giovedì 25 febbraio 2016

Terza Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Luca 13,1-9
In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

Diceva anche questa parabola: “Un tale aveva piantato un albero di fichi nella suavigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai””.
Continua il nostro cammino quaresimale che ci condurrà a Gerusalemme per la Pasqua. Siamo alla terza tappa, dopo la tentazione nel deserto e la visione del Tabor. La Liturgia di questa domenica si apre con la narrazione dell’esperienza religiosa di Mosè su un altro monte, l’Oreb. Mosè, narra il libro dell’Esodo, stava pascolando il gregge del suocero e si spinse sino all’Oreb; era fuggito dall’Egitto perché la sua vita era in pericolo (aveva ucciso un egiziano) e si era sistemato con la tribù di Ietro, sacerdote di Madian. Lì conduceva una vita normale, come quella di tanti; forse, l’unica differenza era quella di tenersi a distanza dagli egiziani.
Un giorno, arrivato alle pendici del monte Oreb, “l’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto”: un fuoco che bruciava ma non consumava. Così è della Parola di Dio: brucia la nostra vita ma non la distrugge; ci inquieta ma non ci annienta. Questo fuoco così particolare si fa parola viva, toccante: chiama Mosè per nome. In quel deserto sconfinato, mentre si trovava solo con le sue greggi, quell’ebreo egiziano egli non era né solo né abbandonato: “Mosè, Mosè!”, si sentì chiamare. Alla sua risposta la voce continuò: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è terra santa!”. Mosè non solo si tolse i calzari, si velò anche il viso, “perché aveva paura di guardare verso Dio”. Non si può stare impunemente alla presenza di Dio. Ancora oggi, in Oriente, quando si entra nei luoghi santi (pensiamo alle moschee o alla zona attorno all’altare nelle chiese cristiane copte dell’Egitto), bisogna togliersi le scarpe.

È il senso della nostra pochezza e della nostra povertà. Prostriamoci davanti a chi è tanto più grande di noi, infinitamente più grande, nella forza e soprattutto nell’amore! Le parole che Dio rivolse a Mosè bruciavano di un amore sdegnato per l’oppressione di Israele: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo”. Il Dio che Mosè si trova davanti non era lontano e impassibile, ma un roveto d’amore, un fuoco che brucia per liberare il suo popolo. Davanti a questa fiamma dobbiamo davvero coprire il nostro volto, spesso freddo e distante. La vicinanza di questo fuoco ci trasforma e ci rende testimoni dell’amore. Mosè aveva paura di tornare in Egitto, e soprattutto di presentarsi al suo popolo. Con quale autorità avrebbe chiesto di essere ascoltato? Per questo chiede al Signore: “Chi sono io per parlare al popolo d’Israele?”. È una domanda saggia, impregnata della consapevolezza della sua fragilità e inadeguatezza. La voce dell’angelo che la forza del discepolo non si fonda sulle sue capacità, ma sulla vicinanza del Signore: “Io sono (sarò) con te”. Mosè non dovrà andare a liberare i suoi fratelli con parole dettate dal suo cuore vacillante, ma con quelle di Dio: “Io-Sono mi ha mandato a voi”. La definizione che Dio dà di se stesso, “lo sono colui che sono”, non è costretta, è storica: il nome di Dio (ossia Dio stesso) accompagnerà sempre Mosè e il suo popolo.

Su quel monte, l’Oreb, si manifesta la scelta di Dio per Israele e per gli uomini: “Io sarò con te, dice il Signore a ogni uomo, a ogni donna; io sarò per te come il fuoco che riscalda e illumina, come la nube che guidava Israele nel deserto; io sarò la tua libertà e il tuo futuro, come diedi a Israele la terra promessa. Non solo; io porrò la mia tenda in mezzo a voi, mi stabilirò per sempre con voi; sarò l’Emanuele, il Dio con noi”. La definizione che Dio ha dato di se stesso sull’Oreb in Gesù raggiunge il suo culmine: Gesù è il definitivo roveto ardente (“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”, Lc 12,49). Ed è lui che ha detto ai discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

La pericope evangelica di questa terza domenica di Quaresima ci presenta Gesù come un vignaiolo che intercede presso il padrone per salvare una pianta di fico. Per vari anni quest’albero non ha prodotto frutto e il padrone, sdegnato, vuole tagliarlo. Il vignaiolo insiste perché il padrone aspetti ancora un po’ di tempo. La supplica raggiunge il padrone e lo convince. Con questa parabola Gesù non fa che descrivere la vicenda della nostra vita, spesso senza frutto. Essa però è salvata dalla misericordia di Gesù che si è fatto compagno, amico e difensore di ognuno di noi. Ma chiede di lasciarci toccare il cuore. La Quaresima è uno di quei tempi particolari, opportuni, che ci sono donati per la nostra conversione. Dio non è intento a mandarci disgrazie perché ci ravvediamo (è una concezione distorta di Dio, anche se purtroppo è molto diffusa). Gli esempi riportati da Gesù sono chiarissimi in questo senso; e il salmo ripete spesso: “Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 102/103,8). Tuttavia il richiamo all’urgenza della conversione è serio; non tanto per la vendetta di Dio, quanto per evitare di farsi del male: “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” ?(l Cor 10,12).

