mercoledì 30 marzo 2016

Domenica della Divina Misericordia

Dal vangelo di Giovanni (20,19-31)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Questa domenica è particolarmente significativa in questo anno giubilare della misericordia. Il Vangelo ci riporta alla sera del giorno di Pasqua, nel cenacolo. Gesù aveva trascorso quasi l’intera giornata con due anonimi discepoli che se ne ritornavano tristi a Emmaus, loro villaggio. Il Vangelo di questa seconda domenica di Pasqua (Gv 20,19-31) ci riporta alla sera di quel giorno. L’evangelista narra che Gesù, “mentre erano chiuse le porte” del luogo dove si trovavano i discepoli, entrò e si fermò in mezzo a loro. Glielo aveva detto durante l’ultima cena: “Ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi pure vivrete” (Gv 14,18-19). Ma non avevano capito e comunque non gli avevano creduto. Dalla sera di Pasqua inizia per loro una nuova comprensione di Gesù. Essi vedono un Gesù diverso, risuscitato, anche se è lo stesso di prima: nel suo corpo sono evidenti i segni dei chiodi e lo squarcio della lancia; essi stanno a dire che siamo all’inizio della risurrezione (molti sono ancora oggi i corpi, segnati da ferite e da sofferenze, che aspettano una risurrezione).
Gesù risorto è lì, in mezzo ai suoi, per affidare loro la sua stessa missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Si tratta di un’unica missione che parte dal Padre e attraverso Gesù si trasmette ai discepoli: è la missione di portare al mondo la pace e il perdono. Fu una sera piena di gioia per quei dieci discepoli: avevano ritrovato il loro Signore. I due di Emmaus, tornati a Gerusalemme a sera inoltrata, aumentarono la letizia di tutti. Non c’era però Tommaso, uomo disponibile e generoso; una volta s’era dichiarato pronto a morire per Gesù, anche se poi era fuggito assieme a tutti gli altri. Quando i dieci gli riferiscono: “Abbiamo visto il Signore!”, Tommaso li fredda con la sua risposta: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò” (v. 25). Dice subito: se non vedo. Poi aggiunge, considerando che anche gli occhi possono tradire (Tommaso non vuole certo far parte della numerosa schiera dei veggenti), una prova fisica anche un po’ brutale: mettere il dito nel foro dei chiodi e la mano nello squarcio fatto nel petto. Tommaso non accetta il Vangelo dei dieci e resta, seppure con le sue ragioni, triste e senza speranza.
Dopo otto giorni, proprio come in questa domenica, mentre sono di nuovo insieme e Tommaso sta con loro, Gesù torna. Le porte sono ancora una volta chiuse per paura; tutti la sentono, anche Tommaso: incredulità e paura vanno spesso insieme. Gesù, dopo aver rivolto ancora una volta il saluto di pace, subito cerca con gli occhi Tommaso, lo chiama per nome e gli si accosta: “Metti qua il tuo dito – gli dice – e guarda le mie mani. Accosta anche la tua mano e mettila nel mio costato; smetti di essere incredulo e diventa uomo di fede” (cfr. v. 27). Tommaso, davanti a Gesù, ancora segnato dalla croce, non può far altro che confessare la sua fede: “Mio Signore e mio Dio!”. E Gesù: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (v. 29). È la proclamazione dell’ultima beatitudine del Vangelo, quella che sta a fondamento delle generazioni che da quel momento sino a oggi si uniranno al gruppo degli Undici. La fede, da quel momento in poi, non nasce dalla visione ma dall’ascolto del Vangelo degli apostoli. Narra un’antica leggenda che la mano destra di Tommaso rimase, sino alla sua morte, rossa di sangue. Il Signore, quasi raccogliendo la nostra poca fede, esorta ognuno di noi, come fece con Tommaso, a sporcarci le mani nelle ferite degli uomini, ad accostarci alle situazioni martoriate e abbandonate: la nostra incredulità è presa dal Signore e trasformata in amicizia e fonte di pace. L’ascolto del Vangelo e la carità sono la via della nostra beatitudine.

