martedì 27 dicembre 2016

Festa della Madre di Dio

Dal vangelo di Luca (2,16-21)
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.
«Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-25). Con questa antica benedizione biblica entriamo nel nuovo anno, certi che il Signore veglierà su di noi, ci sarà vicino e ci accompagnerà giorno dopo giorno. «Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito, e su chi teme la mia parola», si legge nel libro di Isaia (Is 66,2). Sì, lo sguardo del Signore, nell’alba di questo nuovo anno, si volge sugli umili e sui deboli, su chi si dispone ad ascoltare la parola del Vangelo e cerca di metterla in pratica ogni giorno.
Ancora una volta il Vangelo ci fa vedere con gli occhi del cuore quei pastori di Betlemme. Essi sono un esempio per i credenti. Erano ritenuti a tal punto impuri e peccatori da essere esclusi dalla vita religiosa ufficiale, eppure lo sguardo di Dio si posò su di loro: la notte si riempì di luce e la loro vita trovò un senso, una direzione verso cui andare. Quegli umili pastori divennero i primi cristiani: ascoltarono le parole dell’angelo, lasciarono le loro greggi e si diressero verso il luogo indicato. I cristiani sono sempre in “uscita” da se stessi e dai recinti abituali per recarsi verso il Signore e gli altri. È piena di misericordia l’affermazione di papa Francesco che invita a non vivere con la paura di perdere i salvati, ma di lasciarsi trasportare dal desiderio di salvare i perduti.
Quei pastori, giunti alla grotta, videro un bambino. E «dopo averlo visto – potremmo dire, dopo averlo contemplato – riferirono ciò che di lui era stato detto loro». In questa piccola scena è racchiusa tutta la vita del cristiano. Se nella notte precedente erano stati gli angeli a parlare loro del bambino, non è difficile pensare che alla grotta fu Maria a parlare del Figlio. Certamente lo presentò loro. Senza di lei difficilmente avrebbero potuto comprendere quel mistero. Maria, che «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore», sapeva bene quale mistero era presente in quel bambino.
La liturgia di questo giorno ci invita a guardare Maria per festeggiarla e venerarla come Madre di Dio. Sono passati sette giorni dal Natale, da quando i nostri occhi si sono posati su questo bambino appena nato e su tutti i piccoli e i deboli di questo mondo. Oggi la Chiesa sente il bisogno di guardare la Madre e di farle festa. Certo, è bene sottolinearlo, nel contemplarla non la troviamo sola: ha in braccio Gesù. I pastori, scrive il Vangelo, appena giunsero a Betlemme «trovarono Maria e Giuseppe e il bambino». È bello immaginare Gesù bambino non più nella mangiatoia ma tra le braccia di Maria: lei lo mostra a quegli umili pastori e continua a mostrarlo ancora agli umili discepoli di ogni tempo. Maria che tiene Gesù sulle ginocchia o tra le braccia è tra le immagini più familiari e tenere del mistero dell’incarnazione. Nella tradizione della Chiesa d’Oriente è talmente forte il rapporto tra quella madre e quel Figlio che non si trova mai un’immagine di Maria senza Gesù; lei esiste per quel Figlio, suo compito è generarlo e mostrarlo al mondo. È l’icona di Maria, Madre di Gesù, ma è anche l’immagine della Chiesa e di ogni credente: abbracciare con affetto il Signore e mostrarlo al mondo.
Come quei pastori che, una volta usciti dalla grotta, se ne tornarono glorificando e lodando Dio, anche noi con la stessa energia e lo stesso slancio entriamo nel nuovo anno avendo Gesù tra le braccia per amarlo e per mostrarlo al mondo. Sarebbe davvero una grande consolazione se qualcuno potesse di nuovo scrivere: «Tutti quelli che udirono, si stupivano delle cose che essi dicevano». Purtroppo la gente delle nostre città si stupisce per ben altre cose! Ma forse dobbiamo anche chiederci se ci sono “pastori” (e non dimentichiamo che ogni credente è “pastore” degli altri fratelli e sorelle) che sanno comunicare agli altri la gioia dell’incontro con quel Bambino.
È ormai consolidata tradizione che il primo giorno dell’anno la Chiesa si riunisca in preghiera per invocare la pace. È come allargare al mondo intero, alla famiglia dei popoli, la benedizione che abbiamo ascoltato dalla lettura del libro dei Numeri: «Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace». C’è bisogno che il Signore allarghi il suo sguardo sui popoli. Purtroppo c’è come una recrudescenza dei conflitti, cui deve corrispondere da parte nostra una intensificazione della preghiera per la pace. Sappiamo che la pace richiede l’impegno tenace degli uomini, ma essa è soprattutto un dono che viene dall’alto, è un frutto dello Spirito che opera nel cuore degli uomini. All’inizio di questo anno raccogliamo il canto degli angeli nella notte del Natale: «Pace in terra agli uomini che Dio ama». È la nostra preghiera all’alba di questo nuovo anno. Lo Spirito del Signore scenda nei cuori degli uomini e sciolga la loro durezza davanti alla debolezza del Bambino; allontani dai loro cuori l’odio, l’invidia, la maldicenza, la sopraffazione, il disinteresse; cambi il cuore delle nazioni e dei popoli in guerra perché siano disarmati gli spiriti violenti e si rafforzino gli operatori di pace; renda compassionevole il cuore dei popoli ricchi perché non siano ciechi di fronte ai bisogni dei popoli poveri ma gareggino piuttosto nella generosità; tocchi il cuore delle nazioni e dei popoli poveri perché rifiutino le vie della violenza e intraprendano quelle dello sviluppo; trasformi il cuore di ogni uomo e di ogni donna perché riscopra il volto dell’unico Dio, Padre di tutti.

mercoledì 14 dicembre 2016

Quarta Domenica di Avvento

Dal vangelo di Matteo (1,18-24)
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.

Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio
che sarà chiamato Emmanuele,
che significa Dio con noi. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
La Liturgia di oggi ci accompagna sino alla soglia del Natale, quasi a proteggerci da distrazioni e preoccupazioni che non siano quelle relative all’incontro con Gesù. La Chiesa vuole che questo Natale sia pieno di senso e di gioia per ciascuno di noi. Sulla soglia della notte santa ci fa incontrare Giuseppe, un uomo come tanti altri, un carpentiere di un piccolo villaggio della Galilea. Né lui, né il suo villaggio, né la Galilea erano importanti nella società del tempo. Anzi quella zona, per la sua posizione periferica, non godeva di buona fama, tanto più che si presentava poco sicura sul piano della fede. Giuseppe viveva la sua piccola vita di operaio e pensava al suo futuro. Sognava un futuro normale, con una famiglia e un lavoro tutto sommato decoroso. Prese in sposa una ragazza del villaggio, Maria, attendendo tranquillo la realizzazione definitiva del suo sogno. Un giorno, però, questo sogno venne turbato. Maria era rimasta misteriosamente incinta. Cosa era successo? Si poteva parlare (e accusare Maria) di adulterio. Nel giudaismo dell’epoca si imponeva il “ripudio” della donna. Giuseppe, perciò, in quanto marito tradito, avrebbe dovuto ripudiare Maria, con tutte le conseguenze civili e penali che si sarebbero abbattute su di lei che sarebbe apparsa agli occhi di tutti una ragazza adultera, rifiutata ed emarginata non solo dai parenti ma da tutti gli abitanti di Nazareth.
Giuseppe, uomo giusto, decise tuttavia di licenziarla in segreto per non esporla a questa penosa situazione. Sebbene giovane aveva pietà e saggezza. In ogni caso il suo sogno era stato infranto. Non gli restava altro che riflettere su quell’amara esperienza. E possiamo immaginare il suo dramma e il rincorrersi dei pensieri. Ma Dio non lo lasciò solo con i suoi pensieri. Proprio mentre si interrogava amareggiato e forse senza più speranza per il suo futuro, Giuseppe riprese a sognare. “Gli apparve un angelo del Signore”, scrive l’evangelista. Questa volta non era più il piccolo sogno, legato alla semplice vita di carpentiere che lui stesso s’era programmata. Si trattava di un sogno ben più grande: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.
È il Vangelo di Natale. Potremmo dire che è il “sogno” del Natale: un bambino salverà il mondo intero dai suoi peccati; un bambino libererà il mondo da tutte le schiavitù. Giuseppe, semplice carpentiere di un piccolo villaggio della periferia dell’Impero, si trova a vivere in un orizzonte nuovo e largo, quello del Natale. Non più il suo piccolo sogno, ma quello grande del Signore, il sogno sconfinato del Vangelo. Giuseppe si destò e fece come l’angelo gli aveva ordinato: prese con sé Maria. Giuseppe, umile carpentiere, oggi sta davanti a noi per esortarci ad ascoltare il Vangelo, ad accogliere il sogno che sta dentro la parola dell’angelo. Giuseppe non è tra gli attori principali del Vangelo. Eppure prese parte alla grandezza e alla gioia di quella notte: prese con sé Maria e il bambino. A ciascuno di noi è chiesto di prendere con sé il Vangelo e di abbandonare l’egocentrismo banale dei propri piccoli sogni e aspirazioni. A Natale si deve sognare in grande. Anche noi, sebbene piccoli e spesso banali, possiamo prendere parte al grande disegno d’amore che Dio ha per gli uomini. Con Giuseppe ci avviciniamo alla santa notte per accogliere il Signore e per camminare con lui lungo le vie degli uomini.

