in molti si riprende il cammino ordinario dopo le vacanze: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”. canta il Salmo (Sal 118/119,105). Il Vangelo presenta Gesù che, invitato a pranzo in casa di un capo dei farisei, osserva gli ospiti correre a scegliere i primi posti. È una scena che ci è forse familiare anche se, magari per timore o per educazione, non ci ha visti protagonisti sciocchi. Eppure, non siamo lontani dalle abitudini stigmatizzate dal Vangelo. Gesù, che legge nel profondo dei cuori, vede anche noi correre per prendere i primi posti, come quegli invitati di cui parla il Vangelo. Non è questione di cercare la poltrona più bella o la prima fila. Si può scegliere il primo posto anche mettendosi nell’ultima fila o nell’ultima sedia. La scelta del primo posto, infatti, riguarda il cuore, non le sedie. Scegliere i primi posti è porre se stessi davanti a tutto; è voler piegare tutto ai propri comodi; è pretendere di essere serviti piuttosto che servire; essere onorati piuttosto che essere disponibili; essere amati prima di amare, oppure mettersi alla fine per non amare, per non servire. Scegliere il primo posto, insomma, vuol dire anteporre se stessi a ogni cosa. Si comprende bene che non è questione di sedie, bensì dello stile della vita.
Gesù stigmatizza questo comportamento. Esso non giova, anzi è dannoso perché ci rende concorrenti e nemici l’uno dell’altro, condannandoci così a una vita fatta di spiate, di spinte, di invidie, di soprusi. Non è questione di galateo o di buone maniere. Gesù va ben oltre; intende cogliere la concezione che ognuno ha di se stesso. E la lezione è chiara: chi crede di essere giusto e pensa di poter stare a testa alta tanto da meritare il primo posto avanti ad altri, costui sentirà dirsi: “Cedigli il posto!” (v. 9), e dovrà arretrare pieno di vergogna. E bene allora vergognarsi della propria superbia e dell’indulgenza che ciascuno ha verso se stesso, già prima di prendere posto. È bene vergognarsi davanti a Dio del proprio peccato, senza che questo comporti depressione, poiché “solo Dio è buono”. La santa Liturgia ci suggerisce questo atteggiamento quando all’inizio ci fa invocare per tre volte: “Signore, pietà”. E il Signore viene accanto a ciascuno e ci esorta: “Amico, passa più avanti!”; “amico, vieni, ascolta la mia parola, gusta il mio pane e bevi il mio calice”. Sì! Chi si umilia e chiede perdono, chi china il capo davanti al Signore, costui sarà esaltato. Il Signore non sopporta i superbi e non tollera gli egoisti. Egli è il “Padre degli umili”. “Figlio – esorta il libro del Siracide – nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande, tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché dagli umili Egli è glorificato” (Sir 3,17-20). E la prima Lettera di Pietro esorta i cristiani a “rivestirsi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (5,5). L’umiltà non ha nulla a che vedere con l’umilismo. L’umiltà è riconoscere che solo Dio è grande, solo Dio è buono, solo Dio è misericordioso. Nessuno di noi è buono per carattere o per natura. Al contrario, siamo impastati di egoismo. La bontà è frutto di conversione, dell’ascolto della Parola di Dio, della pratica della carità.
L’umile capisce, sa amare, sa essere fratello e sorella, sa pregare, sa essere umano, sa smuovere le, montagne più alte e sa colmare gli abissi più profondi. L’umile realizza l’altra parabola evangelica: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli… perché anch’essi non ti invitino… e tu ne abbia il contraccambio. Al contrario… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti” (vv. 12.13). In un mondo in cui tutto è commercializzato, in cui il do ut des è la legge ferrea che regola ogni comportamento, le parole di Gesù sono davvero una bella notizia, l’annuncio della gratuità, del gesto fatto per amore e con disinteresse. Di qui nasce una nuova, più ampia solidarietà. Noi, umili discepoli, cosa faremo quest’anno? Quale impegno cercheremo di portare avanti? Il compito affidato a noi è quello di apparecchiare e servire il banchetto dell’amore, di voler bene a tutti e particolarmente ai più poveri.