martedì 22 marzo 2016

Pasqua di Resurrezione

Dal vangelo di Giovanni (20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Il sabato è passato; sono finiti i giorni degli uomini. Ecco un nuovo giorno. È vero, inizia in maniera triste, come spesso è triste la vita in questo nostro mondo, soprattutto quando si sta davanti ad una tomba. Quella di Gesù non è speciale, è una tomba allineata tra le altre tombe di uomini e di donne. Semmai c’è una tristezza in più: in quel sepolcro non è finito solo il corpo di un amico, è finita anche la speranza di un regno nuovo che aveva infiammato quel gruppetto di uomini e di donne che Gesù si era portato dietro sin dalla Galilea. Se il mondo avesse il coraggio di fermarsi presso le tombe! Sentirebbe nel proprio petto come un nodo di angoscia, un senso di paura, di fronte alla morte della vita, della speranza, del futuro. I cimiteri? Non solo. Ci sono oggi paesi interi divenuti come grandi tombe, enormi cimiteri di vittime spesso innocenti, per l’oppressione, la violenza, la guerra. Davanti a questo panorama di morte, molti uomini fuggono, come fecero anche i discepoli di Gesù. Solo alcune donne si fermano; tre, secondo il Vangelo di Marco. C’è Maria di Magdala, una donna un po’ strana: è stata guarita da sette demoni. C’è poi l’altra Maria, la madre di Giacomo e poi Salome. Sono tre povere donne galilee, venute a Gerusalemme dietro a Gesù. Ora, smarrite dopo le tristi vicende accadute al loro maestro, non sanno fare altro che recarsi presso il suo sepolcro. All’alba sono già lì, preoccupate per come entrare nel sepolcro. La pietra che chiude la tomba è pesante, come sono pesanti quelle che schiacciano la vita dei deboli. Ma, appena giunte, vedono che la pietra è stata rotolata via, e scorgono un angelo, avvolto in bianche vesti, seduto sulla destra. Sono prese dalla paura. Ma l’angelo dice loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”. È il Vangelo della resurrezione.
È la prima Pasqua: ed è per una piccola comunità di tre sole povere donne, straniere e disprezzate. Ancora una volta si compie quello che Gesù aveva detto: “Ai poveri è predicata la buona novella, e beato chi non si scandalizza di me”. È la prima Pasqua. Ma anche se essa è solo per tre povere donne, non è però un fatto privato; è per tutti i discepoli: “Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea”. E di lì i discepoli avrebbero dovuto annunciare la resurrezione a tutti gli uomini sino agli estremi confini della terra. La resurrezione è un annuncio che scuote l’intera vita degli uomini. La scuote da capo a fondo per ridarle un nuovo volto: rimuove le pietre pesanti che gravano sui cuori degli uomini per renderli liberi, illumina il buio che circonda la vita degli uomini con il chiarore della misericordia. Chi risorge è il crocifisso. Quel morto in croce è ora rivestito della potenza di Dio. E la croce che appariva come il culmine della sconfitta, è diventata la potenza di Dio nel mondo. Piuttosto frequentemente nella tradizione iconografica delle Chiese d’Oriente la croce porta da un lato Gesù crocifisso e dall’altro Gesù risorto. Nelle apparizioni è il crocifisso che appare risorto, per manifestare la forza del suo amore per noi: come era stato crocifisso per noi, così viene risuscitato per noi.
È questo l’annuncio che quelle donne ricevono dall’angelo della Pasqua, e che provoca gioia grande e assieme timore. Gioia perché intuiscono che Gesù potrà restare con loro, ma anche timore per trovarsi immerse nel giorno di Dio. Esse fuggirono via dal sepolcro. Non restarono ferme là dov’erano. Una singolare fretta entrò dentro di loro. Sì, non si può indugiare davanti all’annuncio della resurrezione. C’è fretta; fretta di annunciare la liberazione ai prigionieri del male, a chi è sepolto dalla cattiveria, a chi è schiavo dell’orgoglio e dell’odio, a chi è schiacciato dalla fame e dalla guerra. Anche tre povere donne possono farlo. Proprio loro, disprezzate e per nulla considerate, furono le prime inviate per annunciare il Vangelo della risurrezione. E i discepoli sono invitati ad andare in Galilea, nell’estrema periferia di Israele, nella regione dei pagani, dove Gesù iniziò la sua missione: qui i discepoli incontreranno il Signore risorto e di qui ripartiranno per le vie del mondo. La Galilea è l’immensa periferia povera del mondo che attende l’annuncio di una speranza; ma forse è anche il cuore di ognuno di noi che aspetta di vedere il Signore. “Cristo è risorto, veramente è risorto!”.

martedì 15 marzo 2016

Domenica delle Palme

Dal vangelo di Luca (19,28-40; 22,14-23,56)
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: “Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno””. Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: “Perché slegate il puledro?”. Essi risposero: “Il Signore ne ha bisogno”. Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada.

Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
“Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!”.
Alcuni farisei tra la folla gli dissero: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”. Ma egli rispose: “Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”.
Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio”. Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”.
“Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!”. Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo.
E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.
Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele.
Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”. E Pietro gli disse: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte”. Gli rispose: “Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi”.
Poi disse loro: “Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?”. Risposero: “Nulla”. Ed egli soggiunse: “Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra gli empi. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento”. Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade”. Ma egli disse: “Basta!”.
Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: “Pregate, per non entrare in tentazione”. Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”.
Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: “Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?”. Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate! Basta così!”. E, toccandogli l’orecchio, lo guarì. 
Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: “Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre”.
Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: “Anche questi era con lui”. Ma egli negò dicendo: “O donna, non lo conosco!”. Poco dopo un altro lo vide e disse: “Anche tu sei uno di loro!”. Ma Pietro rispose: “O uomo, non lo sono!”. Passata circa un’ora, un altro insisteva: “In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo”. Ma Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”. E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E, uscito fuori, pianse amaramente.
E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi e gli dicevano: “Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?”. E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.
Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro sinedrio e gli dissero: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi”. Rispose loro: “Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio”. Allora tutti dissero: “Tu dunque sei il Figlio di Dio?”. Ed egli rispose loro: “Voi stessi dite che io lo sono”. E quelli dissero: “Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca”.
Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: “Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re”. Pilato allora lo interrogò: “Sei tu il re dei Giudei?”. Ed egli rispose: “Tu lo dici”. Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: “Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna”. Ma essi insistevano dicendo: “Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui”.
Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. 
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: “Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà”.   Ma essi si misero a gridare tutti insieme: “Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!”. Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio.
Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!”. Ed egli, per la terza volta, disse loro: “Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà”. Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere. 
Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù.
Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”,e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?”. Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.
Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”.