lunedì 5 dicembre 2016

Terza Domenica di Avvento

Dal vangelo di Matteo 11,2-11
Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?”. Gesù rispose: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me”. Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. Egli è colui, del quale sta scritto:
Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero 
che preparerà la tua via davanti a te.
In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
La Parola di Dio che ci viene rivolta in questa terza domenica di Avvento invita tutti coloro che abitano nel deserto di questo mondo a rallegrarsi perché ricevono una promessa: “Vedranno la gloria del Signore e la magnificenza del nostro Dio” (Is 35,2). Il profeta apre gli occhi degli ascoltatori oltre la tristezza e la rassegnazione di questo mondo e invita tutti alla speranza e all’attesa dell’avvento di Dio. Scrive ancora: “Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio… Egli viene a salvarvi”. Il Signore verrà. È la promessa che il profeta, con pensosa e gioiosa fermezza, rivolge anche a noi. Egli ci presenta la visione di un mondo nuovo, ove lo zoppo salta come un cervo, il muto grida di gioia e una strada si apre in mezzo alla pesantezza e alla tristezza della condizione umana, e attraverso di essa passeranno quelli che sono riscattati dal Signore. E aggiunge ancora: “Gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”. Ma tutto ciò non è un sogno? Non è uno dei tanti sogni che si ripropongono di tempo in tempo? È il sogno dei momenti di ottimismo? Oppure una bella speranza che il profeta ci comunica per consolare la tristezza della nostra condizione? Quando, infatti, potremo vedere al posto delle lacrime e della tristezza una eventuale gioia o felicità? Forse è proprio questo il dramma di Giovanni Battista che è rinchiuso in carcere per mano di Erode. La promessa di Isaia non è un sogno? L’avvento del Regno di Dio non è una realtà lontana? Quanto ancora bisogna aspettare?
Giovanni, che non a caso in questo tempo ci accompagna robustamente verso il Natale, manda i suoi discepoli da Gesù a chiedergli: “Sei tu che devi venire o dobbiamo aspettarne un altro?”. È la domanda di questo tempo di Avvento; ma è anche la domanda di ogni giorno dell’uomo religioso e dell’uomo che ha a cuore le sorti del mondo. Anche noi, in questa domenica, chiediamo qual è l’avvento, quando e come si realizzerà la profezia di Isaia. Lo chiediamo alla Parola del Signore, come quei discepoli di Giovanni lo chiesero a Gesù. L’evangelista scrive che i discepoli di Giovanni furono accolti dal profeta di Nazareth che non mancò di dare loro la risposta: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”. Gesù, riprendendo le parole del profeta Isaia, manda a dire a Giovanni che quella profezia si è compiuta; non è più solo un sogno, è già realtà.
Attraverso la sua persona che cammina in mezzo agli uomini, la profezia di Isaia ha iniziato il suo definitivo compimento. E Gesù aggiunge: “Beato chi non si scandalizza di me”. In lui si compie il disegno di Dio, non nella straordinarietà del meraviglioso o nel mistero dell’esoterismo magico, ma nella ordinarietà della misericordia e nel mistero della compassione. Spetta alle generazioni cristiane, anche alla nostra, rendere visibili i segni che Gesù stesso ha posto come inizio di un mondo rinnovato. È la grave responsabilità che poggia sulle spalle di ogni discepolo. Potremo dire anche noi a chi ci interroga: “Andate e riferite ciò che udite e vedete”. Ebbene, i segni di questo avvento ci sono anche oggi. C’è chi ha iniziato ad annunciare il Vangelo ai poveri, c’è chi compie i miracoli della carità, della giustizia, della misericordia di Dio, c’è chi, dimenticando se stesso, si è posto al servizio dei più deboli e dei più poveri, ci sono ciechi che vedono amici affettuosi accanto a loro, ci sono coloro che sanno consolare chi è nel pianto e sanno essere teneri e premurosi con chi è malato e abbandonato.
Beato chi accoglie questi segni e si lascia toccare il cuore. Gesù è venuto e ci insegna a camminare con lui, a lavorare con lui, a voler bene con lui, a commuoverci con lui su quelle folle stanche e sfinite che incontra lungo il cammino. Egli ci insegna a non disperare nell’attesa e a non chiudere il nostro cuore nell’angusto orizzonte di oggi, nell’orgoglio o nella rassegnazione. “Vieni, Signore Gesù!” era la preghiera antica dei cristiani. Ed è anche la nostra preghiera che ci libera dal fascino triste del deserto di questo mondo.

Seconda Domenica di Avvento

Dal Vangelo secondo Matteo (3,1-12)
In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Mentre muoviamo i primi passi verso il Natale del Signore, ci viene incontro la figura di un grande profeta, Giovanni Battista: l’evangelista lo presenta come un uomo vestito di peli di cammello e con una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo sono locuste e miele selvatico. Si ritira nel deserto di Giuda, lontano da Gerusalemme, e parla un linguaggio insolito, ma chiarissimo: «Razza di vipere», dice a chi opprime i più deboli, predicendo su di loro l’ira imminente di Dio. Per tutti aggiunge che la scure è ormai posta alla radice degli alberi: chi non produce frutti buoni sarà tagliato e gettato nel fuoco. Insomma, le sue invettive mettono in guardia gli abitanti di Gerusalemme sulla loro lontananza da Dio e dal suo amore.
Giovanni aveva preso le distanze da Gerusalemme. Si era spogliato di tutto; voleva essere forte solo della Parola: «Voce di uno che grida nel deserto». Sì, il suo vero nome è “Voce di uno che grida”. È solo una voce, che indica però la via della salvezza: «Preparate la via al Signore». Oggi questo profeta torna tra noi. Ma chi è, il profeta, oggi? È il Vangelo. Questa Parola è la voce che indica vie nuove, diverse da quelle della sopraffazione, dell’interesse solo per se stessi, del disprezzo, della violenza, della indifferenza. Il Vangelo, oggi, ci esorta: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Le nostre vie sono spesso lontane da quelle del Signore. Convertirci vuol dire, perciò, chiedere anzitutto perdono per la distanza che abbiamo frapposto tra noi e Gesù. Per aiutarci, il Signore spalanca davanti ai nostri occhi la sua visione, quella stessa che vide Isaia: «il lupo dimorerà insieme con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra». Quello di Gesù è un mondo svuotato di violenza e pieno di benevolenza e di amicizia. È il regno di Dio che soppianta quello triste e violento di questo nostro mondo, ove gli uomini continuano a combattersi, ove la violenza del terrorismo semina angoscia, ove un popolo si scaglia contro quello vicino, ove una parte della stessa nazione si mette contro l’altra, ove ciascuno si rinchiude nel proprio egocentrismo e bada solo a difendere i propri interessi.
Abbiamo bisogno dell’avvento di Dio e del suo regno. E Dio viene, anzi è ormai alle porte, ci dice la liturgia. È la buona notizia del Natale. E ha il volto di un bambino. Sì, il Bambino di Betlemme ci guiderà verso il regno. Per questo nasce. Il piccolo libro del Vangelo, se lo leggiamo con amore, ci illuminerà e ci guiderà. E sarà come un fuoco: riscalderà il nostro cuore e non saremo più schiavi dell’egoismo; guiderà i nostri passi a non ruotar più su noi stessi; sorreggerà le nostre mani per stenderle verso chi ha bisogno; irrobustirà i nostri piedi portandoci sulle vie dell’amore; illuminerà la nostra mente a riconoscere le cose vere e belle della vita.

