giovedì 28 aprile 2016

Sesta Domenica di Pasqua

Dal vangelo di Giovanni (14,23-29)
Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Mentre ci avviciniamo alla celebrazione della Pentecoste, la Liturgia ci riporta all’Ultima Cena e propone un brano tratto dai grandi discorsi fatti da Gesù ai suoi. I versetti 23-29 del capitolo 14 del Vangelo di Giovanni fanno parte del primo colloquio di Gesù, allorché egli conforta la fede e l’amore di quella prima piccola comunità, con la promessa dello Spirito. Il primo nodo che Gesù affronta è quello della presenza di Dio nella vita del credente e della comunità. Ed è senza dubbio uno dei temi cardini della nostra stessa vita e di ogni esperienza religiosa. Il bisogno del rapporto con Dio, spesso surrogato nella società odierna con le più svariate esperienze, resta il cuore della vita di ogni uomo. E il Vangelo è la risposta radicale a tale bisogno. L’affermazione di Gesù è chiara: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (v. 23). C’è una identità tra l’amore per Gesù, l’osservanza della sua parola e la presenza di Dio. Nella tradizione veterotestamentaria il luogo della dimora di Dio nel cammino nel deserto era la “tenda”, successivamente fu il “Tempio” e la stessa “Gerusalemme”. Con Gesù, il Tempio diviene lui stesso; e chiunque si unisce a lui partecipa del culto. Oggi, pertanto, il luogo della presenza di Dio (qui risiede la straordinarietà del cristianesimo!) è il cuore di chi ascolta e mette in pratica il Vangelo. Per incontrare Dio – viene a dirci il Vangelo di questa domenica – non abbiamo bisogno né di miracoli, né di visioni straordinarie e neppure di rivelazioni nuove. Il Vangelo ci basta! Giovanni, nella sua prima Lettera, afferma: “Chi osserva la parola di Gesù, in lui l’amore di Dio è perfetto” (1 Gv 2,5); e Gesù stesso dice con solennità: “In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte” (Gv 8,51).
Il Vangelo è la perfezione e la vita eterna. Purtroppo la maggior parte di noi crede poco a tale verità; eppure le affermazioni evangeliche sono molto chiare e da tutti comprensibili. Il Vangelo non divide gli uomini in perfetti o imperfetti a seconda delle varie appartenenze. L’unica divisione passa nel cuore di ognuno, quando osserva o non osserva il Vangelo. È piuttosto normale, invece, andare alla ricerca di qualcosa d’altro. Gesù dopo aver ribadito: “Chi non mi ama, non osserva le mie parole”, aggiunge immediatamente: “La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (v. 24). Ecco cos’è il Vangelo. Come dire, allora, che non ci basta? Qualcuno potrebbe ribattere che sono ormai duemila anni che lo si ascolta e poco o nulla è cambiato; si auspicano nuove prospettive, magari legate al Vangelo, ma che lo adattino e lo rendano più moderno. Mi ha, invece, molto impressionato una considerazione che faceva spesso padre Mien, il parroco di Novaiaderevna (vicino a Mosca) ucciso agli inizi degli anni Novanta a Zagorsk. Da pochi anni aveva fondato un movimento di rinnovamento religioso e a coloro che lo avvicinavano diceva: “Non crediate che il Vangelo abbia ormai detto tutto, perché in realtà noi oggi siamo ancora agli inizi della comprensione di quelle parole!”. Siamo appena agli inizi di una comprensione vera del Vangelo, una comprensione che richiede un’appassionata adesione, un coinvolgimento totale.
Non abbiamo bisogno di altre parole: dobbiamo, e con urgenza, approfondire e amare l’unica Parola. È quello che Gesù disse ai suoi discepoli di allora e ripete a noi oggi: “Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (vv. 25-26). Gesù aveva capito che i discepoli erano smemorati e inclini all’incomprensione; e noi non siamo diversi. Per questo aggiunse che avrebbe mandato lo Spirito come maestro interiore dei discepoli e di ogni credente. Sarà suo compito “insegnare” e “ricordare” le parole dette da Gesù. “Ricordare” il Vangelo con l’aiuto dello Spirito vuol dire amarlo come la parola più cara e cercare in ogni modo di metterlo in pratica. La vita del discepolo, guidata non dai tanti “spiriti” di questo mondo ma dallo “Spirito di Dio”, renderà visibile la parola scritta. Gregorio Magno, con quella sapienza spirituale che lo ha reso uno dei più grandi maestri spirituali, scriveva: “La santa Scrittura cresce con colui che la legge”.