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. L’altro invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”.
Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre,nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo, spirò.
Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: “Veramente quest’uomo era giusto”. Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.
Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.
“Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme” (Lc 19,28). Questa frase evangelica che apre la narrazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, riassume bene il nostro cammino quaresimale, ma anche quello di tutta la vita. La settimana che viene è chiamata santa, a motivo della memoria di quei giorni nei quali mai si è visto amore più grande per gli uomini. È saggio, anche se immersi nei nostri problemi, lasciarci coinvolgere dai drammatici sentimenti che marcano i giorni ultimi di Gesù. Sono sentimenti che non troviamo in noi stessi; possiamo solo riceverli. È perciò una grazia da non perdere quella di questi giorni: i nostri occhi potranno contemplare fino a che punto il Signore ci ha voluto bene.
La domenica delle palme, che inizia questa grande e santa settimana, è segnata simultaneamente dall’ingresso di Gesù in Gerusalemme e dalla narrazione della sua passione e morte. La Liturgia, riunendo in un’unica celebrazione questi due avvenimenti, temporaneamente distinti, sembra voler togliere dalla nostra mente ogni equivoco circa il trionfo di Gesù: egli entra come un re, ma è diverso dai re di questo mondo: regna da un trono che non è come quelli delle regge; non vince con gli eserciti o con le alleanze, e neppure si afferma con un suo nutrito e forte gruppo di pressione. Gesù stesso chiarisce questo equivoco sorto tra i discepoli proprio la sera del giovedì santo. Ripiegati su loro stessi, e per questo insensibili al dramma che Gesù stava vivendo, si misero a discutere chi tra loro fosse il più grande. Con una sconfinata pazienza Gesù disse loro: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra di voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve”.
Non erano solo parole di comodo; bastarono poche ore e Gesù portò, sulla sua carne, alle estreme conseguenze queste affermazioni. Per altro verso, la storia della passione è molto semplice: c’era un uomo buono che parlava del Vangelo, sia nella povera e malfamata Galilea come nella capitale Gerusalemme; e in tanti accorrevano ad ascoltarlo. Ad un certo punto i potenti decisero che aveva parlato troppo e che in troppi stavano a sentirlo; presero quindi la decisione di farlo tacere; trovarono un suo amico che indicò loro con precisione il luogo dove abitualmente si ritirava: un orto alle porte di Gerusalemme. Quella sera stava lì con i suoi, lo presero e lo portarono davanti alle più alte autorità: Pilato, il rappresentante del più grande impero del mondo, ed Erode, il re furbo. Ma ambedue non vollero prendersi nessuna responsabilità per quell’uomo. La folla, che solo cinque giorni prima aveva gridato “osanna”, si mise ora ad urlare “sia crocifisso, sia crocifisso!”, e Pilato non seppe resistere. Quell’uomo, dopo essere stato rivestito per burla con gli abiti da re, fu torturato, schiaffeggiato, coronato di spine; poi fu condotto fuori dalla città (anche per nascere dovette trovare una stalla fuori Betlemme) verso una collinetta, chiamata Golgota, e lì fu inchiodato su di una croce, con due ladri, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Su quella croce, quell’uomo buono, morì. Si chiamava Gesù e veniva da Nazareth.
Non ci vuole molto a dire che quella morte fu ingiusta. La morte, del resto, non è mai giusta nemmeno dopo i crimini più brutti; ma davvero è facile dire che la morte di quell’uomo fu veramente ingiusta. Non aveva fatto niente di male, anzi “aveva fatto bene ogni cosa” (Mc 7,37), notò una volta la gente. Chi ascolta il racconto di questa morte, con un poco di cuore, resta commosso e dispiaciuto: quell’uomo buono ha dovuto soffrire tanto e morire sulla croce, solo perché aveva parlato del Vangelo e aveva detto di essere il Figlio di Dio. Ciascuno di noi al termine della lettura del “Passio”, prova un senso di afflizione e di rammarico ed è tentato di dire: “Io non lo avrei fatto”, oppure di giustificarsi: “Non sono Pilato, non sono Erode, non sono nemmeno Giuda…”; si può, inoltre, confessare la propria impotenza di fronte alla viltà di Pilato e alla crudeltà dei sommi sacerdoti. Ma c’è anche Pietro; non è il peggiore dei discepoli; anzi se non è il migliore, è certamente il più importante, quello a cui Gesù ha affidato la maggiore responsabilità. Pietro ha una grande idea di sé, è orgoglioso, persino permaloso. Si offende quando Gesù gli dice che lo tradirà: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”, risponde. Eppure basta una donna per far crollare tutto. Fu l’incontro con lo sguardo di Gesù che sconvolse Pietro: “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto” (Lc 22,62). I cristiani, noi, non siamo degli eroi; siamo come tutti; ma se i nostri occhi incrociano gli occhi di quell’uomo che va a morire, anche noi ricorderemo le parole del Signore e saremo liberati dalle nostre paure. È la grazia di questa settimana; poter stare accanto a quell’uomo che soffre e che muore per poter incrociare il suo sguardo.

giovedì 10 marzo 2016

Quinta Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Giovanni (8,1-11)

Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei". E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". Ed ella rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù disse: "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più".