martedì 29 novembre 2016

Prima Domenica di Avvento

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
La liturgia ci fa iniziare oggi il cammino verso il Natale. È l’Avvento: il Signore viene; non resta lontano, non aspetta di essere cercato, come chi si crede importante e mette alla prova per verificare i sentimenti degli altri. Il Signore viene perché vuole stare con noi e indicarci la via del cielo. Viene perché ci vuole bene. A volte può sembrare che il Signore sia distante, disinteressato a quello che accade nel mondo. Spesso di fronte all’ingiustizia, alla violenza o alla malattia ci domandiamo: perché Dio non viene? Perché mi lascia solo? Perché non sconfigge, lui che può tutto, le forze del male? Questo tempo di Avvento ci aiuta a capire la vicinanza di Dio. Egli viene perché tutti possano trovarlo. Il mondo ha bisogno di speranza, non di cinismo realista o di tristezza rassegnata. C’è bisogno di uomini e di donne forti nell’amore, che non fuggano e non smettano di sperare. Il mondo invece è spesso rassegnato. Quanti motivi per non sperare! Basta una delusione, l’amarezza di un rifiuto, una contrarietà, un bene non corrisposto, una maleducazione subita, un’incomprensione, un tradimento. Come sperare negli altri quando cerchiamo e troviamo subito la pagliuzza che ci rende incapaci di voler loro bene o quando si rivela la capacità terribile che abbiamo di fare il male? Come sperare nel mondo quando il futuro è carico di minacce reali, quando la logica della guerra sembra l’unico modo per risolvere i conflitti, quando è così difficile vivere insieme?,
Gesù viene a realizzare la profezia di Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”. Questa è la speranza, il sogno di Dio sul mondo. Noi ascoltiamo queste parole in un tempo in cui i popoli sembrano esercitarsi nell’arte della guerra piuttosto che in quella del dialogo. Non è un’ingenuità sperare? Non è più saggio pensare a se stessi, godersi il presente, alzare mura, affrontare il nemico prima che lui affronti noi anche a costo di rendere nemico chi in realtà è solo lontano o incompreso? Davanti a un mondo minaccioso ed imprevedibile facilmente siamo condizionati dalla paura, che è sempre una cattiva consigliera: indurisce il cuore, genera violenza, rende aggressivi, ispira il sospetto, avvelena le relazioni, confonde la mente, arma le mani.
La profezia di Isaia ci invita a trasformare già oggi le nostre lance in vomeri, iniziando dai nostri cuori. La speranza e la fede vincono la paura. Se cambio il mio cuore, se scelgo la mitezza invece di rispondere male, la semplicità invece delle tortuosità, il perdere invece di guadagnare, la gentilezza invece dell’aggressività; se scelgo di andare a visitare chi è solo o sta male; se scelgo di rispondere al male con il bene; se scelgo di aiutare chi è più povero; se smetto di credere importanti ed uniche solo le cose che vivo e faccio io e provo a capire gli altri ed a fare loro quello che voglio sia fatto a me; insomma, se inizio a cambiare me stesso inizia a cambiare il mondo.
“Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie”, invita l’apostolo Paolo. L’Avvento c’invita a non restare prigionieri della paura e ad essere uomini e donne di speranza che vivono già oggi la speranza di Dio: che nessuno abbia la sua vita stroncata dal male; che siano vinte le logiche dell’inimicizia e della divisione; che gli uomini trovino l’amore vero e lo vivano pienamente. È il sogno che non si muoia più per mano di un altro uomo; che le lacrime di disperazione dei piccoli siano asciugate dall’amicizia. Ma la paura ci condiziona. Quanto volte non cambiamo per paura! Quante parole non diciamo per non sbagliare, per paura di essere giudicati, di non venire capiti, di comprometterci! Quante scelte rimandiamo per essere sicuri! Quante occasioni perdiamo per aspettare che siano gli altri a fare il primo passo! Dio non ha paura e viene a riempire il nostro cuore di speranza. Il mondo può cambiare! Gli uomini possono cambiare! “Vegliate, state pronti”: è questo il primo invito dell’Avvento. “È ormai tempo di svegliarci dal sonno perché la salvezza è più vicina di quando diventammo credenti”. Sì, dobbiamo svegliarci. È facile addormentarsi. A forza di ridurre tutto a sé, si finisce poco alla volta per vivere come nel sonno. Ci si addormenta poco alla volta, quasi senza accorgersene. La proposta dell’Avvento è svegliarci ed avere speranza.

lunedì 7 novembre 2016

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (21,5-19)
Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. 
Gli domandarono: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?”. Rispose: “Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”.

Poi diceva loro: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. 
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.
L’anno liturgico sta avviandosi verso la conclusione e la Liturgia ci esorta a riflettere sulle “cose ultime”, sul “giorno rovente come un fuoco” che sta per venire, come scrive il profeta Malachia. Anche il brano evangelico di Luca sottolinea il tema della “fine dei tempi”. Ma il linguaggio escatologico usato dall’evangelista non sta a indicare letteralmente il crollo delle costruzioni e la fine della terra. Con esso si vuole indicare la fine del nostro mondo, la fine cioè di un certo modo di concepire la vita, la fine di comportamenti che obbediscono a certi ideali, a certe priorità lontane dalla giustizia e dal Vangelo. In tale prospettiva, ogni generazione sperimenta il confronto con la dimensione escatologica della vita, nel senso che deve confrontarsi con la fine del mondo in cui vive, pensa, opera, progetta. È qui il messaggio della profezia di Malachia: “Sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia” (3,19), saranno cioè bruciati e di loro non resterà che un pugno di cenere. Per i giusti, invece, in quel giorno “sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia”. Sono parole che suonano gravi anche per il nostro tempo e per l’opera di ognuno di noi: incombe un giudizio. Questa è la sostanza del discorso sulla “fine dei tempi”. Noi, già oggi, viviamo un momento nel quale il “sole di giustizia” o ci brucerà come paglia, o ci renderà operatori di un nuovo giorno. Non si tratta di lasciarsi andare a eccitazioni apocalittiche o a frenetici e inconsulti movimenti, magari sulla scia di un facile millenarismo.
È necessario comprendere la gravità del tempo presente e rinvigorire la testimonianza evangelica. Anche il brano evangelico (Lc 21,5-19) richiama la radicalità dell’impegno evangelico per l’oggi. Così fece Gesù con i discepoli. Egli prese spunto dalla maestosa bellezza del Tempio di Gerusalemme che doveva suscitare orgoglio e sicurezza nei discepoli: in quel Tempio splendente di marmi e decorazioni essi sentivano una sorta di garanzia per il loro futuro e quello del popolo d’Israele. Ma Gesù, con gravità, disse: “Di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra” (v. 6). I discepoli, sconcertati da questa affermazione che incrinava anche la loro sicurezza, chiedono quando tutto ciò accadrà, magari pensando che, se pur doveva accadere, sarebbe avvenuto in tempi lontani. Gesù non risponde alla domanda dei discepoli, ma dice loro di stare attenti, di non lasciarsi ingannare e di essere fedeli testimoni del Vangelo.
Non c’è dubbio che i nostri tempi siano gravi: basti pensare a quanto sta accadendo a grandi nazioni o al moltiplicarsi delle guerre e del terrorismo. Non somigliano questi fatti (e se ne potrebbero aggiungere tanti altri) ai “segni” di cui parla Gesù nel Vangelo? Ascoltiamo ancora: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo” (vv. 10-11). Queste parole non sono proiettate verso un lontano futuro. Esse descrivono l’oggi del mondo. Forse è più difficile trovare i luoghi ove i cristiani sono oggi perseguitati. Gesù dice: “Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno” (v. 12). È vero, non sono molti i luoghi della terra dove i cristiani sono perseguitati, ma ce ne sono, e comunque non mancano i perseguitati (anche se non sono cristiani). Potremmo leggere in questo contesto i tristi episodi di intolleranza e razzismo che continuano a imperversare nelle nostre città.
Di fronte a tutto ciò Gesù afferma: “Questo vi sarà occasione di render testimonianza” (v. 13). Cioè, in questi sconvolgimenti il Vangelo chiede ai discepoli una testimonianza coraggiosa e piena. Non è questo un tempo di accomodamenti, di aggiustamenti, di compromessi, per salvare il salvabile. C’è bisogno che il Vangelo risplenda chiaro sul volto dei cristiani. In tal senso stiamo vivendo i “tempi ultimi”, i tempi nei quali o si brucia come paglia o si risorge a un giorno nuovo.