martedì 16 febbraio 2016

Seconda Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Luca (9,28-36)
Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
La Quaresima non è un tempo qualsiasi. È un periodo durante il quale, pur continuando la nostra vita ordinaria, siamo chiamati a riconsiderare il nostro rapporto con Dio. Per questo ci è chiesto di digiunare dalle solite cose, di nutrirci di più del Vangelo, di rafforzare la nostra preghiera, di intensificare la nostra carità verso i deboli e di convertire il cuore al Signore. Questi giorni che ci separano dalla Pasqua possono essere giorni di un vero e proprio cammino interiore. Potremmo paragonarli al cammino che Gesù compie dalla Galilea sino a Gerusalemme. Stare con lui, accompagnarlo nelle prossime domeniche, lasciandosi guidare dalle sue parole e dal suo esempio, è il modo migliore per far crescere in noi gli stessi sentimenti di Gesù.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato, continuando l’itinerario verso la Pasqua, ci presenta Gesù che sale sul monte assieme ai tre discepoli a lui più legati: Pietro, Giacomo e Giovanni. Anche noi oggi siamo stati condotti in un luogo alto, più alto di quello ove ci tengono legati le nostre abitudini egoistiche e meschine. La Liturgia della domenica non è un precetto e neppure l’adempimento di un rito: è l’essere strappati dal proprio egocentrismo ed essere portati più in alto. Il Vangelo scrive: “Li prese con sé”. È a dire che li strappò da se stessi per associarli alla sua vita, alla sua vocazione, alla sua missione, al suo cammino. Gesù non ama camminare da solo, non concepisce se stesso come un eroe solitario, condannato a essere superiore a tutti. Egli si lega a quel gruppetto di uomini, impasta la sua vita con la loro, pur sapendo che sono deboli, fragili, limitati e limitanti, ma forse proprio per questo li prende e non li lascia indietro, anche se non sempre capiscono. Gesù è il vero pastore: non si stanca di stare con i suoi; li porta sempre con sé.
Quel giorno li condusse in alto, sul monte, per pregare. Non ci è dato conoscere la profondità e la forza dei sentimenti di Gesù in questi momenti. Ma la descrizione della trasfigurazione ci fa “vedere”, o almeno intuire, cosa Gesù provasse. Scrive l’evangelista che “mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (Lc 9,29). Era tale il mutamento del volto che ebbe riflesso anche nelle vesti. Gli evangeli ci parlano una sola volta della trasfigurazione; ma non è azzardato pensare che Gesù, ogni volta che si poneva in preghiera, si trasfigurasse, cambiasse d’aspetto. Quel giorno la preghiera divenne anche colloquio con Mosè ed Elia sulla “sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme”. Forse Gesù, in una veloce sintesi, ha visto tutta la sua vicenda storica intuendone anche la tragica fine. I discepoli stavano lì accanto, oppressi dal sonno. Fecero di tutto per non lasciarsi dominare dal sonno: restarono svegli e videro la gloria di Dio, compresero chi era Gesù e quale rapporto aveva con il Padre. Davvero valeva la pena continuare a fissare quel volto così diverso dalle facce degli uomini. Dalla bocca di Pietro uscì un’espressione di gratitudine e di stupore: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende: una per te, una per Mosè, una per Elia”. Forse sragionava, ma era colpito da quella visione.
Una nube avvolse i tre discepoli ed ebbero paura. Subito si udì una voce dal cielo: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. Nella nube e nei momenti di paura si fa chiara una voce: il Vangelo che indica colui sul quale riporre la nostra speranza. Subito i tre, aprendo gli occhi, non videro altri che Gesù solo. Sì, solo Gesù è maestro della vita; solo lui può salvarci. Fu, senza dubbio, un’esperienza incredibile per quei tre poveri discepoli; ma può essere anche la nostra esperienza se ci lasciamo condurre da Gesù che ci stacca dal nostro egoismo per attrarci alla sua stessa vita. Parteciperemo a realtà e a sentimenti più grandi, e gusteremo un modo diverso di vivere. La nostra vita e il nostro cuore si trasfigureranno, diventeremo più simili a Gesù. L’apostolo Paolo, con le lacrime agli occhi, lo ricorda ai Filippesi: il Signore Gesù “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,20). La trasfigurazione è la rottura del limite; è contemplare quanto è buono il Signore, quanto sono ampi i suoi orizzonti, quanto sono profonde le esigenze del Vangelo. Questa santa Liturgia ci ha fatto vedere e ascoltare Gesù. Restiamogli uniti, scendiamo dal monte ed entriamo con lui nella settimana che viene. Non saremo soli a camminare, Gesù sarà con noi, luce, forza, consolazione, sostegno, per continuare il nostro cammino verso la Pasqua.