Con questa quinta domenica la Quaresima volge alla fine e si avvia verso la grande e santa settimana della passione, morte e risurrezione di Gesù. Più volte, in questo tempo, siamo stati esortati alla conversione del cuore, eppure ognuno di noi si scopre ancora tanto simile a se stesso. Forse abbiamo ascoltato poco la Parola di Dio ed essa non si è radicata nel cuore e nella realtà della nostra vita; insomma, ci siamo lasciati trasformare poco. Non diciamo questo per la mania di fare bilanci o per riproporre un inutile pessimismo. Credo, invece, che tutti siamo ben consapevoli della difficoltà che ha il tempo del Signore a inserirsi nello scorrere convulso del nostro quotidiano, e degli ostacoli che i sentimenti e gli inviti di Dio trovano nella selva dei nostri sentimenti e dei tanti inviti che ogni giorno riceviamo. Il tempo opportuno della Quaresima spesso lo abbiamo soffocato con gli impegni, con le preoccupazioni, e perché no, con le banalità che ci prendono e ci soggiogano. E così ognuno è rimasto quel che era. Questa domenica ci viene nuovamente incontro, e in certo modo ci prende e ci trascina davanti a Gesù ancora una volta. E di fronte a lui non è possibile sentirsi come quel fariseo che si lodava da solo, perché è il Signore della misericordia e non un esattore esigente.
È l'alba di un nuovo giorno e Gesù, nota il Vangelo di Giovanni, sta di nuovo nel Tempio a insegnare. Una calca di gente lo circonda. Improvvisamente il cerchio degli ascoltatori viene aperto da un gruppo di scribi e farisei che spingono davanti a loro una donna sorpresa in adulterio. La trascinano gettandola in mezzo al cerchio, proprio davanti a Gesù, e gli chiedono se si debba o no applicare la legge di Mosè. Questa legge, dicono, impone di "lapidare donne come questa" (gli scribi e i farisei si riferiscono alle disposizioni contenute nel Levitico 20,10 e nel Deuteronomio 22,22-24 che prevedono la morte per gli adulteri). In verità, non sono mossi dallo zelo per la legge e ancor meno sono interessati al dramma di quella donna. Vogliono tendere un tranello al giovane profeta di Nazareth per screditarlo davanti alla gente che sempre più numerosa corre ad ascoltarlo.
Se condanna la donna, ragionano, va contro la tanto conclamata misericordia; se la perdona, si mette contro la legge. In ambedue i casi ne esce sconfitto. Gesù, chinatosi, si mette a "scrivere con il dito per terra". È un atteggiamento strano: Gesù sta in silenzio, come farà durante la passione davanti a personaggi come Pilato ed Erode. Il Signore della parola, l'uomo che aveva fatto della predicazione la sua vita e il suo servizio fino alla morte, ora tace. Si china e si mette a scrivere nella polvere. Non sappiamo cosa Gesù scrive e cosa pensa in quel momento; possiamo invece immaginare i sentimenti indispettiti dei farisei e forse intuire cosa c'è nel cuore di quella donna la cui speranza di sopravvivenza è legata a un uomo da cui, peraltro, non esce né una parola, né un cenno. Dietro l'insistenza dei farisei Gesù alza il capo e pronuncia una frase che getta un poco di luce sui loro pensieri: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". E si china di nuovo a scrivere per terra. La risposta disarma tutti. Colti nel segno da queste parole, "se ne vanno uno per uno cominciando dai più anziani fino agli ultimi", nota con arguzia l'evangelista. Rimane solo Gesù con la donna. Si trovano l'una davanti all'altra, la miseria e la misericordia.
A questo punto Gesù riprende a parlare; lo fa come di solito, con il suo tono, la sua passione, la sua tenerezza, la sua fermezza. Alza la testa e chiede alla donna: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". Ed ella: "Nessuno, Signore". La parola di Gesù diviene profonda, per nulla indifferente, anzi piena di misericordia. È una parola buona, di quelle che solo il Signore sa pronunciare: "Neanche io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più". Gesù era l'unico che avrebbe potuto alzare la mano e lanciare le pietre per lapidaria; l'unico giusto. La prese invece per mano e l'alzò da terra; in verità, la sollevò dalla sua condizione di miseria e la rimise in piedi: non era venuto per condannare e tanto meno per consegnare alla morte per lapidazione; è venuto per parlare e per rialzare alla vita i poveri e i peccatori. Rivolto alla donna le dice: "Va'", come dire: ritorna alla vita, riprendi il tuo cammino. E aggiunge: "Non peccare più", ossia: percorri la via sulla quale ti ho posto, la via della misericordia e del perdono. È la via sulla quale il Signore, di domenica in domenica, mette coloro che si avvicinano a lui.