giovedì 3 novembre 2016

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal vangelo di Luca (20,27-38)
Gli si avvicinarono alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: “Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”.
Gesù rispose loro: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”.
Dopo la festa dei santi e il ricordo di tutti coloro che sono morti (si tratta di due aspetti della stessa memoria), la Liturgia di questa domenica insiste ancora sul mistero della vita oltre la morte. Non c’è dubbio che la domanda sull’aldilà è una di quelle questioni che traversa nel profondo tutta la vicenda umana. I sadducei, un movimento religioso di intellettuali, avevano risolto il problema negando la realtà della risurrezione dai morti. Del resto, su questo tema, l’Antico Testamento aveva raggiunto solo molto tardi una certezza (apparirà chiara nel libro dei Maccabei, come leggiamo nella prima lettura). L’episodio evangelico (Lc 20,27-38) riferisce la discussione nella quale i sadducei tentano di dimostrare a Gesù che la fede nella risurrezione dei morti, condivisa anche dai farisei, è inaccettabile perché porta a conseguenze ridicole. E riportano l’ipotetico caso di una donna, la quale, in base alla legge del levirato stabilita da Mosè, ha dovuto sposare successivamente sette fratelli, morti l’uno dopo l’altro, senza che nessuno le abbia dato un figlio. Alla fine muore anche la donna. “Dopo la morte, – chiedono i sadducei a Gesù – nella risurrezione questa donna di chi sarà moglie?” (cfr. v. 33). È ovvio il senso del ridicolo dell’eventuale risposta di Gesù.
Oggi noi non facciamo questo tipo di domande; siamo un po’ più scaltri. Nel migliore dei casi suggeriamo di tacere su ciò che non vediamo e non conosciamo. Il filosofo Wittgenstein quasi a raccogliere tutte queste perplessità suggerisce un saggio principio: “Di ciò di cui non si può parlare e si deve tacere”; in altri termini: della vita oltre la morte -ci sia o non ci sia, come sia e come non sia – sarà bene che gli uomini ne parlino il meno possibile. Nessuno infatti ne ha esperienza diretta. Credo che noi cristiani, pur non essendo d’accordo con questo filosofo, siamo però diffidenti verso quelle facili visioni che qui o là vengono rivendicate. Se parliamo della vita oltre la morte, non lo facciamo attingendo dalla nostra esperienza, più o meno fantasiosa, ma solamente dalla Parola di Dio. Questa parola, “che era in principio presso Dio” (Gv 1,1) e che è venuta a porre la sua tenda in mezzo a noi, apre agli occhi della nostra mente e del nostro cuore il velo che ci separa dall’eternità. È ovvio che nella misura in cui la “parola” si avvicina agli uomini assume una veste comprensibile, perché possiamo almeno un poco intravedere il mistero che essa nasconde.
L’apostolo Paolo scrive: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia” (1 Cor 13,12). Se dovessi trovare un esempio per cercare di esprimere il rapporto tra il nostro mondo e quello eterno, prenderei la vita del bambino dentro il seno della madre e la sua vita quando esce dal seno materno. Cosa può comprendere il bambino, mentre è nel seno materno della vita fuori? Quasi nulla. Analogamente, cosa possiamo dire noi della vita oltre la morte? Nulla, se la Parola di Dio non ci venisse incontro. Ebbene, nella risposta ai sadducei Gesù viene a scostare un poco il velo: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli ed, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio” (vv. 34-36).
Le caratteristiche del mondo dei risorti sono opposte a quelle del mondo attuale, perché con la risurrezione la vita è continua, non ha né inizio né fine, non ha più bisogno del matrimonio in vista della generazione, come non è più possibile la morte. È una vita piena di comunione affettuosa con Dio e tra noi, senza lacrime, amarezze e affanni. Ma l’opposizione tra “i figli di questo mondo” e “i figli della risurrezione” non è relegata solo al momento dopo la morte; se noi siamo figli della risurrezione fin da ora, l’opposizione si realizza già nel nostro tempo; essa non è altro che la diversità tra il mondo e il Vangelo, tra la vita secondo la Parola di Dio e la vita secondo le nostre grette tradizioni. In termini semplici potremmo dire che il paradiso inizia già su questa terra, quando cerchiamo di vivere secondo il Vangelo. La “Parola di Dio” è il lievito buono che fermenta la pasta della nostra vita, è il seme di immortalità e di incorruttibilità deposto nella piccola terra del nostro cuore. Spetta a noi, già da ora, accogliere il lievito e lasciarlo fermentare, accogliere il seme e lasciarlo crescere. Così inizia il paradiso già da ora. Al contrario, nell’assenza o peggio nel rifiuto del Vangelo, costruiremo con le nostre mani l’inferno per noi e per gli altri. Là dove attecchisce il Vangelo e spunta un segno di amore, anche piccolo, sboccia la vita che non finisce. Per questo, nella professione di fede, noi diciamo “credo la vita eterna”, ossia la vita che non finisce, e non “credo nell’aldilà”. Il paradiso possiamo viverlo sin da oggi.

lunedì 24 ottobre 2016

XXXI Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (19,1-10)
Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”.
Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.
Il brano evangelico che abbiamo ascoltato ci fa entrare dentro la città di Gerico assieme a Gesù. Non si tratta di un cammino distratto e frettoloso come normalmente accadeva in questa cittadina di confine, o come accade nella convulsa vita quotidiana delle nostre città, ove ci si ferma magari solo per gli ingorghi. Anche se la meta è Gerusalemme, Gesù cammina per incontrare la gente, per aiutare chi ha bisogno, per guarire chi è malato e per dare consolazione a chi è afflitto. Egli cammina per le vie della città, ma in realtà vuole percorrere le vie del cuore, quelle più intime e talora tenute nascoste anche ai più vicini. Gerico, una delle più antiche città del mondo, era una fiorente oasi circondata dal deserto e la sua vicinanza ai guadi del Giordano ne aveva fatto un importante luogo doganale. Qui abitava un capo dei pubblicani chiamato Zaccheo. Era forse un imprenditore privato a cui le autorità pubbliche avevano dato l’incarico di controllare tutta l’attività esattoriale della regione. Questo suo lavoro gli aveva permesso di incassare delle belle somme e forse con metodi non proprio puliti. Zaccheo, un notabile della cittadina di Gerico, potremmo paragonarlo a quel giudice ricco e disonesto di cui ha parlato l’evangelista al capitolo 18, ma forse più peccatore di questo.
Zaccheo, incuriosito dall’entusiasmo della folla, vorrebbe anch’egli vedere Gesù che passa per la città. Ma, essendo piccolo di statura, a causa della folla non riusciva a vederlo. Forse non si parlava solo della statura fisica. La folla, o meglio, il clima convulso e confuso della città, non aiuta a vedere Gesù. E Zaccheo non è al di sopra di questa folla, come del resto noi tutti non siamo al di sopra o al di fuori della mentalità comune della maggioranza. Tutti siamo troppo a terra, troppo preoccupati di noi stessi, delle nostre cose, per poter scorgere Gesù che passa. Né basta alzarsi solo sulla punta dei piedi, restando dove si è. Zaccheo dovette correre avanti, uscire fuori dalla folla, e salire su un albero. E la folla non è solo quella che sta fuori di noi; molte volte il nostro cuore è affollato di pensieri e preoccupazioni che non ci lasciano uscire da noi stessi, anzi ci tengono succubi e schiavi del nostro io. Sì, c’è una folla nel cuore di ciascuno di noi da cui bisogna uscire. E l’albero su cui salire può essere rappresentato da un amico, da un sacerdote, da momenti di riflessione che dobbiamo cercare, dalla stessa comunità cristiana: tutti costoro possono essere un aiuto per uscire dall’impasse, in cui spesso ci cacciamo da soli.
Quando Gesù passò, guardò in alto e vide Zaccheo. Gli disse subito: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (v. 5). Immaginiamoci lo stupore e l’imbarazzo di questo notabile che aveva rischiato anche il ridicolo pur di vedere Gesù. Questa volta non si ripeté la scena dell’uomo ricco che se ne andò triste. Zaccheo, al contrario, “discese in fretta e lo accolse pieno di gioia” (v. 6). Il Vangelo ha fretta; ha fretta che il mondo cambi; ha fretta che ognuno di noi viva meglio; ha fretta che la felicità si allarghi; ha fretta che i deboli e i malati vengano aiutati. E se qualcuno dice: “Ma è difficile cambiare”, oppure: “È praticamente impossibile trasformare la vita attorno a noi”, Zaccheo ci offre un esempio. Dopo l’incontro con Gesù egli cambia atteggiamento e dice: “Do la metà dei miei beni ai poveri” (v. 8). È un tratto molto realistico; non “do tutto”, egli dice, ma “la metà dei miei beni”; pone cioè una misura e la rispetta. Potremmo dire che indica la strada del realismo nel valutare la propria condizione e nel decidere di partire da lì per cambiarla. Anche noi, gente ordinaria, possiamo trovare la nostra misura concreta e osservarla. In questo modo può entrare la salvezza nella nostra vita.