lunedì 18 aprile 2016

Quinta Domenica di Pasqua

Dal vangelo di Giovanni (13,31-35)
Quando fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.
Gli apostoli e i discepoli, dopo la risurrezione, incontrano Gesù ora nel cenacolo, ora sulla via di Emmaus, ora sul mare di Tiberiade. In certo modo è quel che accade anche a noi, di domenica in domenica. Ci ritroviamo assieme infatti per incontrare il Risorto, quello stesso Gesù che aveva detto ai suoi, con una tenerezza incredibile: “Figlioli, ancora per poco sono con voi” (Gv 13,33). Lo incontriamo in questo tempo, mentre tanti pensano sia poco importante e poco utile andargli vicino e ascoltare la sua voce. Eppure nel cuore di ogni uomo e di ogni donna ci sono le lacrime, c’è il lutto, c’è il lamento e soprattutto l’affanno del vivere. Chi dimentica di incontrare colui che ha vinto la morte, risorgendo alla vita, resta da solo con le sue povere energie, con i suoi poveri sentimenti, magari pieni di autosufficienza; costui viene a scoprire presto l’affanno del vivere, mentre la parte migliore della sua umanità finisce con l’oscurarsi. Basta alzare gli occhi dalla propria vita e guardare verso altre terre per accorgersi di quanta morte, di quanti lutti e lamenti ci sono ancora nel mondo. E noi non facciamo nulla! Senza dubbio potremmo almeno gridare di più contro lo scandalo di tante ingiustizie e prevaricazioni. Come possiamo essere così indifferenti, come possiamo correre così in fretta nella nostra vita, quasi ubriachi dei nostri problemi, individuali o nazionali? Come si può vivere, discutere, dialogare e affrontare anche la stessa vita pubblica, senza incontrare il dolore e la morte, senza essere spinti verso la costruzione di un mondo diverso?
Il credente va incontro alla parola del Risorto e invoca un giorno diverso: quel giorno in cui non si levino più lamenti poiché la morte, con tutto il suo potere oscuro, è stata debellata. Le cose vecchie sono ancora troppo forti; è necessario operare e sperare per le cose nuove, perché il male e i suoi seguaci non dominino più sul mondo. Non è un appuntamento abitudinario quello che convoca i fratelli e le sorelle attorno al Risorto. È un momento, grave ed esaltante. Quella sera del giovedì dell’Ultima Cena, Giuda era appena andato via, e l’atmosfera si era fatta come più serena e familiare: allora Gesù diede loro “il comandamento nuovo”. Ogni domenica è così. Il comando che Gesù ci rivolge è un comando “nuovo”: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v. 34). “Nuovo” vuol dire “ultimo”, “definitivo”, potremmo dire anche “unico”, “fondamentale”.
Quando attorno alla tavola del Signore – quella tavola che ogni domenica ci viene apparecchiata (anche se noi la lasciamo talora deserta) – si cominciano ad ascoltare queste parole e ci si ama (cerchiamo di amarci) come Egli ci ha amati, si accende in noi un amore più grande, più largo, che trascende i nostri abituali confini. Di qui nasce il desiderio di un giorno diverso, migliore, il desiderio della fine di ogni tristezza, di ogni dolore, di ogni potere oscuro. Non è chiesto ai cristiani di costruire la città cristiana, la città sacra; tuttavia, stretti attorno al Signore, sentiamo una voce che dice: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed Egli sarà “il Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte la cose”” (Ap 21,3-5).
La vicinanza al Risorto ci tocca e ci trasfigura: il cielo e la terra nuova iniziano quando cominciamo ad amarci come il Signore ci ha amati. Abbiamo allora la trasfigurazione non solo di singole persone, bensì di un gruppo, non importa se piccolo o grande. Gesù stesso aveva detto: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). E dove vive il Signore non vivono più le cose vecchie: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni verso gli altri” (Gv 13,35). È stato soprattutto la pratica dell’amore, afferma Tertul1iano, a imprimere quasi un marchio di fuoco agli occhi dei pagani: “Vedete come si amano” dicono (mentre essi si odiano tra loro) “e come sono pronti a dare la vita l’uno per l’altro” (mentre essi preferiscono uccidersi tra di loro). Il comandamento “nuovo” non è solo il distintivo di appartenenza a Cristo, è il volto stesso del Signore risorto che vive in quel piccolo gruppo di poveri discepoli che cercano di metterlo in pratica.