venerdì 4 marzo 2016

Quarta Domenica di Quaresima

Luca (15,1-3.11-32)
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Ed egli disse loro questa parabola:
Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla.
Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Questa domenica è chiamata laetare (domenica della letizia) dalla prima parola della Liturgia. La Chiesa invita a interrompere la severità del tempo quaresimale. Il colore viola, segno proprio di un tempo di penitenza, cede il passo al rosa, per la letizia che viene donata oggi al nostro cuore, quasi a far pregustare la gioia della Pasqua. La serenità che troviamo in questa Liturgia non nasce da noi, è un dono dall’alto; non promana dalla nostra onestà o da altre nostre qualità, essa trova ragione nel fatto che qualcuno ci accoglie così come siamo, senza neppure un previo esame.
Il Vangelo inizia notando che “si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro””. L’evangelista sembra sottolineare con soddisfazione questo strano pubblico che si accalca attorno a Gesù. Per i farisei, invece, è segno di scandalo, perché la comunanza della mensa con i peccatori significava coinvolgimento nelle loro impurità. La loro accusa contro Gesù, pertanto, non era di poco conto. Ma questa scena, ch’è di scandalo per i benpensanti, per noi è Vangelo, “buona notizia”. È davvero una notizia lieta che Gesù frequenti i peccatori. Del resto, la liturgia domenicale non è il convito di Gesù con noi, peccatori? Non conversa egli con noi? Non ci dona da mangiare il suo pane e da bere il suo calice? Sì, nella liturgia della domenica ogni volta si realizzano questi tre versetti del Vangelo di Luca. Sia ringraziato il Signore per questo dono grande e certamente non meritato! Solo chi si sente “a posto” non capisce questa pagina evangelica e non riesce neppure a gustare la gioia che da essa promana. Solo chi non ha bisogno di essere accolto, perdonato e abbracciato ragiona allo stesso modo dei farisei e degli scribi. E a prima vista la loro grave accusa è più che ragionevole.
Come si difende Gesù? Non parlando di sé, ma del Padre. E narra la nota parabola detta del “figlio prodigo” (sarebbe meglio chiamarla del “padre misericordioso”). Forse è tra le pagine evangeliche più sconvolgenti. Si apre con la richiesta del figlio più giovane di avere la sua parte di eredità. Ottenutala, se ne va via di casa. La sua vita, inizialmente brillante e piena di soddisfazioni, è poi colpita dalla violenza della carestia e dall’ abbandono degli amici. Resta solo ed è costretto a fare il guardiano di maiali; l’unico modo per sopravvivere! Persino i maiali stanno meglio di lui: “Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava” (v. 16), nota tristemente l’evangelista.
La vita di questo figlio è spezzata, come spezzati sono i suoi sentimenti. Quanto gli è amaro ricordare i giorni in cui stava a casa di suo padre! Ma è proprio l’amarezza della vita in cui è caduto a farlo rientrare in se stesso: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; trattami come uno dei tuoi garzoni””. Si alza dalla sua triste condizione e si incammina verso casa. Il padre sta in attesa. L’evangelista sembra suggerire di vederlo. Possiamo immaginarcelo sul terrazzo di casa che guarda lontano, verso l’orizzonte, nella speranza di vedere il figlio tornare: quando il figlio “è ancora lontano”, il padre lo vede e “commosso gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia”. Non sa ancora perché il figlio stia tornando, né conosce cosa gli dirà, ma non importa. Quel che conta è che sta tornando. Non gli permette di dire nulla e gli getta le braccia al collo. Il cuore del figlio si scioglie e così pure la sua lingua. Pronuncia poche parole. Sembra che il padre neppure stia a sentirle e, dopo averlo rivestito con abiti nuovi, con i calzari ai piedi e con l’anello al dito, ordina di fare immediatamente una grande festa. Tutto in brevissimo tempo.
Sta tornando dai campi il figlio maggiore, tutto casa e lavoro potremmo dire. Ma appena apprende il motivo della festa, va su tutte le furie e non vuole entrare. Ancora una volta è il padre che esce. Va incontro al figlio e lo prega di comprendere la bellezza di quanto è accaduto e lo invita a entrare e a far festa anche lui. Quel figlio non solo non entra, addirittura ha parole dure verso il padre: “lo ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Il padre risponde con dolcezza: “Tu sei sempre con me”, e con fermezza aggiunge: “Bisogna far festa”. Ha compreso che anche quel figlio è lontano, pur stando dentro casa. Pur essendo il figlio maggiore, non capisce il suo amore e il bisogno di affetto e di perdono che ha il fratello minore. Il padre è fermo con lui: non accetta che resti chiuso nella tristezza del suo egoismo; una fermezza che esprime un amore altrettanto grande, come quello che aveva mostrato per il figlio più giovane. In una società avara nell’accogliere i deboli, poco pronta a perdonare, questa parabola è davvero una buona notizia, un Vangelo. Gli uomini hanno bisogno di un padre come questo, di una casa come questa, ove non solo si è accolti, ma anche abbracciati con gioia.