martedì 18 ottobre 2016

Trentesima Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (18,9-14)
Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.
“La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata, non si contenta”. Queste parole del libro del Siracide (35,17) ci pongono in continuità con quanto abbiamo ascoltato domenica scorsa. La preghiera resta l’orizzonte nel quale la Parola di Dio ci immette. Ma non è più l’insistenza nel rivolgersi a Dio, come nell’episodio della povera vedova, bensì l’atteggiamento che l’uomo deve avere nella preghiera. L’evangelista Luca (18,9-14) inizia la narrazione della notissima parabola del fariseo e del pubblicano che si recano al Tempio, con una premessa che ne mostra la ragione: “Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Si tratta in verità di una situazione nella quale tutti possiamo ritrovarci. Ognuno di noi, in fondo, ha una buona considerazione di sé, accompagnata, invece, da un senso piuttosto critico verso gli altri. E credo sia opportuno sottolinearlo nei nostri tempi, perché è diventato fin troppo facile puntare il dito contro gli altri, senza guardare se stessi. Storture e deviazioni avvengono anche perché l’ambiente spesso le permette o le tollera. Non c’è dubbio che la caduta della tensione morale ci vede tutti corresponsabili, seppure in diverso grado, per cui è difficile tirarsene totalmente fuori.
La parabola di questa domenica è, perciò, davvero attuale: sono davvero molti coloro che si sentono più giusti degli altri; potremmo dire che il “Tempio” di questo mondo è stracolmo di gente che “presume di essere giusta e disprezza gli altri”. Il fariseo, che sta ritto in piedi davanti all’altare e ringrazia Dio per la vita buona che conduce, non è solo, è circondato dalla maggioranza. Il fariseo ha da vantare cose che la maggioranza difficilmente può presentare. In effetti ha qualcosa di esemplare: che vada al Tempio è cosa buona; è anche bello che non si nasconda da una parte e non si metta in fondo vicino alla porta, come accadeva e accade ancora in molte nostre chiese. Inoltre, quel che il fariseo dice è vero: non è un ladro, non è un imbroglione, non tradisce la moglie ed è diverso da quel pubblicano che si è fermato in fondo. Poi digiuna veramente due volte la settimana e paga le offerte. Non sono cose da poco; non tutti le fanno. È quindi anche giusto che ringrazi Dio. Insomma sembra davvero a posto in tutto. Quanto al pubblicano, c’è da dire la stessa cosa, sebbene in tutt’altro senso. Che si fermi in fondo al Tempio non è poi così esemplare; e se non ha il coraggio di alzare gli occhi al cielo è certo per buoni motivi. Se si batte il petto, lo fa a ragione. Si chiama peccatore e lo è veramente. Insomma, non è una persona che possiamo definire “per bene”. Ma lo sa ed è pentito. Ed è proprio qui il motivo che fa rovesciare il giudizio della parabola. Gesù dice chiaramente che davanti a Dio non contano le opere che uno può accampare, bensì l’atteggiamento del cuore.
Questa parabola è certo una lezione sulla preghiera, ma ancor più lo è circa l’atteggiamento da avere davanti a Dio. Il peccato del fariseo non è sul piano delle pratiche religiose (le osserva tutte e con scrupolo), ma su quello della presunzione, dell’autosufficienza, della grettezza e della cattiveria, che lo spinge a giudicare con disprezzo il pubblicano peccatore. Lo si vede che è un peccatore da come giudica il pubblicano: senza pietà. Il fariseo sale al Tempio non per chiedere aiuto o per invocare il perdono; anzi si sente in grado di fare lui le sue offerte a Dio. Ha un cuore pieno di sé.
Il pubblicano, pur avendo raggiunto un notevole benessere nella vita – magari è anche temuto – al contrario, si sente bisognoso. Egli sale al Tempio non a mani colme ma vuote, non per offrire ma per chiedere. Il suo atteggiamento davanti a Dio è quello di un mendicante che tende la mano (profittiamo per ricordare che i mendicanti davanti alle chiese sono il segno della nostra condizione davanti a Dio, come scrive sant’Agostino). Per l’evangelista, il pubblicano è il prototipo del vero credente: questi non confida in sé e nelle proprie opere, anche buone, ma solo in Dio. È ancora una volta il paradosso evangelico: “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (v. 14). Sta anche scritto: “Chi è povero cerca il Signore”, non chi si sente giusto. È una grande verità e una grande saggezza che il Vangelo oggi propone alla nostra riflessione.

mercoledì 12 ottobre 2016

XIX Settimana del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (18,1-8)
Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: “In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi””. E il Signore soggiunse: “Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.
Ci avviamo verso la conclusione dell’anno liturgico. È stato un tempo nel quale, di domenica in domenica, siamo stati portati alla contemplazione del mistero di Gesù. Le nostre settimane, i nostri giorni sono stati come lievitati dal fermento della Parola di Dio. Anche in questa domenica, riceviamo questo dono che si innerva nella vita dei nostri giorni. È la breve parabola della vedova insistente: una situazione tipica, non solo negli usi giuridici dell’Antico Testamento. Anche oggi, non di rado, accade che un prepotente si avvalga di cavilli giuridici per strappare a poveri indifesi quel poco che hanno. Il giudice – riprendendo la parabola evangelica – dovrebbe, con imparzialità e tempestività, difendere quella povera donna. Ma il magistrato si comporta esattamente al rovescio: non teme né Dio né gli uomini: “C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno” (Lc 18,2). In un certo modo viene rappresentata l’arroganza del potere, che spesso troviamo nella storia degli uomini. Già il profeta Isaia l’aveva denunciata: “Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per spogliare gli orfani, dice il Signore” (Is 10,1-2).
A questo punto inizia la storia raccontata dalla parabola: cosa farà la povera vedova in questa situazione di palese ingiustizia? Oltre tutto, nel mondo ebraico, donne come lei erano il simbolo della debolezza, oltre che le più esposte al sopruso. Dio stesso si fa loro difensore; viene infatti invocato con il titolo di “difensore delle vedove”, ormai prive della tutela del marito (Sal 67/68,6). Questa donna, comunque, non si rassegnò all’ingiustizia, come in genere solevano fare tutte. Era certamente una vittima, ma tutt’altro che rassegnata. Con insistenza, infatti, si recava dal giudice pretendendo la giusta soddisfazione. Non lo fece solo una volta, ma più volte; con tenacia non si stancava di pretendere il giusto, finché quel giudice non si decise a prendere in esame il suo caso. “Disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi”” (vv. 4-5). Così termina la parabola. Importanti sono le brevi conclusioni poste da Gesù. Inizialmente sembrano alquanto sconcertanti, perché pongono in parallelo il giudice della parabola con Dio stesso. Si tratta di un paradosso, usato altre volte nei vangeli, per togliere dalla nostra mente ogni dubbio: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente” (vv. 7-8). Sì, Dio non ci farà aspettare a lungo, farà giustizia prontamente (qualcuno traduce “all’improvviso”, “quando meno te lo aspetti”), se con insistenza rivolgiamo a lui la nostra preghiera. In effetti, i credenti hanno una forza incredibile nella preghiera, un’energia che riesce a cambiare il mondo. Siamo tutti, forse, come quella povera vedova, deboli, senza particolari poteri; eppure questa debolezza, nella preghiera insistente, diviene una forza poderosa; appunto, come per quella vedova che riuscì a intaccare la durezza del giudice.
Purtroppo è facile per noi cadere nella sfiducia e nell’incredulità, lasciarsi travolgere dalle cose di questo mondo, dalle nostre ansie, dalle nostre sicurezze, e dimenticare la preghiera. La prima lettura della Liturgia, tratta dal libro dell’Esodo (17,8-13), è un esempio incredibile della “forza debole” della preghiera. La Scrittura ci presenta la figura di Mosè con le mani alzate verso il cielo, mentre Israele affronta in battaglia Amalek, nella piana di Refidim. Mosè impersona tutto il popolo in preghiera. Quando lui prega, il popolo di Israele vince, non appena abbassa le mani, subito prevale il nemico. Aronne e Cur intervengono, uno da una parte e l’altro dall’altra, per sorreggergli le mani, fino al momento della vittoria finale. Nella preghiera costante, noi credenti possiamo trovare il fondamento per costruire la nostra vita e per edificare la stessa città degli uomini, certi di quanto afferma il salmo 126/127: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (v. l).