mercoledì 10 febbraio 2016

Prima Domenica di Quaresima

Dal vangelo di Luca (4,1-13)
Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”. Gesù gli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo”.
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo”. Gesù gli rispose: “Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”.
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
affinché essi ti custodiscano;


e anche:
Essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra”.
Gesù gli rispose: “È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”. 

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
Mercoledì scorso, mentre il sacerdote imponeva sul nostro capo un pugno di cenere ci diceva: “Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai”. Con queste parole e con questo gesto abbiamo iniziato il cammino quaresimale che conduce verso la Pasqua. La coscienza della nostra debolezza, della nostra fragilità e della nostra miseria è davvero il primo passo da compiere per avvicinarsi al Signore. “Ricordati che sei polvere” ci ha detto il sacerdote. Noi sentiamo severe queste parole. Esse sono tuttavia necessarie in un mondo che, falsamente, cerca di coprire qualsiasi forma di debolezza per esaltare in ogni modo la forza e l’autosufficienza. In verità, la vita di ciascuno di noi è fragile; basta davvero poco per cadere malati nel cuore o nello spirito. Il Signore però non ci abbandona al nostro destino di debolezza. Sta, infatti, scritto: “Il Signore solleva dalla polvere il misero” (1 Sam 2,8). C’è dunque anche un annuncio di gioia nella Quaresima: la Pasqua di risurrezione non è lontana. Quella polvere che era il corpo di Gesù viene risuscitato. E noi siamo in cammino verso la Pasqua. In quel giorno, la nostra debolezza, anche quella estrema (la morte), sarà sconfitta.
Il tempo di Quaresima è perciò un momento opportuno per riconoscere la nostra debolezza e il nostro peccato, ma è anche il tempo per contemplare la misericordia e la protezione del Signore. Sì, noi fragili come la polvere siamo presi da Dio e riplasmati, ricreati, come fece il Signore con Adamo. Il primo passo sta appunto nel riconoscere il proprio bisogno di aiuto e rivolgere a Dio la nostra preghiera. Abbiamo ascoltato dal Deuteronomio quel che accadde a Israele: “Gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore… ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele” (Dt 26,6-9). L’antico israelita recitava queste parole in occasione della festa primaverile delle primizie, mentre presentava al sacerdote le sue offerte. Era il riconoscimento della potente e liberatrice misericordia di Dio. Oggi, mentre ci incamminiamo verso la Pasqua, le facciamo anche nostre.
Il Vangelo delle tentazioni apre tradizionalmente il tempo quaresimale, anche se le tentazioni riferite dagli evangelisti sono avvenute al termine dei quaranta giorni di digiuno, quando Gesù è allo stremo delle forze. Scrive Luca che, “allora” (quando ebbe fame), il diavolo lo tentò. In effetti, la tentazione, ogni tentazione, si insinua nelle pieghe della nostra debolezza, della nostra fragilità, per apparire se non affascinante certamente ragionevole. Del resto, cosa c’è di più giusto del dare la possibilità di mangiare a chi, dopo quaranta giorni, ne è stato privo? È la naturalezza della prima tentazione: “Dì a questa pietra che diventi pane”. È poi altrettanto normale il desiderio di possedere i regni della terra: “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni”; bastava che Gesù si fosse prostrato: e in effetti, a quante cose noi ci prostriamo, senza tanti scrupoli! Ed è anche comune quella tentazione che ci spinge a prendercela con Dio se non ci protegge come noi vorremmo. “Buttati giù, perché gli angeli ti proteggeranno”; è la tentazione di mettere Dio al servizio nostro e non viceversa; oppure di prendersela con il Signore per quanto di male ci accade.
Sono tre tentazioni emblematiche; esse in certo modo riassumono tutte le tentazioni che ogni uomo subisce nel corso della propria vita. Lo stesso Gesù non è stato tentato solo in quel momento (già nel versetto l’evangelista scrive che Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo); e Luca nota che il tentatore si ritirò da Gesù “per ritornare al tempo fissato”: certamente nell’orto degli Ulivi e sulla croce. Gesù si è fatto simile a noi in tutto; anche nelle tentazioni, ma le ha vinte. Come? Riferendosi ogni volta alla Parola di Dio. Le tre risposte alle rispettive tentazioni diventano quindi anch’esse altrettanto emblematiche: la Parola di Dio è la nostra forza; da deboli che siamo diventiamo vincitori del maligno. In tal senso questo tempo quaresimale è tempo opportuno per riscoprire la forza della Parola di Dio nella nostra debole vita: davvero “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4).