giovedì 14 aprile 2016

Quarta Domenica di Pasqua

Dal vangelo di Giovanni (10,27-30)
Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola”.
In quel giorno di sabato, nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, antica città situata nel cuore dell’Asia Minore (l’attuale Turchia), avvenne un fatto che non appartiene solo alle origini della storia della comunità cristiana: è l’uscita della Chiesa dall’ebraismo. C’erano in quella sinagoga donne pie di alto rango e uomini abituati a incontrarsi tra di loro; era un gruppo ben formato e amalgamato, tutti credenti nell’unico Dio; cosa, ovviamente, bella e singolare in una terra di increduli e di pagani. In quella riunione di gente religiosa e credente entrarono Paolo e Barnaba e con loro “quasi tutta la città”, desiderosa di ascoltare l’annuncio evangelico. “Quando videro quella moltitudine”, scrive l’autore degli Atti degli apostoli (13,14.43-52), i giudei furono presi da gelosia e cominciarono a contraddire le parole di Paolo, bestemmiando.
Questa vicenda, apparentemente lontana, si ripete in verità lungo le generazioni, anche se con modalità diverse. Infatti, i credenti della sinagoga di Antiochia sono quei credenti di ogni ora, di ogni generazione, per i quali la parola evangelica è qualcosa di già posseduto, di già conosciuto, al punto che non solo non sentono più il bisogno di ascoltare ma, qualora lo fanno, non ascoltano con il cuore e con la disponibilità a cambiare. Quando la Parola li strappa dalla sapienza della loro legge o della concentrazione su loro stessi; oppure quando il Vangelo rompe i confini del gruppo, del clan, della razza, della nazione, costoro reagiscono contraddicendo. La vicenda accaduta ad Antiochia è un’ammonizione per ogni singolo credente, per ogni comunità ecclesiale, e perché no, anche per quella mentalità individualista che sottolinea il proprio particolare, che sempre più si sta affermando. Credere di conoscere già il Signore e di possederlo, bloccando così la continua chiamata alla conversione del cuore che ogni giorno ci invita a superare i nostri confini, è contraddire il Vangelo, e al fondo, bestemmiarlo. La vita alla sequela di Gesù e al suo Vangelo non è la sicurezza di un’appartenenza e neppure la tranquilla acquisizione di una predilezione antica. C’è una fatica nell’ascolto e un’urgenza di cambiamento del nostro cuore nella sequela. Nel Vangelo Gesù dice: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10,27-30). Essere fedeli al Signore vuol dire ascoltare la sua voce e seguirlo ogni giorno, ovunque Egli ci conduce. È l’esatto contrario dello stare seduti pigramente e orgogliosamente nella sinagoga di Antiochia. A chi lo ascolta e a chi lo segue (l’unico modo per seguirlo è ascoltarlo mentre parla e cammina per le vie del mondo) promette la vita eterna: nessuno dei suoi andrà perduto, dice Gesù con la sicurezza di chi sa di avere un potere più forte persino della morte. E aggiunge: “Nessuno le rapirà dalla mia mano”. Si tratta di un pastore buono, forte e geloso delle sue pecore. La vita di quelli che lo ascoltano è nelle mani di Dio; mani che non dimenticano e che sanno sostenere sempre.
L’Apocalisse (7,9.14-17) apre davanti ai nostri occhi la visione di “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’ Agnello, avvolti in vesti candide” (v. 9). È l’immagine della fine della storia, ma anche del fine di essa: quella moltitudine è ciò verso cui ci conduce il Buon Pastore. Ed è proprio questa visione che i credenti e gli uomini di buona volontà sono chiamati a realizzare già oggi, in particolare in questo momento storico, nel quale assistiamo a un mondo in cui i singoli e le nazioni (compresi i gruppi etnici) sono tesi più che alla comunione, alla rivendicazione dei propri diritti. Tuttavia, quello che resta spesso sottaciuto è proprio questa visione dell’unità del genere umano che è, al fine, “la missione storica” di Gesù. L’Apocalisse rappresenta il contrario di quello che accadde ai giudei di Antiochia di Pisidia; la predicazione ruppe i confini angusti di quelle persone religiose e si proiettò verso il vasto mondo degli uomini. Il Vangelo allarga il cuore di ogni credente, perché scardina radicalmente la radice amara dell’individualismo egoista e violento. Nel cuore di ogni singolo membro di quella “moltitudine” di cui parla l’Apocalisse (ne fanno parte anche coloro che, senza saperlo, sono animati dallo spirito di Dio), si coglie il respiro universale che sorregge il cuore stesso del Buon Pastore. In questa domenica la Chiesa invita a pregare per i sacerdoti e per il loro compito pastorale. E una preghiera che ci coinvolge ben sapendo che tutti, ma loro in particolare, debbono vivere il respiro di quella carità universale caratteristica del Vangelo cristiano.