venerdì 7 ottobre 2016

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (17,11-19)
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.
“La Parola di Dio non è incatenata!”. Lo dice Paolo dettando la Lettera a Timoteo mentre porta le catene della prigionia (2 Tm 2,9). E aggiunge: “Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza”, Queste sofferte parole dell’apostolo ci dicono la libertà e la forza della santa Scrittura che ogni domenica ci viene annunciata; in tal senso la Parola di Dio è davvero un dono prezioso del Signore. Le vicende tristi o meno tristi che accadono a noi personalmente o al mondo che ci circonda non riescono a soffocare il Vangelo, come neppure le catene riuscirono a fermare l’apostolo Paolo nel suo ministero di predicazione. Ogni domenica, sia che partecipiamo alla Liturgia, sia che la disertiamo, il Vangelo torna a parlare alla vita degli uomini. Si potrebbe dire che, a differenza di Paolo, costretto a “portare le catene come un malfattore” a causa del Vangelo, noi incateniamo noi stessi per escluderci dall’ascolto di quell’unica parola che può salvarci. Lo stesso Vangelo di questa domenica (Luca 17,11-19) ci mostra la potenza della parola.
Gesù si trova nel territorio di Jezreel, tra la Galilea e la Samaria. Mentre sta entrando in un villaggio, gli vengono incontro dieci lebbrosi (era facile incontrarli vicino ai luoghi abitati). Essi, fermatisi a distanza, com’è previsto dalle leggi, gridano verso di lui: “Gesù Maestro, abbi pietà di noi!” (v. 13). Gesù non li evita, come in genere fanno tutti, ma si mette persino a parlare con loro. Alla fine li congeda: “Andate a presentarvi ai sacerdoti” (v. 14). Non li guarisce subito come ha fatto in altri casi (Lc 5,12-16); né li tocca con le sue mani, ma li invia ai sacerdoti, chiedendo così un atto di fede. I dieci lebbrosi obbediscono immediatamente e si incamminano verso i sacerdoti. L’evangelista nota che durante il cammino sono “sanati”; potremmo dire, si accorgono di guarire. Tutto questo non è senza significato: la guarigione, il miracolo, non è un fatto prodigioso che capita in modo improvviso quasi fosse frutto di una magia. Possiamo paragonare la prima parte della scena evangelica ai primi passi di ogni conversione e della stessa vita del discepolo. La conversione, infatti, nasce sempre da un grido, da una preghiera, come quella di questi dieci lebbrosi. La stessa Liturgia, ogni domenica, proprio mentre inizia, ci fa ripetere: “Signore, pietà!”. La guarigione si radica nel riconoscere la propria malattia, il proprio bisogno di aiuto, di protezione, di sostegno.
Il Signore, a differenza degli uomini spesso distratti di fronte al grido di aiuto, ascolta e si ferma. Non solo. Subito risponde. Come abbiamo ascoltato dall’apostolo, la Parola di Dio non è mai incatenata: parla con libertà e con potenza, sempre. Il problema semmai si pone sul nostro versante; siamo noi che non prestiamo ascolto, o perché sfiduciati, o perché colmi delle nostre parole. In questa domenica ci è chiesto di ascoltare la parola evangelica e di porre la nostra fiducia in essa, come fecero i dieci lebbrosi. Sulla parola di Gesù, essi intrapresero il cammino verso i sacerdoti e, proprio mentre stavano per via, tutti furono guariti. Questo sta a dire che la guarigione inizia quando si comincia a obbedire al Vangelo, e non più a se stessi o alle proprie abitudini mondane. In tal senso il nostro cammino spirituale ci porterà la guarigione, nel cuore e nel corpo, nella misura in cui è scandito dall’ascolto del Vangelo. Una cosa analoga accade ai due discepoli di Emmaus: essi guarirono dalla loro malattia (la profonda tristezza del cuore) mentre erano in cammino e ascoltavano Gesù che parlava.
Il testo evangelico di questa domenica, dopo aver notato che tutti e dieci i lebbrosi sono stati guariti, aggiunge che uno solo torna indietro “lodando Dio a gran voce”; e appena arriva vicino a Gesù gli si getta “ai piedi per ringraziarlo” (v. 16). L’evangelista intende sottolineare con questo gesto l’ulteriore passo della conversione: ossia la riconoscenza e l’affidamento della propria vita a Gesù. La piena guarigione infatti prende anche il cuore. Potremmo dire che il decimo lebbroso non è solo “guarito”, ma anche “salvato”. Gli altri nove, tutti ebrei, forse ritenevano la guarigione una cosa dovuta, perché figli di Abramo. Il decimo, un samaritano, uno straniero, sentì la guarigione come una grazia, come un dono immeritato, che esigeva un ritorno di amore. Egli è esempio per ognuno di noi, perché accogliamo la commozione gratuita di Dio sulla nostra vita e lo ringraziamo per essersi chinato su di noi.

martedì 27 settembre 2016

XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (17,5-10)
Gli apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare””.
“Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese” (vv. 2-3). Sono le parole iniziali del dialogo tra il profeta Abacuc e Dio. Non sappiamo nulla di questo profeta. Si presenta lui stesso come un freddo scettico che, nel suo abituale dialogo con Dio nel Tempio, ha l’ardire di chiedergli conto di certe cose, di farsi spiegare il comportamento dell’Altissimo quando castiga un malvagio con un malvagio peggiore (il malvagio per il profeta è l’impero Assiro, il peggiore sarebbe l’impero neo-Babilonese).
La situazione che sta davanti agli occhi del profeta è segnata da disgrazie, dolori, violenze, lotte, contese; e Dio sembra non rendersene conto, come se fosse impotente o distratto. Eppure si tratta del suo popolo che sta vivendo un’amara schiavitù! Il profeta si domanda “fino a quando” durerà questa situazione. E se Dio risponde che castigherà il malvagio attraverso un altro peggiore, il profeta chiede “perché”; non si instaurerebbe in tal modo una catena cruenta che pone un popolo contro un altro popolo? Il profeta sembra sfidare Dio perché gli dia una risposta; egli starà come vedetta e sentinella al suo posto sino a che Dio non risponderà. La risposta venne. Dio parlò al profeta e, attraverso di lui, a tutti gli uomini: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine…; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà” (vv. 2-3). “Ecco, – continua il testo – soccomberà colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede” (v. 4), ossia salverà la sua vita mediante la fiducia in Dio. Negli interrogativi del profeta Abacuc si addensano i tanti interrogativi di questi tempi, in particolare quelli relativi alla situazione di paesi vicini al nostro e degli altri numerosi paesi del grande mondo dei poveri.
Il profeta dice che soccomberà chi non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede. Di fronte a quanto sta accadendo, ogni credente è chiamato a riscoprire con urgenza la radicalità della propria fede. Non siamo qui nel campo delle scelte particolari e parziali, soggette al vaglio del giudizio storico del momento. E in gioco il senso profondo della vita e delle scelte personali, sociali e anche politiche. Se si vuole, è in gioco la ragione che presiede le singole scelte concrete, strettamente legato al dono della fede. L’apostolo Paolo ricorda a Timoteo (è la seconda lettura) di “ravvivare il dono” che gli è stato dato; e aggiunge che il dono non è “uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza” (2 Tm 1,7). Paolo delinea così l’uomo di fede, la scelta di colui che vuol vivere guardando anzitutto il Signore. L’uomo di fede non è timido o vergognoso; è saldo e coraggioso nella testimonianza, come lo stesso Paolo scrive a Timoteo.
Il Vangelo di Luca (17,5-10) si apre con la preghiera degli apostoli a Gesù: “Aumenta la nostra fede!”. È forse la preghiera che tutti dovremmo fare in questi tempi. Ci sentiremo rispondere da Gesù: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: “Sii sradicato e trapiantato nel mare”, ed esso vi ascolterebbe” (v. 6). Non c’è bisogno di una grande fede, sembra dire Gesù. Basta una fede piccola, ma che sia fede, ossia fiducia in Dio più che in qualsiasi altra cosa (carriera, denaro, partito, clan, se stessi). Di questa fede ne basta “un granellino”; essa è capace di spostare anche le montagne. La verifica è indicata nella frase finale del brano evangelico: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”” (v. 10). Il discepolo è chiamato a fare il proprio dovere sino in fondo e al termine dire: “Siamo servi inutili”. Per noi, abituati a rivendicare meriti e riconoscimenti, queste parole suonano davvero strane. Eppure anche da esse può fondarsi la fiducia in un nuovo futuro.