giovedì 4 febbraio 2016

Quinta Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca 5,1-11
Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”. Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
“Lasciarono tutto e lo seguirono”. Così si chiude il Vangelo della quinta domenica del tempo ordinario. E si può dire che questo è il vero “miracolo” della pesca nel lago. Gesù si rivelava il primo pescatore di uomini. Il Vangelo ci porta sulla riva del lago con Gesù che sta in mezzo alla gente. È quasi assediato. È forse un’immagine che può apparire scomposta (“gli stavano addosso”, scrive il testo), ma è bella. Finalmente quegli uomini e quelle donne “stanche e sfiniti, come pecore senza pastore”, avevano trovato un uomo che sapeva parlare alla loro vita. In tanti accorrevano e cercavano di avvicinarsi, di toccarlo, tanto da spingerlo pericolosamente verso l’acqua. Gesù non passò via come fece a Nazareth, né si allontanò infastidito. Vide lì due barche ormeggiate e chiede di salire su una delle due, quella di Simone e gli chiede di allontanarsi un poco dalla riva. E dalla barca si mette quindi a parlare alla folla. Quella barca di Simone diviene il pulpito da cui Gesù ammaestra la folla. Questa volta l’evangelista sottolinea il fatto dell’insegnamento più che il suo contenuto, come invece era accaduto nella sinagoga di Nazareth. Gesù Maestro (Christòs Didàskalos) è l’icona cardine della vita cristiana. Nei secoli futuri questa immagine riempirà le chiese cristiane.
È solo dopo la sua predicazione che la “barca di Pietro” può “prendere il largo” e addentrarsi nel mare alto della vita. In effetti, la forza di questa barca (come pure di ogni componente il suo equipaggio) nasce dall’ordine di Gesù. Non importa che il comando sia umanamente inconcepibile e strano, come nota subito Pietro: “Maestro abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. Il discepolo prosegue subito: “ma sulla tua parola getterò le reti”. L’obbedienza alla parola di Gesù provoca una straordinaria pesca: “Avendolo fatto (avendo obbedito) presero una quantità enorme di pesci”. Anche il nostro mondo, quello di oggi, segnato dalle “acque profonde”, come amava dire Paolo VI, ha bisogno di questa barca e di pescatori obbedienti al Vangelo. Non c’è dubbio che i credenti (tutti i cristiani, piccoli e grandi), particolarmente oggi, debbano ritrovare la fede di Pietro. Non è questione di sentirsi puri e senza macchia. Pietro non era certo immune dal peccato, anzi gli evangeli ce lo mostrano non poche volte debole e traditore. Ma Pietro seppe inginocchiarsi.
Quest’uomo che il Vangelo ci mostra prostrato in ginocchio davanti a Gesù è l’immagine del vero credente, esempio per tutti noi. Pietro riconosce in Gesù il Kyrios, il vero signore della sua vita. Si prostra davanti a lui ed esclama: “Allontanati da me che sono un peccatore”. È la preghiera di un peccatore che trova un Dio che è pieno di amore e di compassione soprattutto per i deboli e i peccatori. Infatti, Dio non si allontana mai dal peccatore, al contrario gli si avvicina, lo va persino a cercare. Gesù, il mandato da Dio, non è venuto per circondarsi di giusti ma di colpevoli; non è andato incontro ai sani, va in cerca dei malati. La preghiera di Pietro però è vera; le sue parole esprimono la sua verità davanti a Dio, ma soprattutto il suo bisogno di salvezza. Pietro in ginocchio con queste parole sulle labbra è l’immagine più vera dell’uomo religioso. Già Isaia (è la prima lettura della Liturgia) aveva indicato questo atteggiamento: “Io vidi il Signore seduto sul trono alto ed elevato… e dissi: sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure sono io” (Is 6,5-8). In un mondo in cui gli uomini si sono creati numerosi troni di fronte ai quali non solo si inginocchiano ma talora sacrificano persino la vita, è necessario recuperare l’altezza, la profondità, l’unicità di Dio. Sballottati come siamo nelle “acque profonde” di questo nostro mondo, abbiamo tutti bisogno di ritrovare la fede di Pietro che ci fa mettere in ginocchio davanti a Gesù. A noi, poveri uomini e povere donne “dalle labbra impure”, ma prostrati davanti a Dio, oggi vien detto, come a Pietro quel giorno: “non temete, d’ora in poi sarete pescatori di uomini”. “D’ora in poi”: da oggi in avanti. Questo nuovo inizio di Pietro, ch’è anche l’inizio di chiunque si mette vicino a lui, è il vero miracolo che il mondo attende.