martedì 5 aprile 2016

Terza Domenica di Pasqua

Dal vangelo di Giovanni (21,1-19)
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora egli disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”.
La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”. Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pascola le mie pecore”. Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”, e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”.

Il brano evangelico che la Liturgia ci annuncia in questa terza domenica di Pasqua ci narra la terza apparizione di Gesù agli apostoli dopo la risurrezione, come a volerci far restare dentro il mistero della Pasqua come narrato dai Vangeli. L’invito rivolto da Gesù ai discepoli in quel mattino, sulla riva del mare di Galilea, si realizza così anche per noi in questa santa Liturgia: “Venite a mangiare”. La Liturgia infatti è sempre un invito che il Signore ci rivolge. E come allora si realizza la parola evangelica: “Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro”. La santa Liturgia ci fa vivere il grande dono della Pasqua. Un dono di cui tutti, il mondo intero, ha bisogno. C’è bisogno di vivere con la gioia nel cuore la Pasqua perché possa forzare il mondo verso il regno di amore e di pace che Gesù è venuto ad instaurare tra gli uomini. Del resto, non è lontana da noi l’esperienza che fecero Pietro, Tommaso, Natanaele, i figli di Zebedeo e gli altri due discepoli in quella notte che erano tornati a fare i pescatori di pesci e non più di uomini. Ma, nota amaramente l’evangelista, “in quella notte non presero nulla” (Gv 21,3). Sì, neppure i pesci. È l’esperienza di tanti uomini e di tante donne, in tanti giorni e in tante notti: sembra non produrre nulla e sappiamo che è anche la nostra esperienza quando siamo lontani dal Signore. La “notte” di cui parla il Vangelo non è quella temporale, ma la condizione di chi vive lontano da Gesù. Senza il Signore è sempre notte e gli sforzi sono inutili. Gesù lo aveva detto ai discepoli nell’ultima cena: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).
Ma, mentre tutto sembrava chiudersi tristemente, Gesù si fece accanto alla stanchezza di quei sette apostoli, incontrò la loro fatica e la loro delusione. La vicinanza di Gesù, non importa se riconosciuto o no, comportò la fine della notte e, quel che conta, segnò l’inizio di un nuovo giorno, di una nuova vita per quei discepoli affaticati e spaventati. Egli chiese loro se avevano del pesce da mangiare. Quei sette furono costretti a confessare tutta la loro povertà e la loro impotenza. Non avevano neppure i cinque pani e i due pesci che presentarono a Gesù nella prima moltiplicazione dei pani. Gesù, che peraltro non avevano ancora riconosciuto, con amicizia autorevole li invitò però a cercare altrove: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. Quei sette uomini accolsero l’invito e, senza opporre resistenza alcuna, sebbene fosse più che ragionevole esprimerla, obbedirono: e la pesca fu grande, miracolosa, oltre ogni misura. L’obbedienza alla Parola di Dio fa compiere i miracoli, quelli della Pasqua di risurrezione.