mercoledì 21 settembre 2016

Funerale di Carlo Azeglio Ciampi

ciampipaglia
Carissima Signora Franca, Signor Presidente della Repubblica, Eminenza, care sorelle e fratelli tutti,
siamo accorsi numerosi per questa santa celebrazione che apre a Carlo la porta del cielo. L’intera Italia oggi è in lutto per la perdita dell’amato presidente Ciampi, il “Presidente di tutti”, come in tanti hanno detto. E piangi anzitutto tu, carissima Franca, che per settanta anni gli sei stata accanto. Proprio il 19 settembre di settanta anni fa – era il 1946 – tu e Carlo celebravate il vostro matrimonio a S. Maria Della Vite a Bologna. E’ il settantesimo anniversario, e cade come una goccia di tenerezza che almeno un poco smorza la crudezza della morte e del distacco. Anche oggi, come allora, tu e Carlo vi trovate davanti all’altare del Signore, questa volta, a Roma nella vostra chiesa parrocchiale, circondati dai due figli, Claudio e Gabriella, e dai nipoti Margherita, Maria e Virginia, con Ginevra e Manfredo (il nonno mi mostrava orgoglioso i vostri disegni che teneva appesi nella parete della sua stanza; era fiero di voi). Assieme a voi, cari famigliari, ci siamo anche noi, amici di Carlo, in una celebrazione che raccoglie una bella Italia, quella più profonda che va oltre le divisioni, quella della patria intesa come famiglia di tutti, quell’Italia di cui Carlo è stato figlio, servitore fedele e in certo modo anche padre.
Circondato da questo unanime affetto Carlo inizia, da questo altare, il suo viaggio verso il cielo. Le parole evangeliche della chiamata di Natanaele, sembrano descrivere questa santa liturgia. Ci offrono uno spiraglio sul mistero dell’amore di Dio che ci salva dall’abisso della morte. Un abisso che ci atterra e di fronte al quale non abbiamo parole, se non quelle della nostra estrema debolezza. Non possiamo nulla. Ma Gesù stupisce i discepoli ed anche noi: “vedrete cose più grandi…vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell’uomo”. Sì, questa santa liturgia è il cielo che si apre per Carlo e gli angeli di Dio salgono e scendono per prenderlo e accompagnarlo all’altare del cielo. E Gesù, vedendolo arrivare, può dire: “Ecco davvero un uomo in cui non c’è falsità”. E Carlo, per parte sua, può finalmente recitare con pienezza – e per l’ultima volta – la “sua” preghiera, quella che l’ha accompagnato per tutti i giorni della sua vita, fino alla fine. L’abbiamo recitata assieme tante volte. Le prime parole dicono: “Eccomi, o mio amato e buon Gesù…”. Carlo pronuncia oggi il suo “eccomi” di fronte al Signore che gli apre le sue braccia.
Cari amici, Carlo si è preparato a questo incontro che per i credenti è quello decisivo. Diverse volte ne abbiamo parlato. La prima volta lo fece con Giovanni Paolo II a cui lo univa una intensa e tenera amicizia. Aveva con sé la foto che lo ritraeva, guancia a guancia con il Papa, al termine della celebrazione della giornata mondiale della gioventù a Roma con più di due milioni di giovani. Erano stanchi, ma la visione di quei giovani era di speranza per loro due ormai avanti negli anni. In uno dei successivi incontri Carlo disse a papa Wojtila: “Santo Padre abbiamo la stessa età… Se lei dovesse morire prima di me, mi promette che mi verrà incontro, che verrà a prendermi, che non mi lascerà solo quando giungerà la mia ora?”. Oggi, quella promessa si compie: Giovanni Paolo II sta qui con gli angeli che scendono dal cielo per prendere e abbracciare l’amico caro e accompagnarlo nel cielo di Dio.
La malattia, negli ultimi anni, aveva duramente provato Carlo. E tuttavia mai è uscito dalla sua bocca un lamento. Ha vissuto questi ultimi anni di indebolimento progressivo senza mai perdere quel rigore e quella dignità che hanno caratterizzato l’intera sua vita. La fede di Carlo – una fede semplice, non gridata, e tuttavia salda e praticata con discrezione e rispetto -, è stata come un filo rosso che ha legato e ispirato tutti i suoi giorni perché li spendesse non per se stesso, per i suoi avanzamenti o suoi personali interessi, ma per servire il bene comune del paese. E mentre il suo corpo si indeboliva è cresciuto in lui il senso della preghiera e del bisogno di tenerezza e compagnia. Per me personalmente è stato un dono la sua amicizia, soprattutto in questi ultimi anni e non dimentico i suoi occhi e il suo grazie quando gli ho dato la benedizione di Papa Francesco.
Oggi, Carlo ci lascia ripetendoci le parole che l’anziano Paolo scrisse al giovane Timoteo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Davvero Carlo ha combattuto la sua buona battaglia, con umiltà, con determinazione e con limpida coscienza. Lo ha fatto fin da ragazzo, quando si è lasciato temprare dalla severa disciplina dei gesuiti, ricordava spesso padre Fusi e padre De Giudici che lo avevano introdotto negli studi classici, la sua vera passione. Di qui la sua preoccupazione per l’educazione dei giovani. A 16 anni vince il concorso per entrare alla Normale di Pisa. E appena superata la tempesta della guerra con la triste parentesi dell’invasione in Albania – un angelo lo salvò dalla morte – Carlo scelse di avviarsi al lavoro e di sposare Franca. E tu, cara Franca, lo spingesti a fare il concorso per la Banca d’Italia per avere uno stipendio piccolo ma sufficiente per sposarvi. Lo vinse con la qualifica di “avventizio provvisorio”. E restò nella Banca d’Italia per 47 anni, salendo fino al vertice.
Da allora il servizio al Paese è stata la costante della vita di Carlo. Era severo ed esigente anzitutto con se stesso. Ma la sua signorile severità faceva trapelare una calda passione civile che contagiava chi gli stava accanto. Per un destino della storia Carlo si è trovato ad assumere gravose responsabilità nei momenti più difficili per le Istituzioni, anche le più alte, che ha dovuto presiedere. Eppure – così lo ricordano i collaboratori – appariva calmo, sereno, anche durante le tempeste più gravi, e non per arroganza ma per una straordinaria sintesi di competenza, rigore, onestà e saggezza, tenendo in conto i pareri altrui ma avendo fisso come una stella polare l’interesse del Paese. Dell’Italia Carlo conosceva i limiti ma anche le potenzialità. convinto che i limiti potevano superarsi con un legame forte e duraturo con gli altri paesi europei. Un doppio patriottismo lo animava: quello che lo spinse a irrobustire una difficile unità degli italiani intorno al tricolore e quello di mettere al sicuro quest’unità in un’attiva cooperazione con gli altri paesi europei. Così, da Presidente, portò l’Italia nel nuovo millennio.
Era consapevole della necessità di un nuovo slancio spirituale e politico e negli ultimi anni non nascondeva le sue preoccupazioni. Volentieri ricordava l’incontro di Assisi del 2002 voluto da Giovanni Paolo II per scongiurare il terrorismo e invocare la pace. Al termine il Papa gli fece chiedere se voleva portare anche lui la lampada della pace. Con emozione il Presidente Ciampi si alzò e portò sul candelabro quella lampada accesa. Vengo da Assisi, dove ieri è venuto il Presidente Mattarella e dove domani verrà Papa Francesco, e vorrei consegnare a Carlo questa lampada di Assisi perché illumini i suoi passi verso il cielo e si possa dire anche di lui: “Beati i piedi di colui che porta la pace”. Amen!