Ed è stata proprio questa esperienza di fecondità e di gioia che ha fatto dire ad uno dei discepoli, quello che Gesù amava: “È il Signore!”. Ancora una volta, per bocca del discepolo che aveva gustato l’amore, risuonava agli altri apostoli l’annuncio della Pasqua. Simon Pietro, nel sentire la vicinanza del Signore, comprese tutta la sua indegnità: davanti al Signore e al suo incredibile amore, ciascuno di noi vede la propria indegnità, il proprio peccato, il proprio bisogno di aiuto. Pietro si cinse subito i fianchi con una veste, era infatti nudo, si gettò nel lago e corse a nuoto verso Gesù. Gli altri, invece, vennero dietro con la barca trascinando la rete piena di pesci. Ed ecco che, al termine della pesca, giunti sulla riva, vedono un fuoco con del pane e dei pesci preparati da Gesù. Ad essi si aggiunsero anche quelli che avevano pescato, come a sottolineare l’abbondanza della vita che Gesù prepara per i discepoli. Di fronte a questo, nessuno osava domandargli nulla. Potremmo dire che rimasero senza parole, come quando si è superati dall’ amore e dalla tenerezza.
Era una scena semplice, piena di stupore, ma soprattutto piena di una domanda: quella di Gesù a Simon Pietro. Non era una domanda sul passato, o sulle delusioni; e neppure sulle non poche paure. Gli chiese solamente: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. Gesù interpellò Pietro sull’amore. Non gli ricordò il tradimento di qualche giorno prima; l’amore infatti copre un gran numero di peccati. E Pietro, che pure si era vergognato davanti a lui e gli era corso incontro, prontamente rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Era una risposta più vera di quella che aveva dato quel giovedì sera nel cenacolo quando disse a Gesù: “Per te sono disposto ad andare in prigione e alla morte” (Lc 22,33). Ora, la risposta era più vera, più umana. E, a lui che non meritava nulla, Gesù disse: “Pasci i miei agnelli”; sii responsabile degli uomini e delle donne che ti affido. Proprio Pietro che aveva mostrato di non essere in grado di restare fedele, doveva essere il responsabile? Proprio lui? Sì, perché ora Pietro accoglieva l’amore che Gesù stesso gli donava; e nell’amore si diviene capaci di parlare, di testimoniare, di prendersi cura degli altri.
Gesù non lo interrogò una volta sola sull’amore, ma tre volte, ossia sempre. Ogni giorno, ci viene chiesto se amiamo il Signore. Ogni giorno, ci viene affidata la cura degli altri. L’unica forza, l’unico titolo che ci permette di vivere è l’amore per il Signore. Gesù disse ancora a Pietro: “Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi”. Pietro forse ricordò la sua giovinezza di pescatore a Betania, quando si alzava presto per andare a pescare, quando usciva di casa per girare dove voleva, forse anche le sue delusioni e magari anche il luogo dove incontrò per la prima volta Gesù. Mentre gli tornavano in mente questi ricordi, Gesù aggiunse: “Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Il Vangelo spiega che si parla della sua morte; ma Pietro, come ogni credente, non sarà lasciato solo: quell’amore sul quale siamo interrogati impegna il Signore prima che noi. È lui infatti che ci ha amati per primo e mai più ci abbandonerà, anche quando “un altro ci cingerà la veste e ci porterà dove noi non vorremmo”. Quel che conta è la fedeltà a quella scena sulla riva del lago, che ogni domenica si ripete per noi; quella scena ha un sapore di eternità, l’eternità dell’amore di Gesù per i suoi discepoli, per ciascuno di noi.