lunedì 19 settembre 2016

XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (16,19-31)
C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui.
Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti””.
Oggi è la domenica del povero Lazzaro, di colui che giace alla porta del ricco, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cade dalla mensa. Nell’ultimo saluto durante i funerali preghiamo augurando al defunto di poter “con Lazzaro, povero in terra godere il riposo eterno del cielo”. Il Vangelo vuole che incontriamo oggi i tanti poveri Lazzaro, ci insegna a commuoverci delle loro piaghe, a scandalizzarci per la fame. Accorgiamoci di lui, perché Lazzaro ci accoglierà nel cielo, intercederà per noi. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere”. Gesù vuole che gli uomini non vivano “spensierati”, da buontemponi, come dice il profeta Amos, che sciupano la vita e pensano che tutti siano come loro. Da “spensierati” si accetta un mondo di sofferenza e si costruisce un abisso d’amore che non si può più colmare. Il contrario di un cuore spensierato e superficiale non è una vita da eroi o agitata: è un cuore umano e buono.
“C’era un uomo ricco che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente”. Quest’uomo, senza nome, non è descritto come uno sprecone, e neppure come uno sfruttatore dei suoi servi. È uno come tutti e si comporta nello stesso modo di quelli della sua condizione: vive spensieratamente la sua ricchezza. Il problema sta nel prosieguo della narrazione: “un mendicante di nome Lazzaro giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco”. L’evangelista in questo caso, riporta il nome, Lazzaro, e marca la differenza tra la sua situazione e quella del ricco. Questo quadro, che contrappone senza mezzi termini la vita consumista da una parte e la miseria più nera dall’altra, non era affatto considerato un’ingiustizia dalla teologia degli scribi. E non ritenendola tale, con facilità si tranquillizzava la coscienza con la dottrina dell’elemosina. Insomma, allora come oggi, si trovano le ragioni per far restare le cose come sono, per non cambiare neppure una palese ingiustizia come quella descritta dal Vangelo. Dopo la morte dei due protagonisti, si apre una scena completamente diversa. Ma questa volta appare chiaro quale sia il pensiero di Dio e il suo giudizio. Il ricco e Lazzaro sono ambedue “figli di Abramo”. Ma Lazzaro siede con questi alla mensa celeste; il ricco, non accolto nei tabernacoli eterni, è caduto nel luogo dei tormenti.
Se il ricco avesse aiutato Lazzaro, costui l’avrebbe accolto nel cielo. Ma solo ora comprende la verità della vita; ed è troppo tardi. Implicitamente, il ricco ammette l’inevitabilità della sua attuale triste condizione, come prima accettava tranquillamente la sua spensieratezza e le sue vesti di porpora e bisso; non chiede infatti di cambiare luogo ma solo di poter essere sollevato un poco; gli basterebbe toccare con la lingua un dito bagnato nell’acqua. Ma anche questo è impossibile; neppure Dio può superare l’abisso che l’uomo si costruisce attorno. Eppure, in questo mondo si continua la creazione di abissi tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, tra etnia ed etnia e, infine, sul piano planetario, tra paesi ricchi e paesi poveri. Lazzaro è il barbone accanto a noi, è lo straniero, è una etnia oppressa, è un popolo violentato e sfruttato. Dalla parabola, tuttavia, appare con estrema evidenza la predilezione di Dio per Lazzaro e per chi è, in ogni tempo della storia e in ogni parte del mondo, nelle sue stesse condizioni.
Il ricco ed il povero muoiono. Ed il mondo si rovescia. Come nella beatitudini: beato diventa il povero, mentre il ricco rimane solo con la sua ricchezza che non scalda, non soddisfa, anzi tormenta. Il mondo alla rovescia è Lazzaro con Abramo, nel seno d’Abramo; mentre il ricco rimane senza qualcuno che lo accolga, senza consolazione; era sazio ed ora ha fame; rideva ed ora piange. I tormenti del ricco di cui parla il Vangelo non sono una minaccia. Gesù non spaventa, anzi rassicura gli uomini. Ma il Signore cerca di spiegare la vita così com’è davvero. Svela al ricco che non è nella ricchezza che trova la gioia ed il futuro. E che senza l’altro rimane solo e si costruisce un inferno. Che fare? C’è speranza per il ricco? Può cambiare il ricco? Questa domanda angustia non poco Gesù. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei cieli, dirà. Amò quell’uomo ricco ma non fu amato. Che fare? Dobbiamo colmare tanti abissi d’ignoranza, di distanza, di assenza di parole, di mani che non si tendono, di consolazione che viene negata. Colmiamo questi abissi, come l’amministratore disonesto, investendo in misericordia; come il Samaritano, che con la compassione vuole bene ad uno sconosciuto e lo fa diventare il suo prossimo. Gesù sembra insistere, descrivendo la risposta d’Abramo al ricco, che non abbiamo bisogno di fatti miracolosi per convertire il cuore, per colmare questi abissi. Basta il Vangelo, che apre il cuore degli uomini e lo rende umano e vicino agli altri.

venerdì 16 settembre 2016

XXV Domenica del Tempo Ordinario

Dal vangelo di Luca (16,1-13)
Diceva anche ai discepoli: “Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”.
Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.
Il Vangelo parla di un amministratore e dei suoi traffici più o meno leciti. È un brano che a prima vista appare molto strano. Sembra, infatti, che Gesù porti ad esempio per i discepoli un uomo che si mostra leggero e truffaldino nell’amministrazione dei beni altrui. Ma, per comprendere correttamente il testo evangelico, è necessario inserirlo nel contesto. L’evangelista Luca nel capitolo 16 pone l’insegnamento di Gesù sull’uso della ricchezza (vi è una certa consequenzialità con il capitolo precedente ove, con la vicenda del “figliol prodigo”, si mostrano i guasti che provoca il voler usare le ricchezze solo per sé). Il testo evangelico vuol dire, in sintesi, che il problema non sta nei beni in se stessi, ma nel cuore di chi li usa, come è scritto nel Vangelo di Matteo: “La dov’ è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (M t 6,21). La questione centrale sta nel vedere dove abbiamo il nostro cuore, dove sono dirette le nostre vere preoccupazioni.
In questo contesto Gesù parla dell’amministratore di una grande proprietà. Costui viene accusato presso il padrone di svolgere in modo illecito il suo ufficio. E le accuse debbono essere talmente evidenti che il padrone decide di licenziarlo immediatamente; gli concede solo il tempo di preparare e consegnare i registri. Ma la vicenda ha una svolta inattesa. L’amministratore vede davanti a sé un’alternativa impossibile: mettersi a fare il mendicante, oppure zappare la terra; due sbocchi per lui insopportabili. Per sfuggirvi escogita un’altra truffa ai danni del padrone. Fa un giro presso i debitori del padrone, riesce a corromperli e defalca le somme dei loro debiti. In compenso essi si impegnano ad accoglierlo e mantenerlo appena licenziato. Ne emerge un uomo con pochi scrupoli; e meraviglia leggere la conclusione dell’evangelista: “Il padrone (Dio) lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza” (v. 8).
È ovvio che il padrone non approva il furto perpetrato ai suoi danni per ben due volte. Resta, invece, sorpreso dall’abilità dell’amministratore nel cavarsi dal guaio in cui si era cacciato con la sua condotta disonesta. Insomma, Gesù non loda l’inganno. E ancor meno raccomanda ai suoi discepoli di rubare con abilità per farsi così degli amici. Tant’è vero che quest’uomo viene messo non tra i “figli della luce”, ma tra i “figli di questo mondo”. Quel che viene portato ad esempio è l’abilità di quest’uomo nel cercare la sua salvezza. Tale abilità, che in tanti pongono nelle cose della vita ordinaria, Gesù vuole trasferirla sul piano della salvezza. In altri termini, Gesù sembra dire agli ascoltatori: “Quell’amministratore come conquista la salvezza? Come evita di zappare la terra o di mendicare? Come assicura il suo futuro?”. La risposta è: “Essendo generoso verso i debitori”. In effetti, il suo futuro e la sua stessa vita dipesero dalla sua generosità. Con essa legò a sé i debitori. E Gesù aggiunge: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (v. 9).
Procurarsi amici. Ma si badi bene. L’amicizia non si compra, si costruisce con la generosità. Con un cuore pronto e disponibile. Qui sta il centro della parabola odierna: la generosità verso i debitori (ossia verso i poveri e i deboli) salva la nostra vita e il nostro futuro. Siate amici dei poveri e sarete salvi. Questa è la scaltrezza che chiede oggi il Vangelo. Lo chiede a noi suoi discepoli. E lo chiede ai paesi ricchi perché comprendano che la loro salvezza, anche terrena, dipende da una rinnovata attenzione ai paesi poveri; dal non lasciarli soli in balia dei loro problemi. E, perché no! A condonare a essi quel debito che mai riusciranno a pagare e che li spinge sempre di più verso l’abisso.
Il commento più efficace a questa parabola è forse la frase di Gesù riportata da Paolo mentre sta dando il suo addio ai responsabili della comunità di Efeso: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Paolo lasciava loro questa frase quasi a compendio della vita. È una indicazione semplice circa la via della felicità e della gioia. Perché siamo tristi? Perché le nostre giornate scorrono spesso senza gioia? Non abbiamo capito che la gioia non sta nel ricevere, ma nel dare. Noi, abituati come siamo a cercare per noi stessi, ad accumulare per noi, talora anche in modo forsennato, non riusciamo a gustare la bellezza della generosità e della gratuità, la gioia del dono della propria vita per gli altri. Non si parla qui di eroismo. A volte basta dare un’ora di tempo ma con generosità e volentieri, a chi ha bisogno ed è solo. È sufficiente dare un filo di amicizia, un aiuto materiale, una visita in ospedale, una semplice parola di conforto. Ritornano le altre parole di Gesù: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35). È questa la via della gioia. L’altra, quella della difesa e del cercare anzitutto per sé, porta alla tristezza.